Cosa ci tiene insieme?

alberocolorato

(articolo già pubblicato per La Croce Quotidiano http://www.lacrocequotidiano.it)

Oh! State attenti! Potreste avere dei “piccoli mostri nell’armadio!” Chi, noi? Ma per cortesia. Già ne ho che circolano nella mia interiorità e a volte anche per la casa. Liberi. Mi lascino in pace, Lorsignori. Quello virgolettato era il messaggio di una campagna di sensibilizzazione di Greenpeace per angustiare i bambini e le loro mamme. Anche per proteggerci giustamente da fonti tossiche, per carità.

Noi mamme, alcune almeno, portiamo ogni tanto scritto in fronte “mi nutro di ansia”. E ci mancano i  vestiti tossici. Controlla l’etichetta!  Verifica nell’elenco dei produttori! Ok, lo faccio. Il lattosio fa male. Dopo l’anno di età è indigeribile. Scopro non so più come.

Con un tempismo che non può che suscitare sincera commiserazione decido di prendere il latte senza lattosio. Ho 40 anni. E i miei figli tutti più di uno. È pieno di zucchero il latte senza lattosio. E lo zucchero fa male. Mi interrogo perplessa: sinceramente come è possibile trovare il tempo e la lucidità per verificare ogni cosa? Le farine sono troppo raffinate. Hanno un glutine che sembra chewingum. I processi industriali lo rendono necessario. Prendo la farina integrale. La pasta integrale. Lo zucchero di canna. Sono tutti falsi. Li colorano. Sono la pasta, la farina e lo zucchero super raffinati che vuoi rifuggire con aggiunta di colorante o parte integrale. Se possibile fanno peggio. Anche questa informazione non so se sia vera o ricada nella categoria “Ma va là” insieme a bufale del calibro degli alligatori nel water.

I biscotti StendinoBianco sono pieni di metalli pesanti. I tonni, qualche varietà in particolare dicono, sono i pesci peggiori. Vivono a lungo e accumulano veleno. A lungo.

Il sale è un nemico insidioso; uccide, lentamente. “È la vita che fa così, non il sale,”obietta il mio amico a suo padre. Il seggiolino auto l’hai fissato? Sei sicuro? Sicuro-sicuro? Hai controllato almeno due volte per figlio che tutti gli attacchi siano ben chiusi? Il tuo bambino è comodo? Sta mangiando qualcosa che possa andargli di traverso? Le tendine? Ci sono le tendine parasole? (da noi no. Sono saltate tutte. Per cause di forza maggiore. Margherita= forza Martina= maggiore. Ne abbiamo solo un paio che mio marito detesta ma Ludo è parecchio infastidito dalla luce diretta e forte e quelle bisogna proprio che resistano). Hai imparato la manovra di disostruzione delle vie aeree ? Sì! Sì! l’ho imparata. Cioè, così mi pare. A bocce ferme. Ma appena sospetto una reale emergenza la rimuovo. Non mi sento più tanto sicura. Che poi quella volta che la Titta ha ingoiato una moneta da 100 lire da coricata ed eravamo già nell’euro da quel pezzo qualche cosa ho fatto, oltre ad invocare ad altissima voce Maria.

E Margherita vive. Ho fatto manovre variegate e pregato. Consiglio questo mix. E suggerisco a tutti di imparare la nota e collaudata manovra di Heimlich. Dico “nota e collaudata” così do ad intendere a me stessa che ora la possiedo. Dai, dai. Sei preparata. Ce la farai. Se dovesse presentarsi la necessità. Di nuovo! Ci raggiunge una notizia di cronaca estiva: un ragazzino annega in piscina. Tragedia che lascia me e migliaia di persone nello sgomento. Ogni volta che succede ci sconvolge e corriamo con la mente ai nostri figli, nipoti, amici. E ci sembra di dover essere sempre presenti e capaci di intervenire. (Per me è anche un incubo ricorrente. Un figlio  mi cade in acqua e non riesco a recuperarlo. Di solito mi succedeva durante la gravidanza del figlio immediatamente successivo al protagonista del sogno. Me la sono spiegata come paura di trascurare chi è già nato per le necessità così totalizzanti richieste dal nascituro, una volta nato.)

