Nei nostri e altrui panni

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(Articolo già pubblicato per La Croce Quotidiano)

Un’altra coppia che si separa. Lui va con un’altra. Lei non lo sopporta più.Soffrono, spesso entrambi, altre volte pare di no, ma decidono, in nome di una sorta di saggezza e senso di responsabilità di lasciarsi al più presto. Meglio così.Meglio soprattutto per i figli. Non possono vederci sempre così. Non è vero. Siamo noi adulti che non sopportiamo più l’estenuante lotta dei litigi per tutto, della vista della faccia altrui, sempre più odiosa e odiata. Promemoria insistente degli episodi più scabrosi; di quei momenti di raro squallore che vorremmo tanto non aver vissuto. E, detto in mille modi diversi, il principio su cui sempre si incardinano queste decisioni è: non sono felice.

È una constatazione spesso così sofferente. Una constatazione che non chiede di essere giustificata. Tutti vogliamo essere felici. Tutti sentiamo urgere questa esigenza. Quindi hanno, abbiamo ragione quando motiviamo in forza di questo principio le nostre decisioni, le nostre azioni.

Ma gli avverbi di tempo? Mancano gli avverbi di tempo..

Non sono felice ora. Non sono felice adesso, o da un po’. Non sono ancora felice. Uno.

E seconda cosa, questa: bella scoperta. Pensavamo fosse compito del matrimonio renderci felici? Cioè, che lo stato dell’essere sposati producesse di per sé la felicità? Che se così non fosse stato allora sarebbe stato giusto, sacrosanto , degno di universale encomio mollare tutto? O, per contro, che sposarsi fosse solo una stanza nella quale entrare nel giorno del matrimonio e poi da lasciare esattamente così perché dobbiamo tutti correre fuori a realizzarci come individui, ad esprimere ad ogni costo i nostri talenti e a offrirli al mondo, a fare in modo che il mondo li veda e ce li riconosca e applauda forte?

E invece la moglie, il marito e i figli, beh insomma che ci vengano dietro, abbiamo ben più alti imperativi a cui obbedire. Che poi, diciamoci la verità.

Molliamo i figli soprattutto. Loro si ritrovano senza famiglia. Noi possiamo pure rifarcela (ma anche questo sembra più un mito, un incerto ideale; un richiamo allettante per la sincera sofferenza di non avere più una dimora affettiva stabile, per il desiderio di provarci con qualcun’altro più benevolo, meno sbagliato..), ma loro, una famiglia intera, vera no. Mai.

Perché mi stupisco? E soprattutto chi caspita sarei io per giudicare? Una peccatrice. Mediocre forse anche nel peccare. Per questo allora giudico solo il mio di cuore lasciandone la valutazione definitiva ad Altri. Non prima che abbia fatto tutto l’impossibile per rinnovarlo, per farmelo diventare finalmente di carne e sangue. Per non lasciarlo più così duro e piccolo e puntuto come un nocciolo d’oliva.

Per questo tento di ricordare a me stessa e ai pochi che mi sono affidati o solo affiancati che essere uomini è impresa necessaria e ardua. E che non possiamo più essere immediati, da quando siamo stati avvelenati. Da quando il laccio delle passioni ci ha preso la caviglia. Da quando la debolezza della confidenza lasciata al peccato ci ha fatti suoi.

Ci ha fatti suoi più che altrove nel rapporto d’amore tra uomo e donna. Dove il desiderio di compimento si tende come in uno spasimo e dove più forte schiocca la frustata della disillusione, della delusione. E a volte il colpo è così forte o il desiderio di scoccare nuove frecce con altri archi si fa così intenso che succede. Ci si lascia. Magari nel modo più composto e civile possibile; facendo attenzione a custodire più possibile i figli.

E’ normale. Succede spesso. In tutti i quartieri. In ogni status sociale. Succede e  può succedere a chiunque. Anche ai cattolici, anche a quelli “bravi” (nessuno è al riparo. Neanche i più insospettabili. Nessuno di noi lo è; non si può con le sole proprie forze resistere. A volte arrivano passioni così sincere e travolgenti, mariti di un’altra che ci paiono così perfetti per noi che il dubbio, quello che morde il cuore, ti attacca, attacca anche te che sei sempre stato bravo, brava, fedele. Resistere e rimanere.

In certi casi è l’unica eroica possibilità. Ci sono varie forme di testimonianza, di confessione. Perché essere martiri può essere scritto con una consonante in meno. Mariti – o mogli ). E non solo lasciarsi è normale, normalizzato.

