Beltà, cara

Secondo voi perchè non si contano i corsi, le proposte, i modelli concettuali, le tecniche, gli approcci per una “vendita efficace”? Io ho una mia ipotesi (non la scoperta del secolo, ma nemmeno l’invenzione dell’acqua calda, sempre a mio parere). Senza dilungarsi in definizioni accademiche credo che possiamo in modo abbastanza unanimame considerare efficace quella vendita che va a buon fine con la soddisfazione e del cliente e del venditore.

Per cui esiliamo una volta per tutte la frustra metafora del venditore talmente sgamato che ti vende un frigorifero al Polo Nord (a meno che del frigorifero non si trovi un utilizzo per quanto insolito ma effettivamente rispondente ad un reale, anche latente, bisogno del cliente).

Il venditore smisuratamente bravo è quello che sparisce. Sì sì. Il protagonista vero non è lui, il primo attore, quello coi dialoghi più lunghi. Il nome che compare sia nei titoli di testa che di coda, non è il suo.

Al massimo avrà una menzione speciale della critica; un premio come miglior attore non protagonista.

La vera star siamo noi, cioè il cliente.

E il suo comportamento, tendenzialmente libero; certo esiste una fitta pulsantiera per attivare un numero consistente di risposte d’impulso – e chi la maneggia con cognizione ne sa trarre consistenti profitti.

Però diventiamo patrimonio inestimabile di un negozio o addirittura di un brand – la pietra filosofale del commercio, “il cliente fidelizzato” – perchè lo DECIDIAMO noi.

E questa dimensione sì, si può studiare, analizzare, scomporre e ricomporre, provocarla, promuoverla. Ma mai PRODURLA.

Ecco, noi formatori che  promettiamo di insegnarvi come migliorare le vostre tecniche di vendita avremo sempre un po’ di mercato perchè in fondo questa dimensione è per definizione inesauribile, sempre che concordiamo ancora con un’altra definzione, quella di persona umana il cui principale attributo è la libertà.

E poi in fondo in fondo, quando compriamo o meglio quando abbiamo voglia di shopping cosa cerchiamo? Cosa desideriamo? Per quanto surrogata, è la bellezza che cerchiamo. E’ di un’esperienza di bellezza che andiamo in cerca; sì certo anche di possesso, di impossessamento, di desiderata ammirazione, di status, di affermazione di sè etc.

E siamo abbastanza soddisfatti, fino alla prossima volta in cui sentiremo e asseconderemo questo desiderio, perchè ci siamo sentiti liberi e protagonisti dell’esperienza d’acquisto.

A proposito di bellezza e di commercio, accostamento che alla mia per quanto scalcagnata identità di filosofa fa venire i brividi, durante una ricerca all’interno di un progetto formativo sul tema del visual merchandising mi sono imbattuta in questo riferimento che trovo affascinante e pertinente. Ve lo propongo

“Marcel Duchamp nei primi anni del 1900, ha consolidato il nesso tra l’arte contemporanea e le modalità di rappresentazione commerciale, arrivando a estendere all’ambito artistico gli sforzi compiuti dalla pubblicità per modificare le relazioni con gli oggetti attraverso strategie di messa in scena o attraverso cambiamenti di contesto e di scala.

L’esposizione elaborata da Duchamp trova un parallelo nel commercio moderno: la merce esposta in vetrina subisce un processo di trasfigurazione (come la ruota di bicicletta trasferita all’interno di un museo).

Trasformando la merce in uno spettacolo permanente, si ha un radicale cambiamento dell’atto di acquisto: la vendita diventa una sorta di divertissement e la teatralizzazione delle merci all’interno delle metropoli tramuta gli acquirenti in spettatori dediti ad un’attività, lo shopping, più prossima alla sfera del piacere e dell’evasione che a quella della pura razionalità economica.

