Mammofobie

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A volte vorrei sentirmi come mia mamma con il body: a posto.

La mia mamma ritiene che, se indossi sotto i vestiti un body di eccellente fattura, sostenuto, con le spalline tenaci,  allora  ti senti  e quindi appari  “in ordine”. Non sono d’accordo. (A parte che invece io il body lo detesto con tutto il cuore da quando ne ho verificato  posizione e meccanica della chiusura.)

Però sì il desiderio di sentirsi “a posto”, “in ordine”,  in grado di affrontare una normale giornata da kung-fu mamma postmoderna ce l’ho, eccome. La mia cifra stilistica, ahimè, però  è esattamente l’opposto: mi sento e mi mostro  (ma su questo dovrei chiedere conferma agli altri) fuori posto, in affanno, sicuramente in ritardo su qualche tabella delle 6 -7 marce che sto correndo. Caspita, non l’ho ancora perso questo vizio di aprire incisi con la stessa frequenza con cui le amministrazioni comunali costruiscono rotonde! E credo di ottenere anche lo stesso effetto in chi dovesse leggermi: una leggera nausea e qualche dubbio sulla direzione da mantenere. Ma sì già che siamo in giro, giriamo (travelgum a portata).

A me pare che non appena una povera Crista occidentale sui 25-30 anni resti incinta, come è successo a  me per esempio e alle mie care  amiche, venga iscritta a sua insaputa, quasi  a tradimento ma  in modo irrevocabile, ad un campionato. Una gara  perenne ed estenuante; non lo sai ancora, baby, ma alla 39° settimana di gravidanza stai marciando nella corsia di immissione di una sorta di mammodromo.

Partorito?

Ormai è fatta, sei in pista e devi correre. La fregatura è che scopri a quale specialità stavi partecipando quasi sempre alla fine: “No, ma come? Non gli hai dato per i primi sei mesi tutte le mattine le goccine di Cinciallegrill? Gli avrebbero assicurato immunità dalle carie! E  forse gli avrebbero  risparmiato anche l’apparecchio! Ormai..”

“No! Davvero gli hai fatto fare tutte le vaccinazioni? Ah no, io no. Proprio no. Ho firmato. IO. Ma non sai che potevano diventare autistiche? Le tue. Perché le mie, no”. O così a bruciapelo ti trovi a rispondere a domande su batterie di test per scoprire  intolleranze alimentari che paiono essere diventate la chiave esplicativa di tutto. Ci sono nuove tecniche di manipolazione di fidatissimi osteopati che con due, tre sedute a 200 euro  minimo ti regaleranno notti di sonni tranquilli e ininterrotti del bambino e a cascata di tutta l’estenuata famiglia.  (A proposito: grazie all’osteopata che ha raddrizzato per qualche mese mio marito. E comunque lui per dormire dorme). “Mettilo a dormire a pancia in giù.” Ti suggerisce benevola la Mamma Esperta  vicina di panchina al parco. “No, sei pazza a pancia in giù muore!”. Ti redarguisce un’altra in coda per le vaccinazioni.

“A pancia in su? Va bene a pancia in su?”

“E il reflusso?”

“Di fianco, il mio dorme di  fianco ..”

Allatta, allatta, allatta, allatta, allatta, allatta, allatta. Allatta, allatta, Allatta. Stai allattando ancora vero? Allatta, allatta, allatta…. Ancora, di più. Come me.

“ Quanti mesi ha il tuo?”

“ 48”.

“48 mesi? Cioè?”

4 anni.

A volte per uscire da conversazioni così opprimenti, soprattutto con la prima bimba e la mia tanta inesperienza di allora, ero tentata di fingere uno svenimento.

O di fare una ruota, così come diversivo.

(A proposito ma la Madonna sa fare la ruota? Non è per me , è Martina che vuole saperlo. Da quando aveva 5 anni. Ho riferito a due sacerdoti cari amici questa tenerissima domanda e non mi hanno risposto perché ancora stanno ridendo..). Come mamma  è probabile inoltre che tu assista a, o subisca, o peggio diventi tuo malgrado complice dei più imprevedibili ribaltoni in materia di pratiche pediatriche. Per esempio.

Quando una farmacista ha consigliato a mio marito neo volonterosissimo papà un aggeggio effettivamente disgustoso a descriversi per chi non abbia ancora o non più un bimbo in età pediatrica, io ero lì lì per presentarmi alla Congregazione per le Cause dei Santi a perorare la di lei  istanza di beatificazione. In anticipo. Si tratta di un piccolo e innocuo apparecchio che ti aiuta nell’ardua fatica di pulire il micronaso dei nostri neonati. Era un modo che a me pareva efficace e geniale. Qualche mese di fiero utilizzo. Apostolato volontario per diffonderne l’uso, senso di appartenere ad un’avanguardia illuminata. Certezza di essere sulla sponda della mamme ok e poi..così d’amblais contrordine, a tutte le unità a tutte le unità! Il Bimbonasil  è una cavolata pazzesca! Fermi tutti, fa malissimo! Peccato che gli araldi che prima avevano proclamato l’uso dell’attrezzo  in tutte le camerette zuccherose del regno siano  gli stessi che adesso si aggirano tipo Gestapo per sanzionare chi osi sottoporre a questa barbarie il proprio bambino.

