Mediata-mente

Mediatezza. Sono in vena di neologismi, o almeno di utilizzare con ostentata disinvoltura termini inconsueti o desueti (e anche questo..). Mi vendico, visto che mi trovo di continuo in affanno rispetto a tutte le parole o espressioni nuove che il web evoluto ci impone. ..il grosso succede sottoCioè quel senso di essere l’unico patacca – scusate ho vissuto a Bologna e lì il romagnolo andava per la maggiore – che non capisce di che caspita si stia parlando e sta lì indeciso se fingere di capire, fino a che non trova un attimo per andare di soppiatto su qualcosa di wiki e scoprirlo, o fare outing. Va bè ma non c’entra. Dicevo. Pensavo, anzi, a questo concetto.

Al fatto che tutte le opere più nobili dell’umano ingegno hanno bisogno di tempo, di sottrarsi alla vista per un po’, di essere gestate.

Un mio caro amico, (Mario, sei ancora d’accordo se ti chiamo amico, vero? Scusate c’è stato uno scambio di email un po’ pirotecnico) usava ogni tanto questo esempio in aula per spiegare il concetto di semplicità, bellezza, autenticità come frutto di un lavoro, di un lavorio e quindi di una “mediatezza”. Riferiva di avere osservato in un museo dedicato a  Matisse in Costa Azzurra, Nizza,  l’esposizione di numerosi schizzi preparatori. Le opere finite sono pulite, semplici, immediate (per chi le guarda). Ma ciò che le precede e le conquista all’essere è proprio il lavoro, l’impegno, la ricerca, lo sfrondamento delle linee inutili. Magari Matisse era Matisse in quanto infaticabile sgobbone, anche.

E imparo da una brava professionista che si occupa di consulenza psico-pedagogica che la curva dell’apprendimento prevede una fase “carsica”. Un tempo di attesa, in cui fuori non si vede accadere nulla (quindi maestre, educatori, formatori, andragoghi..tempo, serve tempo!). E invece il grosso succede proprio in quel mentre. E il bel virgulto (l’apprendimento consolidato, nda) che si vede spuntare o che si noterà distratti solo una volta che avrà bucato la crosta è in debito con quel periodo buio, di nascondimento operoso.

Ecco, allora, la comunicazione tra esseri umani è anch’essa così. Nei miei corsi o workshop dico quasi subito, provocatoriamente, che la spontaneità, l’immediatezza – per lo meno quella non educata –  non è cugina neanche di terzo grado di una comunicazione di qualità, (se è a quella cui tendiamo quando ci ingolosisce la promessa di imparare ad essere “efficaci” nel comunicare. Che sia questa sete la traduzione contemporanea della sete di essere compresi e anche del meno nobile desiderio di rapina dell’altro che passa, dalla seduzione, dal farlo nostro convincendolo, quindi possedendolo?); qualità che si misura nel grado di ricchezza di esperienza , di profondità umana, di sforzo faticoso, di mortificazione dell’immediato.

Lavorare, pulire, fare ordine tra i propri pensieri. Non so come possiamo così tanto credere in tanti, tante volte, almeno una, tutti.., che tutto ciò che ci passa per la testa meriti di essere offerto al mondo. Come fossimo tutti e sempre persone speciali, forzieri riccamente adorni e pieni solo di oggetti di valore. (Lo dico per via anche di una constatazione empirica. La mia provocazione di cui sopra di solito provoca..)

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2 thoughts on “Mediata-mente

  1. Confermo, dal “basso” di un po’ d’anni di progettazione grafico-creativa, che intorno alla “spontaneità” c’è molta mitologia… Il più delle volte la primissima proposta è quella che, in corso di travaglio, si sgonfia. Appunto perché poco sofferta.

    Per quella mitologia noi “creativi” dovremmo sempre essere in stato d’estasi, perennemente intenti ad acchiappare chissà quale flash improvviso…

    Non escludo che, a questo scopo, qualcuno ancora insista nel farsi le canne… Certo i flash si faranno vedere poi, eccome. Ma il progetto ben risolto, strutturato e mediato tra le parti è un’altra storia.

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