Una lavagna divisa a metà

lavagna

All’inizio della malattia di Ludovico ho fatto come alle elementari, ai miei tempi, quando la maestra si assentava per poco dall’aula. Ero una specie di capoclasse della mia vita, gesso in mano, sguardo indagatore, radar morale acceso. Di fronte a me, dentro di me, una  grande lavagna.

E tutte le persone che mi ruotavano attorno avevano  nomi, a volte solo cognomi, altre solo professioni o incarichi, che al più presto andavano  scritti in colonna o a destra o a sinistra. Perché nei primi tempi , i primi 20 giorni dopo lo shock per il manifestarsi della malattia di Ludo, seguiti alla guardinga illusione che i temuti problemi ravvisati in gravidanza si fossero di molto ridimensionati, quasi spariti, io mi sentivo giusta. Perché avevo un dolore grande. E tutti dovevano capire, tutti usare tatto e  prodigarsi il più possibile.

Allora cominciamo.

L’amica d’infanzia che si fa 50 km 4 volte in un giorno per stare con me e parlare coi medici e rifornirmi di fazzolettini e cibarie e parole di speranza va nella colonna dei buoni. L’infermiera scontrosa che vedo avvicinarsi attraverso il velo di un pianto che non la tocca affatto va sicuramente nei cattivi. La dottoressa che con un sorriso d’ordinanza , largo ma solo della bocca, senza il concorso degli occhi, ci dice le cose con espressioni  fumose e  non ci spiega niente. Non ci dice come ne usciremo. Non ci dice che andrà tutto bene. E poi ci lascia soli quasi subito con il futuro immaginato per il nostro bambino che si trasforma in giorni cupi, incomprensibili tutti pieni di paura e solitudine, lei nei cattivi. L’amica Neuropsichiatra ex compagna di università (non di facoltà, sia chiaro, io ho fatto solo Filosofia) che mi chiama al telefono e mi ascolta in mezzo ai singhiozzi e poi chiede ad un collega proprio lì al Civile di Brescia di venire a trovarmi, va nei buoni, sì sono sicura. È competente. E poi è gentile. Anche il collega che effettivamente viene a salutarmi. Ascolta, sorride, fa battute. È serio. E dice che il mio bambino è bellissimo. Nei buoni. La mia mamma che, vincendo la propria natura passionale e tenendo a bada  il suo cuore materno,  si prende cura delle  altre figlie seguendole in tutte le loro caleidoscopiche esigenze, questa volta nei buoni senza nessuna postilla e recriminazione. La suocera che non chiama da giorni e poi rimedia con una lettera nella quale mi racconta quanto soffra lei e quanto vorrebbe un nipote sano, questa volta nei cattivi. (Il dolore acceca. Voleva solo dire che soffriva anche lei, che c’era come poteva, che non sapeva cosa dire né cosa fare e invece avrebbe voluto rendersi utile! E lo fa sempre, spessissimo in modo silenzioso). L’amica che mi scrive di sentire la dottoressa Tal dei Tali, eh no caspita stavolta è fuori luogo. Cattivi. Il fratello  (ma  tutti e tre i miei fratelli mi sono stati vicini) che parte da Milano per mangiarsi un kebab – un kebab capisci?- insieme a me nella stanza di ospedale che occupiamo io, Ludo, una bambina di 12 anni e la sua mamma e che lo sconvolge per l’angustia, nei buoni. I messaggi “vedrai andrà tutto bene” e i loro mittenti siccome non sanno rispondere alla domanda urlata “come fai a saperlo?” nei cattivi. Mi spiace, le buone intenzioni non bastano. E con una preghiera forsennata, sempre col gesso in mano, mi rivolgevo a Lui perché Dio è buono però, ora, me lo dimostri! (Questo  pensavo con la scompostezza di chi è appena stato colpito da una freccia e la ferita è vivissima e brucia). La richiesta di reliquie all’amica lontana che da Roma me la spedisce e mi ascolta, e mi chiama , mi richiama; raccoglie tutte le volte il mio vomito di angoscia. Lei è proprio buona. Il nostro amico sacerdote che viene a trovarci e ci benedice, nei buoni; anche se alla benedizione non ho percepito nulla. E invece questa volta avrei voluto. Volevo percepire la presenza di Cristo nelle sue mani consacrate. Me lo doveva. Niente.