Ho capito! Però decidetevi. Che già di mio ho un’ansia da prestazione perenne. Candela selvaggia o aspirazione meccanica del moccio? (tertium datur: lavaggio nasale con siringa di fisiologica SENZA AGO o rinowash. E anche un uso soft del suddetto Bimbonalis. E ora dirò una cosa un po’ forte, sperando il nostro pediatra legga: non abbiamo l’aggeggio del rinowash. 4 figli, mai un rinowash. Detto. Mi sento meglio). E diventiamo tutte un po’ vittime e aguzzini le une delle altre, in un gioco di ruolo tragicomico, comico del tutto o crudele a seconda delle circostanze, del tasso di autoironia posseduto e della ragionevolezza residua (cioè rimasta dopo il parto).

C’è un modo sicuro, io credo, per imboccare più in fretta e tornare una volta smarriti sui propri passi anche in questa condizione che vede noi donne, almeno all’inizio, almeno una parte, un po’ impreparate e un po’ spaventate. C’è un metodo. E alcune precondizioni. Tipo ricominciare a dormire almeno 5 ore per notte. Uscire di casa. Parlare anche con persone adulte e non solo di latte e pannolini. La strada è, credo io: ridere di sé e provarci sinceramente. Chiedendo consiglio a pochi ma buoni, offrirne SOLO se richieste (offrire consigli solo se ci vengono richiesti e mai prima di avere ascoltato e sorriso e compreso la nostra omologa a meno che non si tratti di cose veramente importanti o gravi), migliorare col tempo. E smettere di pensare che “fare la mamma” sia un insieme di prestazioni. Le cose da fare sono una quantità importante, non c’è dubbio.

Ma cerchiamo di lasciare fuori dai nostri gesti quell’intenzione che quasi professionalizza le nostre azioni. Fare la mamma non è un mestiere, né un lavoro, né un’opzione magari un po’ nerd per realizzare i nostri talenti. E nemmeno una pratica da vivere solo a favore di testimonianza. “Guarda come mi santifico mentre faccio la mamma.” È uno stato. Dentro al matrimonio. E come tale ha tutti gli ingredienti per incamminarci sulla via della riuscita umana. Ma senza lo stress del riscontro immediato. In gergo sono abituati a chiamarla “santità”. Comunque per ogni dubbio riguardo al nostro andamento come mamme conviene pregare, confidare, chiedere, provare. Con intelligenza e ironia.

Non come me i primi mesi che piangevo per ogni cosa e ancora mi commuovevo per la pubblicità del disinfettante per bucato; e che prendevo tutto sul serio. Lo starnuto poteva significare qualcosa di gravissimo: “sarà sicuramente Ebola” mi dice un amico già padre da qualche mese che ben riconosceva le paturnie delle neomamme. E così con una risata ho capito che no quella volta non dovevo correre al pronto soccorso.

L’ossigeno , la libertà nel fare le cose, nel vivere deriva dalla gratuità mi pare. E la nostra gratuità non è come quella di Dio perché Lui può davvero fare tutto gratis.

Io ho capito che la nostra gratuità e quindi la libertà nel compiere un gesto e nel giudicare un altro sta nel fatto che mentre lo penso, lo decido e poi lo agisco, questo gesto  o emetto questo giudizio mi propongo di piacere al mio solo Signore. Che è Re di giustizia e misericordia. Ed è stato bambino. E ha avuto una mamma e un papà, per inciso.

Sì Lui, Gesù Cristo. Che nel mio scalcagnato io so che esiste ed agisce. E non sarà mai soggetto a vere, radicali smentite come avviene in tutte le altre cose. A dire la verità la Sua storia è la più esposta a mistificazione  e rabbiosa negazione. Poco importa. Lui e’.

 

(ps: il tono dell’articolo è volutamente iperbolico e le eventuali banalizzazioni o ridicolizzazioni di mode pediatriche sono del tutto benevole; hanno il solo scopo di sdrammatizzare una tendenza che a volte ho visto prendere piede tra noi mamme. So per esperienza dolorosa e diretta e continua quanto sia preziosa l’onesta e competente collaborazione di medici preparati nell’affrontare vere malattie e non solo la normale per quanto impegnativa cura di un bimbo che cresce)

 

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