Son problemi

 

ostacoli

 

 

 

 

 

 

Parlare di problem solving è inutile.

Non in assoluto, certo. lo è se manca una cosa. Il desiderio!

Entrare nel merito delle tecniche più efficaci per la risoluzione dei problemi non lascia traccia se la padronanza di questi strumenti non si innesta su un desiderio autentico ed esercitato di perseguire obbiettivi.

Tutti gli obbiettivi , dai più piccoli al più alto. E’ il desiderio alto che dà forma ai più piccoli. E questo si vede anche nella risoluzione dei problemi più banali. (Lo dico così, sentenziando..ha sicuramente un fondamento filosofico e pure psicologico il concetto in questione, magari aprirò un’immensa parentesi un’altra volta o redigerò una nota interminabile come il mitico Wallace de “Una cosa divertente che non farò mai più” e credo anche delle sue altre opere.)

Però allo scopo di suscitare il desiderio ed alimentare la motivazione, le tecniche non hanno alcun effetto.

E allora perchè si parla tanto opportune et importune di problem solving?

Per dare lavoro ai consulenti, questo è chiaro. Poi?

Poi perché siamo esseri meravigliosi poco meno degli angeli eppure alle volte affrontiamo le cose come bestioline sciocche.

Ordunque, mie prodi(ghi) followers venite con me a chiedervi (a voi stessi non a me che ne so quanto voi) “che cos’è un problema, nella sua essenza?”

Niente.

In sé il problema non esiste.

Senza di noi, che lo percepiamo come tale, non esiste..

Alla lettera il problema infatti è un ostacolo: dal greco πρόβλημα (próblēma) “sporgenza, promontorio, impedimento, ostacolo”. [1] (Citare motti latini e spiegare termini secondo l’etimologia greca fa parte del mio progetto di vita “Si capisce che ho fatto il classico, nevvero?”).

Quindi è qualcosa che ti si para davanti, intralciando la tua marcia verso una destinazione.

Per questo il problem solving esiste da molto prima che portasse questo nome.

Nel corso dei secoli si sono affermate diverse teorie e diversi modelli empirici di approccio alla soluzione dei problemi.

Pensiamo in occidente all’arte retorica dei grandi sofisti (Gorgia per esempio e Protagora), ai grandi filosofi della Scolastica (Guglielmo da Okcam, uno su tutti) e in Oriente all’arte dello stratagemma cinese (L’arte cinese di vincere traduzione di G. Casacchia, Guida , 1990 ). Pensiamoci, facciamo finta di conoscerli a menadito e tiriamocela un po’. Avere esagerata fiducia in sé stessi fa anch’esso parte della capacità di risolvere i problemi. A volte ne crea di più grossi ma non stiamo a sottilizzare.

Sono utili i modelli, gli schemi.

Alla base della capacità di risolvere per benino i problemi, nel senso che non tronano dopo due minuti più grossi e arroganti di prima, ci sono delle facoltà , cose normali che possediamo quasi tutti se siamo integri.

Ciò che si vede dipende da come si guarda.Poichè l’osservare non è solo ricevere, uno svelare,ma al tempo stesso un atto creativo. (S. Kierkegaard)

Risolvere i problemi è un’attività tipicamente umana, connessa al nostro modo di intervenire e manipolare la realtà. E noi interveniamo sulla realtà già nella primissima fase, quella apparentemente più neutra. Cioè quando la percepiamo.

La percezione stessa è proprio un atto di interpretazione.

Il nostro rapporto con la realtà passa sempre attraverso i sensi. Il sistema nervoso dell’essere umano interviene sistematicamente sui dati in ingresso – attinti cioè attraverso i sensi – e li organizza sulla base dei dati già posseduti. Questa dinamica si chiama proattività. (Questo l’ho già detto in un altro articolo che non linko per pigrizia. E perché altrove nel gran mare del web è spiegato benissimo di sicuro).

E in base a quale principio organizziamo i dati raccolti dai sensi?

In base alla ricerca di un ordine, di un significato.

La tendenza a rintracciare un ordine (cosmos) nel disordine (chaos) è costante nella storia dell’uomo. (Pensiamo all’astronomia per esempio e alle costellazioni: sono figure, miti, storie..). Questo imperativo è talmente forte e così universale che gli studiosi sono riusciti ad isolare le leggi in base alle quali organizziamo la nostra percezione visiva: ordine, coerenza, omogeneità, continuità, buona forma, semplicità, simmetria.

Il nostro sistema nervoso, però, è regolato anche da un altro principio, il “risparmio di energia”.

Significa che tutti tendiamo ad automatizzare e standardizzare il più possibile i nostri comportamenti, arrivando a ripeterli anche se dannosi o inefficaci. Perché?

Perché vogliamo “andare sul sicuro” ed evitare di introdurre ogni volta dispendiosi cambiamenti nel nostro comportamento. Questa tendenza se non ben governata rischia di intrappolarci in schemi limitanti. E così ci impedisce di risolvere un problema …nuovo!

“If I were given one hour to save the planet, I would spend 59 minutes defining the problem and one minute resolving it,”

Albert Einstein said

 

 

[1] Non tutte le cose che richiedono uno sforzo particolare però sono problemi. Chiedere un aumento di stipendio per esempio è una difficoltà, non un vero e proprio blocco operativo. E’ la stessa differenza che passa tra un burrone sopra il quale c’è un ponte tibetano (difficile ma attraversabile) e un burrone senza nessun collegamento tra i due versanti. Altro esempio: imboccare una strada senza uscita è un problema perché ti costringe a cercare un percorso alternativo per raggiungere la tua meta; incontrare lavori in corso invece è una difficoltà perché rallenta solo la marcia ma non ti obbliga alla ricerca di strade alternative.

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...