Ho vissuto giorni con un dolore tale e continuo e così enorme che me ne sono lasciata inghiottire;  e ora non riesco nemmeno a raccontarlo. Il nostro bambino. Bellissimo, perfetto.  E invece è stato colpito, a tradimento, mentre abitava sotto il mio seno, già sicuro di doverlo allattare. Prima di Gesù e della Sua espiazione, prima che qualcuno come Lui dicesse pago Io per tutti, il nostro patimento non avrebbe avuto nessun valore. Valeva  solo la grande pietà che una madre può suscitare. A cosa serve mio figlio? A cosa serve che soffra così lui e io e suo papà e, ignare all’inizio ora non più, le sorelle.  E i nonni. Gli amici? Gli zii? Non è assurdo anche solo un raffreddore? E’ che siamo abituati. Ci siamo rassegnati alla malattia, ma è di un’inaccettablità assoluta. Anche il vecchio che muore a 98 anni,  che ingiustizia. Se pensiamo la morte come la fine. Questo pensavo. Questo e tanto orrore; ho combattuto, non da sola grazie a Dio, una lunga lotta per non soccombere ai desideri più distruttivi. Il nulla, avrei voluto un grosso buco di nulla sotto i piedi nel quale lasciarmi cadere e sparire. Ho lanciato sedie e piatti. Semidistrutte due porte. Pianto e urlato. Spaventato amici e figlie. Visto piangere marito e mamma. Scaraventato carichi di rabbia inaudita contro fratelli e amiche. Insultato tutti. Graffiata la mia faccia, strappati capelli. La malattia, il dolore e la paura sono brutti. Brutti e basta. Non brutti però siccome poi c’è la fede allora.. Brutti. E il prezzo psicologico dello shock e dell’oppressione che comportano lo paghi per intero. Almeno per me è stato così. Ché  il Signore sta con te dentro la paura; dentro l’angoscia; dentro la malattia.

Poi da lì dentro, piano piano, come un seme che resiste alle continue anche se via via più rade tempeste,  germoglia qualcosa.

La vita più lucida. La gioia di esserci. Il desiderio di aiutarlo questo bimbo miracoloso e comunque di vivere con lui, per lui e con loro, per loro e soprattutto insieme a mio marito. Il matrimonio deve essere sopra a tutto nella famiglia. Sopra i figli. Prima e dopo e durante i figli.

L’ho scoperto leggendo di nascosto una lettera di mio padre a mia madre già sposati da almeno 15 anni, con tutti e quattro i figli nati. Le parlava di loro due, di loro due soltanto e del loro amore. Che viveva a prescindere da noi. Mi ingelosii molto. Ho sempre pensato di dover essere amata in modo esclusivo e prioritario. E di dover distribuire intorno a me tutto questo amore. Ma più di 15 anni dopo l’ho ringraziato. Così si fa. Grande papà. Grazie papà. Come marito sei un ottimo padre.

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5 thoughts on “Una lavagna divisa a metà

  1. L’ha ribloggato su lavitasempreintornoe ha commentato:
    Di Paola Belletti

    La vita più lucida. La gioia di esserci. Il desiderio di aiutarlo questo bimbo miracoloso e comunque di vivere con lui, per lui e con loro, per loro e soprattutto insieme a mio marito. Il matrimonio deve essere sopra a tutto nella famiglia. Sopra i figli. Prima e dopo e durante i figli.

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  2. AAA CERCASI

    Prestigiosa realtà ultraterrena, leader nella creazione a livello universale, per il potenziamento del proprio organico
    RICERCA un/una SELEZIONATORE/TRICE per l’area ARRIVI.

    La risorsa, riportando direttamente al General Manager, si occuperà dello smistamento delle anime in arrivo, interfacciandosi con la divisione “grande falce” e con il responsabile area trasporti (Dott. Caronte), per ottimizzare le procedure di selezione e minimizzare i tempi di attesa.

    Requisiti Indispensabili per la candidatura:
    Possesso di radar morale acceso e sottoposto a regolare revisione
    Sguardo indagatore, connesso ad elevato standing personale
    Rilevante dotazione di gessi per lavagna (non forniti dall’azienda proponente)

    Costituiscono requisito preferenziale, pregresse esperienze documentabili nel campo dei giudizi universali (es: articoli di giornale)

    Tipologia di assunzione: a progetto, con possibilità di inserimento mediante contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti (D.Lgs 4 Marzo 2015, n.23 c.d. “Jobs Act”)
    ————

    Belletti, fossi in lei un pensierino ce lo farei. Hai visto mai che, se il Capo si pensiona, prendi il Suo posto?