È giusto se al centro c’è la convinzione che l’uomo è già buono. Perché se l’uomo inteso in senso largo, antropologico, se noi esseri umani nasciamo sani, a posto, se ha ragione Rousseau e la sua idea di buon selvaggio poi declinata in vari modi è vera, cioè se il peccato originale è un retaggio veterocristiano del tutto superato, se ci crediamo così – naturalmente giusti – allora è giusto agire così. Cos’è che davvero può trattenerci? Ora non ricordo dove ho letto che se una passione non ci vince è perché lei non era abbastanza forte. Quindi abbiamo tutti poco di cui vantarci. Noi soldati semplici, intendo.

Cosa può convincere a restare quando non si è felici? Quando le mortificazioni aumentano, quando il/la consorte sembrano le persone a noi più ostili sulla faccia della terra? Quando non perdiamo occasione per sminuirci?

Penso a tante donne, perché conosco più donne. L’ultima in ordine di tempo è lei..Povera Stefania. Che dolore. Che pena! Il peso che deve portare, la paura per i propri figli. I dubbi sul proprio passato. E poi incognite come nubi sul futuro.

Maestre che segnalano disagi nel figlio più grande. E lei è così stanca, sconfitta. E ha anche la forza di una leonessa che sfodera artigli e dolcezza per custodire e nutrire i suoi cuccioli. Vorrei abbracciarla, soccorrerla in ogni modo e andare da lui a dirgli di crescere subito, di diventare l’uomo che ha rimandato di diventare.

Di decidere al volo che cosa voglia  fare della sua vita visto che adesso è così impegnata con altre quattro persone; sua moglie e i suoi tre bambini. Cerco tra me e me idee, forza, umiltà e profonda carità per fare quello che posso. Non trovo un granché. Chiedo a Te, Signore. Perché su quei visi così belli che non si credono più tali, dietro quelle occhiaie per lunghe insonnie portate con contemporanea disinvoltura e coperte da correttori Kiko, sotto quel taglio di capelli così fresco, dentro quel cuore invaso dal dolore come acqua nel sottoscala, lì ci sei Tu. E io voglio toccarTI. Dimmi, che posso fare?

Aiutaci, Te ne prego, a non soccombere a questa tragica normalità.

Delle famiglie che dieci anni fa abitavano insieme a noi nel caseggiato detto “Il condominio Rosa” siamo rimasti noi e la coppia di anziani al secondo piano. Basta. Le altre tutte scompaginate. Tranne una famigliola che ha traslocato e che mi auguro sia ancora salda. Lo si vede dai giardini. Dai fiori che prima ci sono e poi no. Dai bidoni della differenziata.Dalle chiacchiere che non si fanno più.

E io ora guardo tanti “nuovi” con la cinica certezza che si riserva al fenomeno statistico. Fra quanto? Per colpa di chi? Chi se ne andrà? Ecco, lei è dimagrita. Lui ha cambiato macchina. Ci siamo. Di nuovo. E così, nel vialetto della scuola,  o in quello del nostro complesso di villette a schiera, mentre aspettiamo i nostri figli, si parla del weekend e del fatto che questa settimana sono col papà. Due armadi, due letti. Mamma di qua. Papà di là. Io temo non avrei retto. E vacillerei anche ora, che ho una famiglia mia.

Avrei sentito la rabbia salirmi nelle guance tenere. Mi avete distrutto la famiglia. Noi eravamo una famiglia. Ora no, non più. Perché? Non ho chiesto di nascere, non vi ho scelti, mi avete strappato al nulla in cui potevo restare mi avete costretto ad amarvi più di quanto ami me tanto che tremo al pensiero che un giorno morirete. Magari oggi, andando al lavoro in macchina. Faccio tutto perché voi siate felici. Anche i capricci, non so perché, ma mi servono per quel motivo. E voi, ora, senza chiedermi niente anche questa volta, rompete tutto. Mamma ti capisco, lo vedo che piangi. Più del solito. Che non mangi, che scuoti sempre la testa e parli del papà con una voce strana e stai sempre al telefono con le tue amiche. Papà, perché, perché non stai con noi? Perché non vi perdonate?

Sì, forse suona retorico. Non tiene dentro tutti i particolari, le circostanze, le pazzie di ogni singola storia. Però era bello quando tutti sentivamo che era importante non lasciarsi. Che era vietato. Almeno l’ipotesi di lavoro era sempre “ vediamo come uscirne”. Vediamo come resistere. O al più, vediamo come posso resistere in croce.