L’esperto interpellato nella giornata di picco emotivo legato alla notizia consiglia con tono genitoriale (quel misto di “ti aiuto io, dai; ti voglio bene però te lo faccio pesare”) di fare dei corsi di nuoto entro x anni + o – 1. E di salvataggio in mare per i genitori. E di pronto soccorso. Manovre, pressioni, respirazione. Cose da evitare. Consiglio decisamente ragionevole. Non ho nulla da eccepire. I ragazzi che vanno a vivere da soli non sanno farsi da mangiare e ancor prima non sanno farsi la spesa. Lo dice un po’ sconsolata un’altra esperta in radio. E anche lei consiglia corsi. Corsi di formazione per il risparmio, per la spesa intelligente, l’uso intelligente delle materie prime in cucina. Per evitare gli sprechi. Per mangiare cibo fresco e sano e far quadrare i conti. Poi ammette. “Una volta queste cose le imparavamo in famiglia”. Con i resti della carne si facevano le polpette. Con le verdure una meravigliosa frittata. Le chiare d’uovo non finivano mai nello scarico ma in piccole meringhe. Vedevamo la mamma o la nonna che facevano così. Ora non ci sono. Sono a frequentare corsi.. O più spesso ancora a lavorare! O a tenere i figli delle loro figlie che devono lavorare. Ma invece che imparare a fare la spesa intelligente, le vacanze intelligenti, i consumi intelligenti, i piatti intelligenti invece che avere case, auto e telefoni intelligenti, se diventassimo intelligenti noi, di nuovo?

Ora magari capita che la mamma o la nonna siano ancora in carica come donne di casa e non le stai a sentire o a guardare perché su Granchioarancio Channel c’è il giovane cuoco toscano che spiega alla neosposa e neomamma e veterolavoratrice come far quadrare buona cucina e poco tempo a disposizione; non prima di averla sminuita un poco per la sua inettitudine. Oppure c’è quella inquietante signora inglese che cucina a tutte le ore del giorno e soprattutto della notte e ha un modo di entusiasmarsi per me preoccupante. Nel suo programma ti propone ricette con l’unico scopo di procurarti un tracollo post prandiale e una non troppo futura ostruzione arteriosa.

Sai truccarti?

Evidentemente no. Cara. Carissima.  “Guarda, guarda qua. Dai su. Svuotiamo il tuo beauty.” “Il fondotinta è di una nouance troppo chiara per il tuo incarnato”. Dice la veneta a New York su Youtube o su Real Time con un tono di dolce rimprovero.

L’ombretto è scaduto. Il pennello sporco. Sorrisino e una scossa di testa. Il make up che usi sempre non è adatto al tuo viso allungato. Lo dice come un’ovvietà. Ed è così lì nell’olimpo dei professionisti del trucco. Ora ti commisera apertamente, lo dice alla ragazza in studio con lei ma pensa a te. Pensa a me. Me lo sento. E vai di tutorial per il trucco da sera. Per le grandi occasioni, no? Quali? Ah, certo! La lezione aperta di flauto dolce a classi unificate. Oppure il saggio di danza moderna in palestra. Così almeno posso fare colpo sul nonno dell’altra bambina così brava. (Tanto ho il marito che minimizza). Sono d’accordissimo su tutto. Fosse per me mi iscriverei a tutti i corsi suggeriti e anche ad altri che sono ancora da pensare. Però così il rischio di nevrosi è dietro l’angolo, proprio lì insieme al sospetto pedofilo pronto a ghermirti il figlio. Non prendo in giro nessuno, sia chiaro. Anzi sì, ce l’ho con una persona in particolare: me. Mi prendo in giro perché se mi ascoltassi sempre disperderei tutte le esauribili energie di cui dispongo in mille rigagnoli. E poi sì una critica la muovo. Generale, generica forse un filino qualunquista. Trovo che sia un sintomo questo. Di moltiplicare competenze, abilità e abilitazioni necessarie. Di tradurre tutti i bisogni in corsi da seguire. Ci troviamo con un albero tutto stortignaccolo, le foglie sporche e rattrappite, i rami che si rubano luce e ossigeno l’un altro. Allora invece di spazzolare le foglie una a una o intervenire su ogni singolo ramo, perché non torniamo alla radice? Alla terra. E poi dovremmo anche potare.