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    • 1- la sua email mi risulta falsa. 2. non sempre e non su tutto si può fare ironia. Non ha colto il senso del mio scritto. Né mi pare mostri rispetto per l’esperienza dolorosa alla quale fa riferimento (che non spiegherò oltre). Peraltro la mia è già un’autocritica. Chi sono io per mettere i buoni da una parte e i cattivi dall’altra? Ma anche, chi è lei per buttare tutto in caciara quando l’argomento è così delicato? Non usi più per favore come pretesto quello che forse superficialmente legge per esternare le sue frustrazioni. Non qui almeno.

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  3. Chi emette giudizi non definisce gli altri, ma sé stesso
    Il punto non è chi formuli il giudizio (Belletti, Rossi, Bianchi..) ma il giudizio stesso; ossia il teorema che si possa arrivare alla conoscenza unitaria di un individuo, distillando la molteplicità dell’esperienza sensibile, mediante la logica binaria (zero/uno, bianco/nero, buono/cattivo), applicata alla sola intuizione.
    Prendiamo una categoria a caso: “l’infermiera scontrosa”. E’andata così, si è comportata in quel modo, in quell’istante. Che razza di tipa! La stessa che – in un altro istante – accudisce un parente malato con stoico eroismo. La stessa che – in un altro istante ancora, e in un’altra situazione – è presente per aiutare un amico con una battuta idiota (AAA cercasi), così demenziale, cretina, da strappare un sorriso forzato, rubando qualche prezioso secondo al dolore di un altro.
    Sono fotografie diverse che ritraggono lo stesso soggetto (può essere l’infermiera, ma potrei essere io). E se voglio formulare un giudizio devo “distillare” queste foto in un’unica immagine, sapendo che comunque sarà sempre incompleta, sfocata, proprio perchè ci sfugge l’interpretazione dell’umana complessità.

    Ma lei lo sa perchè sono capitato sul suo blog? Proprio dopo aver letto questo articolo sul giornale del 25 Febbraio, in quarta pagina. Le prime tre erano scivolate in folle, con qualche punta ilare sulle risposte del Direttore, però via….
    Arrivo in quarta pagina: già il pezzo di Silvia Lucchetti creava una certa inquietudine, mista alla solidarietà umana verso il marito….
    Però arrivato a Belletti, il motore aveva grippato. La storia del capoclasse, ‘sta cosa che suonava di tribunale….
    Se mi fossi fermato lì, avrei messo Belletti tra i cattivi, e non se ne parli più. Invece mi è venuta voglia di capire. Capire chi è lei, in cosa crede, cosa si aspetta dagli altri, cosa la definisce nel suo essere, cosa c’è dietro tutta questa sofferenza. Capire, non per curiosità, non per gossip, ma perchè è un dovere. Capire si deve, e basta.
    E allora, Belletti è diventata un’altra cosa, un concetto più ampio, che meritava il mio tempo, i miei dubbi, le mie critiche, e anche la mie stupide idiozie. Qualcosa di più di un semplice “mi piace” su Facebook, o di un “l’ho ribloggato”

    Non si tratta di dire se Belletti sia buona o cattiva; si tratta della necessità di definirla con attenzione, cercando di conoscerla attraverso le frasi, scegliendo le parole, curandone la ricerca, prendendoci del tempo per capire il contesto da cui hanno origine, il significato e le implicazioni. Per me, questa è Belletti, non una “x” sulla colonna dei buoni. Perchè per capire quello che prova, bisogna esserci passati. Il dolore è una lima sorda; ti modifica lentamente, un tanto al giorno, e quanto sia profonda questa sofferenza, lo dicono le sue parole senza bisogno di ulteriori commenti.

    In ogni caso, ricordo a me stesso che questa è casa sua, e in casa d’altri, sono abituato a non impormi: se le mie parole l’hanno offesa, non posso fare altro che scusarmi. Per lei sono le parole di un frustrato, per me, l’unico modo che conosco per mostrare empatia.

    Non sono così ipocrita da prometterle una preghiera (sarebbe inefficace, visti i miei problemi con l’Autorità), ma una cosa la faccio volentieri. Un grande abbraccio a lei e a tutta la sua bella famiglia e un “in bocca al lupo” speciale per Ludo.
    Laico, ma molto, molto sincero.

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    • Ma caspita! Quindi non avevo capito un accidenti questa volta. Scusi, scusa. È che se temo, magari travisando, che qualcuno non abbia colto o almeno intuito l’esperienza che vivo e in qualche modo offro e che tocca il mio innocente, scatto come una tagliola. E così abbiamo ottenuto che almeno in una casella la x si può mettere. Sanguigna? Un filino reattiva? Accettasi sinonimi.

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