Non è vero del tutto. Sicuramente era più complesso. Chissà in quanti tradivano, mentivano. Sparivano. Chissà in quanti si nascondevano dietro la tiepida certezza del matrimonio borghese solo esteticamente cattolico e ne facevano motivo di spavalda sicurezza. E anche chi per grazia, per pura grazia, ha una famiglia stabile (“Chi crede di stare in piedi guardi di non cadere”, mi dico spesso) è necessario che sia umile, cioè vero. Perché è vero che siamo umili, vicinissimi al suolo. Terrosi, terrigni.

La pasta umana è la stessa per tutti. Non ci sono diverse specie antropologiche. Nessuna superiorità ..

Sì insomma. Proviamo ad aiutarci sinceramente. A riproporre una speranza commossa a chi è caduto con il disagio sincero di chi si  sa impastato dello stesso fango, proviamo ad aiutarci a restare. Piangiamo insieme. Capiamoci da dentro. Nessuna ricetta da primi della classe. Nessun riassunto del catechismo buttato in faccia come una manciata di sabbia.

La verità è carità. Cerchiamo di farci salvare un cuore alla volta, una famiglia alla volta. Universali, personali.

Unici, tutti.

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7 thoughts on “Nei nostri e altrui panni

  1. Belletti, sarò fuori strada, ma permetta una domanda provocatoria: “crede davvero di conoscere chi le sta vicino”?
    Nel suo caso – plausibilmente – la domanda troverà una risposta affermativa; d’altronde, le difficoltà, il dolore attraverso il quale siete transitati INSIEME, ha cementato il vostro legame, smussando gli angoli, alzando la soglia di tolleranza.
    Alcuni lo chiamano “amore”. Il fatto è che non per tutti è così.
    Il problema è che la vita non è un film, e il lieto fine non è garantito. Ci si sposa anche per motivi meno nobili: perchè lo fanno tutti, perchè si ha il terrore di rimanere soli, perchè si cerca una badante più a buon mercato, perchè si pensa di aver trovato la donna/l’uomo perfetto… come se esistesse…
    Poi, dopo i confetti si scoprono i difetti, e allora..?
    E’meglio rimanere attaccati all’ideale di famiglia, rimanendo insieme a una persona che si detesta, consumando i giorni, e la vita di chi ci sta intorno con odio, intolleranza, risentimento (ovviamente e legittimamente reciproco), magari tradendo, però senza farlo sapere, perchè – insomma – le forme bisogna pur salvarle.

    O forse è più logico, forse anche più civile, prendere atto della propria incapacità di giudicare, e lasciare che la reciproca lontananza decanti gli errori di un rapporto che si voleva perfetto?

    I figli sono troppo importanti; non possono essere una scusa: una scusa per chi resta (non divorzio per i figli…), una scusa per chi lascia (soffrono a vederci litigare…).
    Personalmente non credo che da un rapporto consumato possa venire alcun bene per i figli; meglio lasciarsi, raccogliere i cocci della propria vita, o di quello che ne resta, e vivere la propria vita per loro. Conosco padri divorziati che – al di là delle contingenze e della nuova povertà acquisita – hanno modificato radicalmente la propria vita, imparando a badare a se stessi, a sopportare questa strana solitudine, legandosi ancora di più con i propri figli, essendo più “presenti” nei giorni di affidamento, che in tutti gli anni precedenti.

    In questo quadro, ricercare la propria felicità, magari con un’altra persona, è un’azione disdicevole? Darsi un’altra possibilità, pensare che dopo l’errore non c’è inevitabilmente la tenebra, morte e desolazione, ma c’è la possibilità di rialzarsi, proprio per quelle persone che ci vogliono bene?
    Io non ho certezze; è solo che non mi sento di giudicare le scelte di nessuno. Non anelo alla santità, non combatto “buone battaglie”: per me è già tanto sopravvivere vivendo con il gusto leggero di non prendere troppo sul serio quello che mi circonda (incluso me stesso).
    Cordialmente.

