Non è mica tua la mia vita

(articolo pubblicato per La Croce quotidiano, il 27 gennaio 2015)la_Croce

Sono Paola. Figlia da 40 anni, moglie da 11 e mamma da 10. Tutti e tre gli stati sono a tempo indeterminato.
Ho 4 figli. Tre femmine e un maschio. 10, 9, 5 e 1 anno.
Le prime due insieme a molti doni, profondità, intelligenza, bellezza, talenti musicali e molto, molto ancora da scoprire, si stanno sudando un po’di più alcune conquiste scolastiche (aggiungerei, dopo un po’ di penare, un sereno “chissenefrega” perché la scuola serve per la vita non per la scuola).
La terza ha iniziato a parlare a 10 mesi , è precoce in molte cose, particolarmente intuitiva e piena di meraviglie da scoprire lei pure (oltre all’apposito kit di difetti che non abbiamo mancato di regalare a tutti ma per il quale i nostri figli, sono certa, ci perdoneranno).
Il piccolo è malato seriamente. E abbiamo iniziato a scoprirlo, seppur con alterne vicende e molte incertezze, durante la gravidanza. Alla 23 settimana. E’ seguito un vero calvario. Ora lo curiamo al meglio delle nostre possibilità. E lui ci ricambia con la sua bellezza e molta gioia.

“Ma tu, da me, che co-sa vuoi?”

È un test; se state mentalmente proseguendo la filastrocca “… biscottino alla bebè , mi congratulo con te! Yeeeesssssssss!!!!!!!!” allora con molta probabilità siete mamma, papà o zia di una bambina con meno di 10 anni. Altrimenti, boh. Siete già passati ad altro?

Comunque, volevo dire questo: che i figli dovrebbero farcela questa domanda.
In senso metaforico. (Se non è metaforico, benvenuta adolescenza).
È un invito a prendere un po’ di dolorosa distanza da loro. Un passo in più di quella necessaria a sbaciucchiargli le guance.
Non sono nostri. Eppure li custodiamo. Siamo disposti a difenderli anche con le unghie. Da cosa? Dai pericoli, da tutti i pericoli.
Ma io credo soprattutto dalla menzogna. Per questo la prima cosa da riconoscere è che la loro vita è loro. Non nostra.
Anche il mio piccolo che non parla mi dice “non è mica tua la mia vita, è mia”.
Per questo ci possiamo arrabbiare un po’ di meno quando ci accorgiamo che non sono come ci sarebbe piaciuto (piccola legenda: dietro ogni ci, si, chiunque e altre forme impersonali o generiche ci sono nascosta io).
Quindi non dobbiamo chiedere loro che ci realizzino. Che compiano in qualche modo le nostre aspirazioni. E questo costa sacrificio. Di sicuro dobbiamo immolare l’immagine che ci siamo fatti di lui/lei (mi rifiuto fin d’ora di usare più di uno slash e diciamolo anche qui in questa parentesi: il genere neutro per gli esseri umani non esiste).
E vale per tutti i figli. Per quello ferito e per quello cui viene tutto facile. A questo non bisogna fare troppi complimenti, perché non pensi che gli vogliamo bene per quello.
Noi ne abbiamo una su 4 fatta così: precoce, brillante e pure agile fisicamente. Ecco questo la mette in agitazione. (Lo so mi sto esponendo. È probabile che balzi agli occhi come una macchia di sugo sulla camicia bianca che la responsabilità di questa inquietudine è miasoltantomia. Correrò il rischio e spaccerò il sugo-su-camicia come nuovo outfit.)
Ogni piccola imperfezione le provoca turbamento. Lei non sbaglia, non si confonde, non impara le cose, le sa già, non si addormenta; voci ufficiose dicono che non scoreggi. E dai tesoro, fallo uno scarabocchio ogni tanto! Per fortuna è sufficientemente spiritosa. E soprattutto cresce.
E oltre a chiedermi se voglio bene al bene cioè “mamma, intendo, ami fare il bene?”, fino a qualche tempo fa chiamava i famosi biscotti cacao e granella di zucchero “Juan di Stelle” (perfetto per eroe tenebroso di telenovela argentina) e usa ancora il ciuccio ( fiammata di ritorno seguita alla nascita del suo amatissimo fratellino e alle vicende ospedaliere che lo riguardano); e non è sicura se quel signore sorridente con la barba che l’ha tenuta a Battesimo sia il suo padrone o il suo padrino.
Amo i miei figli, tutti e quattro. Li venero nel loro essere un mistero. Cosa si aspetta Dio da loro? Cosa ha in mente di fare attraverso di loro?
E mi batto per loro, a volte contro di loro, perché coltivino i propri doni, come posso, con molti cedimenti e tantissima non voluta mediocrità.
Li amo tutti. E il piccolo così segnato e la bionda enfant prodige; la mia splendida testona primogenita e la bimba grandi occhi e grandissimo cuore che è arrivata subito dopo di lei. Siamo pieni di talenti in famiglia. E di difetti; e di caratteri da forgiare. (qui lasciamo che non si capisca bene se stiamo parlando più dei figli o dei genitori).
Non ci devono interessare troppo le performance, penso io nel mio piccolo. Altrimenti al bimbo provvisoriamente meno “performante”, secondo criteri poi tutti da verificare, dico senza dirlo che vale meno (uso apposta questo brutto termine aziendalese perché rende l’idea, come fosse un indice di efficienza del figlio). E a quello più “performante”, che lo amiamo per quello. Esagero, esaspero. Però un po’ è così.
E abortire un figlio perché scopro in tempo che è malato è un messaggio terribile anche per chi è sopravvissuto. “Bada di non acciaccarti troppo, bada”.
Non fa ridere. Per niente. A me ha fatto versare torrenti di lacrime e scendere pozzi di angoscia . “Ah, quindi lo avete scoperto solo dopo che era malato..” ( Sottinteso: “perché altrimenti, ovvio, lo avreste abortito”).
“ E l’aborto terapeutico, ve l’hanno proposto?” mi chiede un’operatrice sanitaria tra l’altro davvero disponibile, dolce mentre tengo il bimbo in braccio per calmarlo- “Cioè? Chi doveva essere l’oggetto di questa terapia?”. Terapia vuol dire cura, giusto? No, chiedo.
Ricordo anche di avere letto sulla cartella che spiega natura e scopo dell’ecografia morfologica che essa ha come grande vantaggio quello di prevenire importanti patologie genetiche, come la Trisomia 21. Ma è una falsità.Una spudorata menzogna. Non previene la malattia. Impedisce che nasca una persona con la sindrome di Down se di fronte al riscontro di anomalia la mamma e il papà accettano di abortire.
Le leggi che sfondano gli argini della nostra coscienza e la seducono fino a farle confondere bene e male sono violente, sorde e impersonali. Di tutti.
E di nessuno. Si fa. Si può, è giusto.
La dottoressa che entra durante l’ecografia morfologica, chiamata in soccorso dall’altra ginecologa allarmata, ha l’incedere sicuro di chi sa il fatto suo; usa il tono arrogante tipico di noi nati da un po’ e mi chiede algida e stizzita – ma forse spaventata!- perché sia già alla 23 settimana (cioè a ridosso dei termini legali per smembrare mio figlio e farmelo sfilare dalla pancia perché forse ha una grave patologia).
L’aborto è legale. Ok. Lo so. Purtroppo. Però basta così. Non deve diventare istigazione all’aborto. Non deve costringermi a cambiare tre ginecologi perché sono stanca di ripeterlo a tutti che non ti ammazzo, figlio mio! Mentre il cuore si fa di granito per il dolore e la paura, il terrore.

