Oggettivamente soggettivo

Da quando ho scoperto che non siamo una macchina fotografica la faccenda mi ha parecchio appassionato.

La storia della nostra capacità percettiva, che non è affatto un secchio che si riempie ma più un setaccio che filtra, non è proprio banale. Pare si chiami proattività: la tendenza  ad intervenire sistematicamente sui dati in ingresso in base ai dati già acquisiti, propria del nostro sistema nervoso, intendo.

Non tutti credono in un progetto che riguardi l’essere umano, ma è evidente che questa “funzione” abbia uno scopo: non farci schiantare sotto il peso abnorme delle informazioni che colpiscono i nostri sensi in ogni istante e permetterci di muoverci dal noto all’ignoto senza il terrore dell’assolutamente ignoto.

Però ci dice anche che la percezione nostra è esposta a rischi di deformazione, riduzione, distorsione dei dati reali. E che, appunto, non siamo una macchina fotografica, anzi una fotocamera. Per percepire la realtà dobbiamo entrarci, scegliere, interpretare. Lo facciamo addirittura di “default”.

Un certo concetto di oggettività e obiettività dell’osservazione umana ci fa quasi istintivamente  rifuggire da questa constatazione che pure si può esperire con l’esercizio di un po’ di auto-consapevolezza  o attraverso esperimenti molto semplici.

Ma si sa le convinzioni fortemente radicate spesso resistono o meglio non si sottopongono alla prova dei fatti.

Passando a volo radente – e me ne scuseranno gli studiosi, quelli seri, che comunque credo non s’imbatteranno nel mio blog – su varie teorie (pnl, analisi transazionale, teoria sistemico-relazionale ..) un altro fatto che mi piace notare e del quale continuo a stupirmi riguarda il potere del linguaggio. La parola, che ci consente di cogliere la realtà o addirittura di non vederla.

Nel libro Segnali del Corpo di Vera F. Birkenbihl  nelle pagine introduttive è riportato questo brano

“(..) Se fossi un maidu, popolazione nativa del Nord della California, disporrei di soli due termini veri e propri per descrivere i colori: LAK per il rosso e TIT per tutte le tonalità verdi-azzurre. (…) Il maidu pertanto percepirà il mondo in modo diverso rispetto a un individuo il cui linguaggio disponga di un maggior numero di descrizioni di valori cromatici. Un maidu che imparasse l’inglese apprenderebbe invece che ESISTONO più di tre tonalità cromatiche. Pertanto migliorerebbe le sue PERCEZIONI e le affinerebbe, sicchè imparerebbe a vedere le cose che fino ad allora non costituivano parte della sua descrizione del mondo, per il semplice fatto di aver appreso le parole necessarie per farlo.”

Ecco, il fatto di avere le parole per dire le cose allora è una chiave d’accesso al mondo.

Per cui percepire, guardare e descrivere il mondo sono in debito con il linguaggio e sono pure esposti ai suoi limiti. E percepire è parente stretto di fare qualcosa, di intervenire in modo creativo sulle cose.

Kierkegaard lo dice senz’altro meglio di me:

“Ciò che si vede dipende da come si guarda. Poiché l’osservare non è solo un ricevere, uno svelare, ma al tempo stesso un atto creativo”

Mi viene in mente il brano di un film del 2003 (per il quale sono debitrice ad un bel progetto di video-didattica V.I.D.E.T.E.,  di Andrea Prosperi con l’ottima Cristiana Lanzarini che piega il linguaggio video a tutte le sue intenzioni) La ragazza con l’orecchino di perla, P. Webber, in cui il maestro invita la ragazza, una serva, incuriosita dal suo quadro ancora in lavorazione, a descrivere il colore delle nuvole.  Che per lei SONO bianche FINO A CHE lui non la riconduce ad una sua esperienza sensoriale che la mette in grado di RICONOSCERE, di accorgersi dei colori dentro le nuvole. Che erano sempre stati lì. La realtà è lì ma non è IMMEDIATO rendersene conto (e qui vi rimanderei all’ottimo post sulla mediatezza..)

“Guarda le nuvole. Di che colore sono? – Bianche.  Ne sei sicura? Su via, Griet, sforzati un po’. Pensa alle verdure a come avevi separato le rape, le cipolle, le patate. E adesso che colori vedi nelle nuvole?- No, non sono bianche: gialle, azzurre e grigie. Ci sono i colori dentro le nuvole.- Ora capisci? …in quel momento ebbi l’impressione di vederle per la prima volta.”

E visto che apertura e chiusura in un brano, ma in una comunicazione in genere, sono i due momenti che più degli altri decidono dell’efficacia del messaggio mi affido per il finale ad un maestro:  

 

“Sappiamo che il più sicuro – e più rapido – modo di stupirci, è di fissare imperterriti sempre lo stesso oggetto. Un bel momento quest’oggetto ci sembrerà – miracoloso – di non averlo mai visto.”

C. Pavese, Il mestiere di vivere, p.281 1952

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