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    • Allora. Devo riconoscere che non sono riuscita ad esprimere tutto quel che desideravo. Perché conoscevo da vicino e da vicinissimo storie dove le separazioni sono state e sono dolorosissime. E temevo che volente o nolente avrei urtato qualcuno, magari facendo intravvedere una superiorità che solo ad attribuirmela mi viene da ridere per non piangere. Che le separazioni siano comunque un fallimento è oggettivo. Che a volte siano il male minore può essere. Nel caso di matrimoni legati dal Sacramento può anche essere che tali matrimoni non siano mai esistiti. I coniugi per varie ragioni in realtà non hanno contratto un vero matrimonio e allora anche se ci sono i figli la verità sulla nullità del matrimonio si può stabilire con ragionevole certezza. Che non ci sia il lieto fine dolciastro alla Disney.. mi offende pure che me lo attribuisca come aspettativa. Non sono mica “Biancaneve”. Vedo e sperimento continuamente soprattutto la mia fragilità! Non idealizzo ne me nè mio marito. Solo che posso anche dire che la famiglia è un bene. Che la famiglia fondata sul sacramento è un bene incommensurabile e che mendico da Dio con il concorso dei miei umani sforzi di continuare a custodirla e farla crescere. Ben sapendo quali e quante tempeste, soprattutto interne, possono metterla a repentaglio. Contesto il diffuso sentire secondo il quale ci si aspetta che “Il rapporto funzioni”. E che se la felicità che tutti giustamente ci aspettiamo anche grazie all’unione con un’altra persona non arriva o per lunghi periodi pare impossibile è ormai ritenuto vero coraggio, vera onestà, vera grandezza l’andarsene. Tante amiche o amici mi hanno detto “non c’è più possibilità, non c’è più alcun margine”. Ecco credo che spesso non sia così, anche sembra proprio che sia così. Che il margine possa esserci.E che l’unione stabile tra un uomo e una donna sia un bene. Per sé e per gli altri, dai figli alla società.
      Insomma la materia è veramente ardua. per ora questo. Grazie e buona giornata.

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    • @capovolgiiltuodestino,
      quindi l’alternativa sarebbe un cambio di partner – con tutte le più lodevoli e comprensibili motivazioni – a cercare cosa?

      L’amor perduto, l’amore perfetto (o almeno “più perfetto” del precedente), l’amor che ci comprenda, l’amor che non si “consumi” e che non CI consumi…?

      Lei stesso ha affermato che “dopo i confetti” e che in realtà non possiamo affermare di conoscere veramente alcuno…

      E quindi? Passare la nostra vita peregrinando di tentativo in tentativo, mendicando amore, comprensione, qualcosa che duri nel tempo… almeno per un po’ di tempo, qualcosa che ci dia riposo e non combattimento (pia illusione, giacché la vita stessa è combattimento!).

      Questa sarebbe la sua alternativa? Un tiro ad occhi bendati insomma, uno sperar nel Fato (che il Fato non esiste…), un “che Dio me la mandi buona” (come recita anche chi a Dio si affida come un amuleto).

      Perché chi le assicura che l’amore tanto atteso, per nostra intrinseca finitezza e limite o per l’accadere delle cose che non possiamo dominare (continuar ad amare ed essere fedele a chi ad esempio perde taluni funzioni cerebrali, o che dall’oggi al domani ci ritroviamo in carrozzella… ma basta memo, molto meno!), domani si trasformi in un inferno e l’amore amico si trasformi nel suo peggior nemico?
      Quando poi non siamo noi, noi stessi, ad essere in fallo: traditori, mentitori, infedeli, improvvisamente impazziti…

      E quindi? Come sopra… chiudiamo quella porta, mettiamo un bella pietra sopra al nostro fallimento (come se fosse facile farlo!), capovolgiamoilnostrodestino con un bel colpo di reni, con una storia nuova… con una nuova ILLUSIONE, perché nell’illusione c’è la speranza che sì, potrebbe anche andare meglio…
      Ed è vero, può andare meglio… succede, ma a prezzo di un fallimento che rimane, di sangue sparso ovunque (ah già, tranne nel caso in cui da “persone civili” concordiamo…), di macerie lasciate alle spalle, di ferite che ci impediranno di essere in pienezza nei rapporti futuri… e poi ci sono (se ci sono), i figli.

      Già i figli… e qui ci raccontiamo la consolatoria e giustificante frottola che per loro è meglio una “civile” coppia di genitori che si separa, una certezza basilare, un elemento fondante della crescita e dello sviluppo, che VA IN PEZZI (!), che non assistere a litigi e incomprensioni o a malesseri e malumori…
      Lei ha mai parlato con un po’ di questi figli? Beh io si… e le posso assicurare che tutto avrebbero preferito che entrare nel tunnel del vivere anch’essi da separati, separati dal padre e dalla madre, separati nel loro cuore, separati nella loro vita di bimbi o adolescenti, “a part-time” dall’uno o dall’altro genitore.
      Tutto avrebbero preferito che l’entrata forzata e forzosa (perché loro NON LA VORREBBERO sia chiaro!) in altri nuclei famigliari – la chimera ingannatrice delle utopiche “famiglie allargate” – nella forzosa convivenza, promiscua perché non vi è né rapporto sanguigno, né affettivo con la nuova “compagnia”, fatta di non-padri che cercano di esserlo, non-madri che fanno altrettanto, non-fratelli e sorelle con cui dividere magari tempo e spazi…
      Certo c’è chi poi, con forza di carattere e le risorse umane che sempre hanno permesso all’Uomo di sopravvivere (n.b. sopravvivere), sopravvive appunto e/o riesce comunque a trarre qualcosa di buono dal marasma… ma come si dice, sono la classica eccezione che…

      Ma va bene così,,, che possiamo fare?