Insomma l’educazione è questione centrale e non può essere affrontata a pezzi. È più un corso monografico su un Dante ad esempio che miriadi di seminari su autori minori o strane avanguardie. È integrale perché riguarda la persona e la persona è una. Intera, interdipendente e molto complessa. Ma cresce se tende ad uno. Se in mezzo al sinfonico manifestarsi delle cose sa riconoscere qualcosa che tende a unirle, senza omogeinizzarle come una pappina da svezzamento. Insomma, lasciamoci stupire dallo squadernarsi di tutte le bizzarre o poetiche realtà che ci circondano senza irrigidirci sui primi principi che ci pare di avere capito e che sentiamo di possedere. Al parco acquatico quest’estate una mamma con accento romano, che spiccava in mezzo a noi longobardi, mi racconta mentre i nostri figli bisticciano per i turni sul tappeto elastico che il piccolino non cresceva di un’oncia. Non cresceva. Non c’era verso. Né si trovava una spiegazione. Ricoveri. Esami. Niente. Non salta fuori niente. L’altro figlio di qualche anno più grande sembra non accusare nessun malessere. Lo dice perché, si fosse trattato di un fattore ambientale o alimentare, avrebbe colpito entrambi, pensavano lei, il marito e i medici. Decidono esasperati e preoccupati di cambiare casa e città. Sono qui da noi ora. Al Civile di Brescia un medico capisce. Il bambino aveva un avvelenamento da cianuro. Per via dell’acqua. La falda era inquinata. “Lo stavo avvelenando” dice la mamma raffreddando in una frase giornate di brucianti sensi di colpa. Perché certo mica era colpa sua. “Ma io sono la mamma e devo accorgermene. Devo proteggere. Non posso, con le mie stesse mani, offrirgli veleno nel cucchiaio.” Il grande stava bene perché non mangiava le pappe. Le pappe si preparano con l’acqua e non sempre, non tutti usano l’acqua imbottigliata (che poi si dice a volte di qualità peggiore di quella che passa nelle tubature. Vedete che allora c’è da diventare matti?). E poi il piccolino anche durante il bagnetto ingurgitava ogni tanto per prevedibile accidentalità qualche bella sorsata.

Questi fatti, questi pericoli tutti contemporanei ai quali siamo esposti diffondono la piaga del sospetto. E ragionando su di essi mi capita spesso di tornare col pensiero ad un esempio di Don Giussani ne Il senso religioso. Spiegava la ragionevolezza nei rapporti umani parlando della mamma che ti prepara il risotto e descriveva come assurdo, irragionevole il comportamento del figlio che per decidersi a mangiarlo ne richieda un’analisi chimica approfondita. No, se sei una persona ragionevole hai tutti i motivi per fidarti della tua mamma. E ti siedi, tranquillo, e mangi. Così conosci, per fede. E per fiducia, sulla fiducia cresce l’infrastruttura delle relazioni umane. Di famiglia in famiglia, allargandosi alla comunità su, su fino a chi ci governa.( Fantascienza?) Adesso mi arrischio in una considerazione generalista, già so. Però è questo che abbiamo intaccato. Non è la mamma e basta che prepara. Non è solo di lei che devo preoccuparmi. Ma del fatto che lei si preoccupi abbastanza e sia sufficientemente informata e sia sistematica nello schivare sostanze tossiche e nello scegliere alimenti adatti.

Io di mio oscillo tra momenti di rigore assoluto, di zelante applicazione delle traballanti conoscenze accumulate via web, attraverso chiacchierate con altre mamme, qualcuna con un medico, da una parte  e un lassismo del tutto arreso e fatalista dall’altra. Poi ogni tanto capisco. Anche qui. Anche per questa quotidianità così concitata. Anche nel fare la spesa. Anche al bivio tra una corsia e l’atra. Anche sbugiardando le tecniche di visual merchandising degli scaffali (non mi fregate più: lo so che quello che volete vendere a tutti i costi è ad altezza mano-occhi). Anche leggendo l’etichetta dei biscotti. Anche dribblando tra esigenze di portafoglio e valori nutritivi. Anche sedando una rissa tra sorelle per la scelta dell’ovetto Kinder. Bisogna essere razionali. Lucidi. E una volta valutate le poche variabili in nostro possesso decidere e fidarsi di Dio. Dio rende tutto razionale. Non ci sono più divinità nascoste nelle cose. L’alimentazione perfetta è un idolo. La dieta è una cosa buona e giusta. Ma appunto è una ed è cosa. La salute fisica è importante ma non la cosa e neanche la salute più importante.