Sì, ero terrorizzata all’idea della malattia e della menomazione. A te, bambino mio, arrivavano anche queste cose. Sono sicura. Ma proprio nel corridoio del terzo piano, aspettando tuo papà che ci mette 15 minuti da Brescia Centro alla porta dell’ascensore che ancora ci tiene separati, ti dico interiormente “ non preoccuparti. Io e lui ti amiamo. Senza avverbi. Ti amiamo punto.
Nonostante, semmai, è nonostante noi, le nostre debolezze, nonostante la stanchezza e la paura.
Ma tu sei termine d’amore incondizionato e facciamo scudo intorno a te come falange schierata compatta, io, lui, le tue sorelle e quanti si uniranno; scudo di amore e gioia e voglia sfacciata di vivere lasciandosi amare. Non mi interessa se cieco puoi diventare Bocelli o deforme un geniale Petrucciani o rattrappito uno storico, astronomo e compositore come il beato Ermanno lo Storpio. Non sono affari miei. Tu. Sei. Magnifico.
Diventa ciò che sei ora, domani, fra 20 anni, quando e come Dio vorrà, mentre noi non risparmiamo un fiato per aiutarti, davvero. (però non è che si può morire di fisioterapia!)

Basta vi ho stancati tutti, lo so.
Anche io mi dicevo: dai resisti ancora un po’, vedrai che poi ti lasceranno in pace, non dovrai più parlare di certe cose.

Scusi signora l’ha fatta l’amniocentesi? No.
Scusi signora, l’ha fatta l’amniocentesi? No.
E l’amniocentesi? L’ha fatta? No.
Avete qui con voi i risultati dell’amniocentesi? Non abbiamo fatto amniocentesi.
Il medico vi riceverà a breve. Mi date intanto i risultati dell’amniocentesi?
Mi perdoni signora, so che ha appena partorito. Il neonatologo di là mi chiede se ha fatto l’amniocentesi.

Grazie, mi avete risolto il problema di cosa lasciare scritto come epitaffio:
“No, non l’ho fatta l’amniocentesi. E a questo punto mi pare un po’ tardi anche per l’autopsia”.

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