      Ecco… aspirare alla santità… mi spiace lei non abbia questa aspirazione, perché la santità non è (solo) quella degli altari e dei miracoli, la santità “feriale”, sta nel saper riconoscere tutti i giorni i nostri limiti e i nostri peccati.
      Sta nell’affidarsi a Dio e nel confidare in Cristo, perché vede, per esperienza personali e di tante, tante persone che conosco bene, di tutti gli ostacoli e di tutte le macerie che possiamo incontrare o da soli procuraci (a noi e agli altri), non ce ne è NESSUNO che non possa essere sanato dalla Grazia.
      Non c’è NESSUNA morte che lo Spirito del Risorto (e ormai a Pasqua ci siamo) non possa sconfiggere e trasformare in esperienza di Resurrezione…

      Perché a ben guardare in tutte le dinamiche sopra appena tratteggiate, un cosa domina… non lo vede? La morte, la paura della morte… la cosiddetta morte ontologica, quella del nostro essere profondo.
      La paura di soffrire, la paura di non avere (e ricevere) amore, la paura di fallire, la paura di non essere felici, la paura dell’ignoto…
      E dall’altra il desiderio atavico e profondo (perché fatti non siamo per la finitudine) di una pienezza di vita che la vita materiale NON può dare in pienezza, né possiamo aspettarcelo da nessuna creatura sulla terra (ma continuamento lo faccciamo)… e questo è un fatto.

      Così le auguro di non più “sopravvivere” – perché siamo fatti per VIVERE – di prendere sul serio la vita sua e di chi le sta accanto – perché la vita è SERIA e presenta il conto – di combattere la “buona battaglia” – quella che con Cristo la vedrà vittorioso, perché è Lui il Forte e l’Eroe.
      Neppure io giudico il suo operato o le sue scelte (che di fatto non conosco), perché potrebbero essere le stesse che ho fatto per tanto tempo e so bene che spesso si compiono con le migliori intenzioni, ma le auguro di aprirsi a qualcosa di più e di meglio e di non cadere nell’inganno che seguire il nostro cuore timoroso, mendicante e fallace, sia la migliore delle direzioni e che seguendola non si fa male alcuno e nessuno.

      BUONA PASQUA

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      • Buonasera a tutti. Inizio facendo doverosi complimenti a Belletti e Bariom per almeno due motivi: il rapporto privilegiato con la penna (tastiera) desumibile dal livello qualitativo della prosa, e – molto più importante – la sensazione che il vostro argomentare sia frutto di una effettiva, intima convinzione. Non è scontato, e mi sembra un elemento commendevole. Ma andiamo al punto:

        E quindi? Passare la nostra vita peregrinando di tentativo in tentativo, mendicando amore, comprensione, qualcosa che duri nel tempo…
        Non è detto. Nessuno, se non noi stessi, ci impone di vivere la propria vita con un’altra persona. Il fatto che un tentativo di costruzione di un’unione sia risultato inefficace, non implica necessariamente la reiterazione del matrimonio/convivenza, ma nemmeno la nega a priori.
        Vivere insieme ha la sua dose di rischio, connesso all’ovvietà che è impossibile conoscere le reazioni, le sfumature, le “fisse” di un’altra persona. Lei afferma che il proprio partner non lo si sceglie ad occhi bendati: su questo, nutro qualche perplessità, perchè se ammettiamo di fare una scelta “per amore”, è plausibile ritenere che – magari non la benda – ma una ostruzione meno invasiva, possa impedirci di valutare correttamente certi segnali, certe disfunzioni, a cui inizialmente non si dà peso, ma che alla lunga, passato il momento magico, rendono la vita di coppia particolarmente complicata.
        In sostanza, lei mi attribuisce l’intenzione di trovare la/il partner perfetta/o attraverso continui tentativi, e altrettanti divorzi. Tralasciando il fatto che la mia ipotetica moglie non accetterebbe mai di dividere i miei pochi soldi con l’avvocato divorzista (scherzo, eh!), mi permetto di dissentire: se è questo l’obiettivo della ricerca, è meglio rinunciarci da subito. E’qualcosa che si lega al concetto che abbiamo dell’altro: cosa cerchiamo in lei/lui? Un essere in tutto affine a noi? O il nostro contrario, perennemente in opposizione? Qualcuna che esprima – anche con forza – la propria identità? O magari qualcuna che sia sottomessa? (l’aggettivo non è scelto a caso).
        Spesso proiettiamo nell’altro, desideri, aspettative, bisogni che sono solo nostri: l’amore – quello terreno, ovviamente – non aiuta ad effettuare le necessarie discriminazioni. E’ un limite umano, la cui sperimentazione pratica è inevitabile, sia che si proceda con eccessiva razionalità, sia che si vada dove ci porta il cuore.