La sicurezza totale in macchina è un miraggio. Ok, si mettano sempre le cinture però no panic se una volta la terzogenita se le scorda. Le polizze assicurative non obbligatorie sono utili, ma a volte si può anche tagliarle come voce di spesa dal bilancio familiare se un figlio ha bisogno di aiuti specifici ora e i soldi e i parenti sponsor non sono infiniti. E i figli sono tanti. Cicale per necessità al di fuori. Formichine che accumulano tesori in Cielo all’indentro. O almeno questo sarebbe il mio intento. Mi fido di più della Provvidenza che della previdenza. A rischio psicosi cibi e vestiti cancerogeni fino a qualche secondo prima, mi rifugio nella saggezza della Chiesa che ci invita da sempre alla temperanza. Al distacco dalle cose. Cerco di fare del mio meglio e di lasciare al Padrone della vita il computo degli anni che ci spettano ancora. Cerco di guardare all’armadio delle figlie come ad una comproprietà. Perché i vestiti che non usano o sono veramente di troppo non sono loro. Sono di qualcun altro che li sta aspettando. E allora lavorando più su me stessa che su di loro dico: “cerchiamo di regalare a bimbi che non vedremo mai una delle maglie più belle. Una gonna luccicante. Un pigiama ancora nuovo”. Una di loro mi sta doppiando talmente è disposta a regalare le sue cose preferite. Le altre due hanno un attaccamento viscerale e affettivo a tutte le cose che sono loro. O meglio che sono passate nel loro campo visivo. Che sforzo immane. Che fatica essere liberi. Dalle cose e dalle paure. Perché se non riesco a liberarmi della mia maglia più bella sono un po’ della mia maglia. Se ripenso con rammarico all’abitino da cerimonia prestato pericolosamente all’amica distratta sono di quel vestito. Se non so separarmi dal primo grembiulino che ho comprato per la prima figlia, sono anche un po’ del grembiulino. E invece voglio essere libera. Il cuore è mio e lo gestisco io. Ma vuoto o tutto pieno di cose  non mi serve a niente.

E Il cuore è Suo e Glielo regalo perché lo rivoglio vivo e pieno di Tutto. Ecco, così dalla spesa allo Sposo senza passar dal via.

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3 thoughts on “Cosa ci tiene insieme?

  1. L’ha ribloggato su lavitasempreintornoe ha commentato:
    “Mi fido di più della Provvidenza che della previdenza…”

    Quale previdenza? Per noi 40enni nel “mezzo del cammin…”?

    A parte gli scherzi…

    “Che sforzo immane. Che fatica essere liberi. Dalle cose e dalle paure. Perché se non riesco a liberarmi della mia maglia più bella sono un po’ della mia maglia. Se ripenso con rammarico all’abitino da cerimonia prestato pericolosamente all’amica distratta sono di quel vestito. Se non so separarmi dal primo grembiulino che ho comprato per la prima figlia, sono anche un po’ del grembiulino. E invece voglio essere libera. Il cuore è mio e lo gestisco io. Ma vuoto o tutto pieno di cose non mi serve a niente.

    E Il cuore è Suo e Glielo regalo perché lo rivoglio vivo e pieno di Tutto. Ecco, così dalla spesa allo Sposo senza passar dal via.”

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    • Io mi sono arresa al non saperGli dare il meglio di me. …..qualche volta, credo, mi abbia fatto la gentilezza ( pur nel dolore ) di prenderlo Lui x farlo nuovo !
      E allora : tutto quello che non so darTi prendilo pure, è Tuo, e fallo nuovo!

      Liked by 1 persona

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