Nella città moderna le insidie si mescolano con le seduzioni. Uno dei temi ricorrenti nella rappresentazione della città è la réverie, il sogno ad occhi aperti del passante che contempla le vetrine, la rivelazione del mondo delle pulsioni profonde dell’ inconscio”. Magari incompleto o discutibile ma svela una parte della magia: ci innamoriamo del significato di un oggetto, articolo, indumento etc, non dell’oggetto-e-basta.

Che ne pensate?

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7 thoughts on “Beltà, cara

  1. Paola, mi piace ogni volta un po’ di più quello che scrivi (il tempo, che potere possiede..) e alla fine ti scrivo per dirtelo.
    Ho apprezzato il tuo primo post, suscitatore (?) di aspettative ben riposte, da ciò che leggo ora e ho letto nei giorni scorsi. L’affinità di sentire, benché non identità, mi trova concorde con le tue riflessioni, con gli spunti di riflessione che ci proponi. Il tempo, la qualità, l’autonomia/indipendenza, il ruolo. Sono temi che mi appassionano, sia come donna che come insegnante. Mi auguro di trovare un po’ di tempo per parole più meditate, per rilanciare la palla..

    Ben fatto Paola!

    Un beso

    Valeria

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    • Grazie Valeria! Mi sono lanciata in questa modesta avventura del blog e trovare l’attenzione di persone come te, impegnate con il lavoro e la vita innanzitutto, mi stupisce e mi gratifica. Stasera, se non crollo dopo il rito della nanna – che a volta funziona anche su di me – butterò nella rete un altro post. Un abbraccio

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  2. Letto. Bellissima la prima parte: Il venditore ‘sparisce’ e deve sparire’. Azzeccata la seconda, anche se mi sfugge qualcosa. Per il mio modo di essere tendo ad estendere alla societa’ ciò che provo io o noto nelle poche persone attorno a me. Quindi non mi stupisco del post di oggi del Corriere: Mall americani abbandonati, le persone si sono stancate di questi spazi. Lo penso dal lontano 1991, la prima volta che entrai in un mall negli Usa. Non capisco tutt’oggi la corsa agli outlet o ai centri commerciali se non per necessita’: siano sconti o la praticità di trovare più oggetti necessari in un luogo piccolo e veloce. Ad esempio su di me le pubblicita’ non fanno alcun effetto: In automatico, quando appaiono (cartelli o spot) stacco la mente tanto che paio rimambita (ma cosa guardavi?). Anche l’eccesso di presentazione oggi mi sta stufando (vedasi Visual merchandising). Cos’è, l’eccesso di possibilita’? Il fatto che comunque gia’ si ha tutto? Ammetto che il bello e’ fondamentale e necessario. Ma davvero dove stiamo andando? Secondo me dove c’è emozione proiettata al futuro a ciò che non sei più e vorresti riessere: al sogno, all’emozione pura purché utile sia. Il tuo post e’ molto simile al mio pensiero ma nonostante cio’ mi sfugge qualcosa, manca qualcosa… Come troviamo questo qualcosa?

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    • Hai ragione. Ero ancora troppo coinvolta. Credo anche io che ci stiamo saturando, sfinendo, addirittura nauseando . La Beltà che cerchiamo non è lì e l’inganno non può durare in eterno oppure gioca al rialzo o alle variazioni estreme . Il cliente al centro, la personalizzazione estrema , la cortesia e tutte le altre belle cose fatte apposta per .. Sono disperanti. Ti recupero un bellissimo passaggio di Wallace su questo. Secondo me ci risolve il dubbio. Il post è vecchio e io è le cose stiamo cambiando. Anche io sento che questa ubriacatura non può durare. Grazie Ale che hai riflettuto così bene e seriamente su un pezzo quasi amatoriale.

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  3. Ah, nonostante i miei dubbi, io avrei bisogno del tuo aiuto per vendere i prodotti in banca…. Sono una scarsa venditrice…, o solo troppo onesta? Me lo fai un corso? O me ne consigli qualcuno? Ma non dei soliti che offrono in banca però, che su di me peggiorano la situazione e, grazie al cielo, non solo su di me.

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