        Esiste una percentuale, statisticamente non randomizzabile, che un evento, un dettaglio, fosse pure una formalità, metta in crisi la nostra visione del rapporto, il nostro stesso essere. Non possiamo prevederlo; è una possibilità che potrebbe anche non verificarsi mai; è probabile che un matrimonio/convivenza iniziato sotto i peggiori auspici, riiesca a rinforzarsi e a sopravvivere all’umanità dei contraenti e ai danni del tempo. C’è di che rallegrarsi e – per chi ha la grazia della fede – ringraziare Dio. Ma potrebbe essere vero anche il contrario, perchè tutto questo si basa su un’ILLUSIONE.
        Vede, Bariom, secondo me, l’illusione connessa alla speranza che “…potrebbe andare meglio”, non si applica solo ai tentativi di unione superiori al primo. Quella indeterminatezza, esiste ogni volta che due persone decidono di condividere un tratto di strada, a meno che…
        A meno che non si ritenga la propria unione come “benestariata” da Dio. Ma allora il discorso si complica, perchè il libero arbitrio dell’uomo sarebbe solo la libertà di non opporsi ad un disegno superiore; tesi che mi trova scettico, pur rispettandola.

        Più modestamente, credo che quando un rapporto arriva al capolinea, quando (come dicono i meccanici: “la frizione è finita”), non serve sapere di chi è stata la colpa. Come argomenta Belletti, è comunque un fallimento.

        Su questo punto, concordiamo tutti e tre, forse nella stessa misura in cui riteniamo che oggi, in alcuni casi, il matrimonio sia vissuto come un impegno da prendere alla leggera (purtroppo). Ciò che ci divide è la vostra consapevolezza di poter raggiungere uno stato di grazia, (pè capisse, chiamiamola “santità di tutti i giorni”) all’interno della vita familiare, attraverso l’affidamento a Dio.

        Questo è il punto che – più che non accettare – non riesco a comprendere. Ritenere che le mie azioni, le scelte giuste o sbagliate che danno forma alla mia vita, abbiano una correlazione con qualcuno/qualcosa che – nella mia limitatezza – posso solo immaginare. Non parlo dell’esistenza di Dio, ma della sua ipotetica manifestazione ingerente dietro le pene di ogni giorno.
        Nello specifico, Bariom, la necessità di affidarsi a Dio quale “mezzo” per garantire l’amore reciproco e la stabilità di coppia, è qualcosa di molto lontano dalla mia esperienza, pur ammettendo che tale interpretazione possa rientrare nell’infinito novero di possibili. Tuttavia, non per questo parlerei di morte ontologica, perchè ciò presuppone che nella mia esistenza non ci sia Dio, e invece non escludo che possa esserci, anche se in forme meno “appariscenti” rispetto a quelle da lei così bene descritte.
        In particolare, non credo che l’uomo abbia bisogno di un motivo per esistere, ma credo che possa dare un significato alla propria esistenza; questo implica che le “paure” siano presenti, ma non condizionino il nostro “sopravvivere”. Cito come esempio, dal suo precedente post:

        “la paura di soffrire”. Non ne ho. So che la sofferenza esiste, ed è qualcosa attraverso la quale devo passare. Ovviamente non la cerco, non mi piace, ma è stupido credere di potersi sottrarre a questa esperienza.

        “la paura di non avere (e ricevere) amore”. Non è paura, le assicuro. E’ una possibilità che mi auguro non si verifichi, ma che devo considerare se pure l’ 8,3% dei discepoli di Gesù Cristo ha lasciato un pò a desiderare…

        “la paura di fallire”. Bariom, si fidi. Questa non è paura. Se mi conoscesse, direbbe anche lei che è una assoluta evidenza.

        “la paura di non essere felici” Ecco, io non credo alla felicità come concetto assoluto; ci credo “a posteriori”. O meglio, credo all’esistenza di singoli momenti che nella loro immediatezza possiamo definire sereni, e che poi – solo una volta ripensati – ci danno la misura della nostra felicità

        “la paura dell’ignoto…”. Bravo Bariom, qui le dò ragione. Anche se più che “paura dell’ignoto”, certe volte ho paura che mi sfugga il senso del “noto”, del tangibile, del visibile, in funzione a quello che ci potrebbe essere “dopo”, ammesso che un “dopo” ci sia. Nel dubbio, cerco di vivere la vita seguendo i miei principi – magari discutibili – almeno per ostinata coerenza.

        Comunque la pensi, ringrazio sia lei che la Belletti per aver condiviso le vostre opinioni con me, e vi auguro sinceramente una buona Pasqua.

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      • @capovolgiiltuodestino

        “Non è detto. Nessuno, se non noi stessi, ci impone di vivere la propria vita con un’altra persona….ecc”
        Certo nulla “è detto” a priori, ma preferirei restare nella normalità e stragrande maggioranza dei casi. Magari riconoscendo anche che l’Uomo SEMPRE cerca qualcuno o “qualcosa”, perché difficilmente basta a se stesso. Questo vale anche per chi fa scelte di vita eremitica o di apparente chiusura al mondo.
        Se lo si fa per sterile chiusura o rifiuto, parlaimo di altra libera ma ben triste scelta.

        “Lei afferma che il proprio partner non lo si sceglie ad occhi bendati…”
        No, no mi pare di averlo affermato e se così ha inteso devo essermi male espresso.
        Sarebbe veramente troppo lungo qui parlare del cosa ci porta ad una scelta (o all’esser scelti) più mono consapevole, quindi mi limiterei alle considerazioni fatte sul “post-scelta”.

        “In sostanza, lei mi attribuisce l’intenzione di trovare la/il partner perfetta/o attraverso continui tentativi…
        Caro amico, io NON le attribuisco nulla…
        Erano nuovamente considerazioni di tipo generale e in generale non si può affermare che ciò non sia vero partendo da quanto sopra.

        “Spesso proiettiamo nell’altro, desideri, aspettative, bisogni che sono solo nostri…”
        ESATTO… ed è qui che come si direbbe “casca l’asino”!
        E’ necessaria una diversa base per la “scelta” e una ancora diversa per affrontare le disillusioni.

        “E’ un limite umano, la cui sperimentazione pratica è inevitabile…
        Dissento sulla inevitabilità. Concordo sul fatto che questa sia generalmente la prassi. Peraltro se questo è il concetto torna a darmi ragione sul fatto che si finisca per peregrinare “mendicando amore” (lei poi la chiami “sperimentazione”, ma il concetto non cambia).

        “A meno che non si ritenga la propria unione come “benestariata” da Dio. Ma allora il discorso si complica, perché il libero arbitrio dell’uomo sarebbe solo la libertà di non opporsi ad un disegno superiore…”
        Non si tratta di avere alcuna “benestarietà” (si dice così?), ma piuttosto di avere un chiaro DISCERNIMENTO, termine il cui reale significato e i cui concreti risvolti sono ben poco noti.
        La libertà non è quella di NON opporsi a quello che ai più poi appare una sorta di “piano prestabilito” (cosa che non è), quanto quella di ricercare o meno, di percorrere o meno un strada che ci assicura la gioia piena (non solo in un’ottica “retributiva” – anzi direi centri poco), proprio perché ci dona la possibilità di superare gli umani limiti – su cui anche lei conviene – i fraintendimenti, gli inganni, le illusioni. La certezza che nella Volontà di Dio, ma ancor più specificatamente nella vittoria di Cristo sulla Morte (siamo a Pasqua giusto?) NON esiste “capolinea”, non esiste “frizione finita”, perché in Cristo OGNI cosa si fa NUOVA, viene rigenerata.
        In primis il nostro spirito (lei lo potrebbe identificare in tante maniere) e tutto ciò che nella vita concreta agisce e interagisce (nel bene e nel male) con esso.
        Per esperienza personale e diretta, poi potrei dire che questo rinnovamento accade NEI FATTI concreti di ogni giorno e parlo soprattutto dei fatti SERI della nostra vita.

        “Questo è il punto che – più che non accettare – non riesco a comprendere. Ritenere che le mie azioni, le scelte giuste o sbagliate che danno forma alla mia vita, abbiano una correlazione con qualcuno/qualcosa che – nella mia limitatezza – posso solo immaginare.
        E’ evidente che QUESTO è il punto… e non creda non ne comprenda tutta la difficoltà e la limitazione (limitazione a comprendere e di conseguenza agire intendo).
        Lo comprendo benissimo perché per lunghi anni è stato il mio stesso limite (non sono nato con divina scienza infusa, ammesso ora un po’ ne abbia).
        Quindi che posso dirle? Solo dirle che la mia esperienza porta proprio a testimoniarle che è esattamente così: “le nostre azioni hanno una correlazione con Qualcuno che possiamo conoscere e non solo hanno un correlazione, ma con questo “Qualcuno” instauriamo una vera a concreta RELAZIONE ed ha da questa relazione che ogni altra umana relazione viene “beneficata” e “santificata” della “santità di tutti i giorni” di cui anche lei accenna.

        Il fatto che questa “dinamica” sia qualcosa di “molto lontano dalla sua esperienza”, non significa di per sé nulla (potrei dire lo stesso per la mia vita)… non vi è nulla che precluda a priori entrare in una “esperienza nuova”… neppure il peccato, neppure la cecità totale… lo potrebbe solo (ed ecco ancora il rispetto della libertà dell’Uomo) la pervicace e pretestuosa, ostinata negazione “a priori”. Ma grazie a Dio non mi pare il suo caso… 😉
        Anzi io mi auguro possa lei fare questo incontro “sconvolgente” per scoprire che la sua “esperienza tanto lontana da…” era in realtà molto più vicina a, di quello che credeva e che in essa sono i prodromi e le basi di una ricerca interiore che è quella sua, di ogni essere umano, ma che in realtà e lei l’ “oggetto” della ricerca… è Dio che sta cercando lei!

        Lei poi elenca una serie di paure di cui non avrebbe paura… ma poco importa, anche queste erano enumerate o mo’ di esempio (comunque esempi concreti) e la lista potrebbe allungarsi all’infinito e lei potrebbe oggettivamente ritrovare se stesso in altra lista.
        Ognuno di noi ha una precisa “paura” che è anche quella che segna il nostro limite, quella che per quanto si faccia, ci indica che noi NON siamo Dio. Non possiamo essere totali artefici della nostro vivere (o morire). La paura che facciamo di tutto per nascondere e più che sconfiggere, per alienarci da essa (guardi di quante alienazioni vive questo mondo…)
        Ad ogni buon conto le potrebbe bastale la paura dell’ignoto, su cui ha convenuto (e in questa stanno TANTE altre paure a ben guardare…).

        Bene, il mio augurio per lei già lo fatto, quindi di nuovo in questo giorno Santo, Buona Pasqua di Risurrezione, di Novità, di incontro con Cristo.

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  2. Molto bello e “sentito” questo tuo pezzo.
    Il fatto è cara Paola, che non basterà né essere vicini, né essere premurosi, né dispensare buoni consigli, né promettere solennemente di essere d’aiuto… neppure il nostro sangue basterebbe!

    E’ un altro il sangue in cui tutto va gettato, è un altro l’aiuto che va implorato, è un alro il percorso da intraprendere… forse proprio quello sconosciuto (o che si credeva di conoscere); quello che noi “uomini (e donne) tutti d’un pezzo” tanto abbiamo denigrato, roba da donnicciole, da bigotti, da poveri illusi superstiziosi…

    Una opportunità in realtà telmente “a portata di mano” da risultare sconcertante… com’era la biblica storia del Re che per guarire doveva solo immergersi nel fiume? Come tutto qui?! Ma se non deve neppure fare una cosa che gratifichi il mio amor proprio, chessò, camminare sui carboni ardenti, restare su una gamba sola per un mese, prendere l’aereo e andare in capo al mondo dal “guru” di turno… com’è possibile? “Se qualcosa non spendo, cosa ottengo?!”
    E si sa… chi più spende…

    Oltre a questo si aggiunge il “quando”… e su questo si, si deve avere attenzione… perché se l’invito, l’Annuncio, arriva su un cumulo di macerie dove anche il pallido ricordo di quel che era o si sperava sarebbe stato e cancellato, dove il “chi me lo fa fare, per cosa?!” Dove l’odio e l’astio ha avvelenato ogni fibra dell’umano amore e lo ha ucciso, non è più questione di un limite che crediamo invalicabile come la morte (che forse Dio non è capace di resuscitare un morto?), ma che non vi è più volontà… il nostro libero arbitrio, rifiuta quell’idea… ormai vede solo il male, le macerie, il deserto.
    Questo è il tragico risvolto della libertà che Dio concede all’Uomo… e non potrebbe essere diversamente.

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