Il volto, i volti.

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(Articolo già pubblicato per La Croce Quotidiano, http://www.lacrocequotidiano.it)

Sto studiando. Lo faccio perché mi piace. Mi piace perché le cose interrogano. Sono evidenti e misteriose, familiari e inconoscibili. Allora tocca fissarle, a lungo. Fino a che, di nuovo, tornino a spaventarci per il fatto così inspiegabile e continuo che esistono.

E guardo anche me come oggetto esistente, come essere che esiste. Soggetto, certo.

Ex sisto. Spunto fuori, buco il piano dell’essere, spunto fuori e sto in piedi sulla crosta del mondo.

Sento a volte come  l’assurda presenza del  nulla che ci insegue e soffia sulle caviglie il suo fiato gelido, raggelante.  Non mi avrai, Nulla. Sei nulla, senza maiuscola.

Sono e siamo. Eravate, era, fosti, furono; saremo tutti. Per sempre.

Mi  succede, passando attraverso la folla, che mi sorprenda un pensiero gigantesco: le innumerevoli facce, la moltitudine immensa delle persone. Davanti, intorno a me un piccolo scampolo di questa folla senza fine.

Un’anziana asiatica, il bambino tedesco che dorme nello zainetto la guancia accaldata sulla schiena del padre, un gruppo di uomini e donne che vedo solo di spalle, la guida turistica francese con la bandierina levata in alto, io, una figlia per mano.

Oh! Che soprassalto. Facce a migliaia e milioni e miliardi come tante finestre sull’infinito. Sul non sapere Chi è Quello che ci chiama, che sembra farsi trovare e poi sparisce e tace. Dio a volte tace.

E penso a un Dio capace, solo, di consolarci tutti.

Una volta da bambina, undici anni, dodici al massimo credo, mi è sorto improvviso un pensiero, mentre camminavo lungo il vialetto della casa dell’amica del cuore, un pensiero forte, intenso  come una percezione vera e propria.

Ho pensato al volto di Dio in Gesù. E ho intuito che a Dio piace essere pensato, cercato, amato, se non c’è di meglio, addirittura detestato nel modo specifico che ogni singola faccia può fare e solo quella. Perché avere gli zigomi così e gli occhi così, essere alti 1,69 e non 1,73 avere i ricci e poi non più, mi permette di pensare a Dio nel modo che è solo mio, caratteristico, non trasferibile. Perché la persona e la sua sintesi, la faccia, sono quanto di più inalienabile ci sia. Guardare il Signore attraverso lo schermo della mia faccia. Del viso. Che cambia. Ingrassa, dimagrisce, invecchia. Si lascia segnare dal tempo e dai sorrisi e i corrucci. Chissà se ha qualche dignità questo pensiero.

Il viso. Il volto. Certo, il volto è decisivo. Nel viso c’è la possibilità di stare di fronte a un altro. Ho incontrato un caro amico stamattina. Eravamo a messa entrambi, insieme a molta altra gente. Nel santuario mariano che amo e che mi aspetta praticamente dietro casa. Ci salutiamo, guardiamo entrambi rapiti la faccetta del mio bimbo. Caspita ma sai che Ludo è proprio bello? Un’altra amica due giorni fa mi disse:  Sì, Paola, è bello in modo imbarazzante. È così, non c’è che dire.

Bimbo bello, bimbo mio, ti amo. Bimbo dolce, bimbo Suo, ti ama.

Raccontiamo ognuno all’altro le proprie vite. Fatti, persone, gioie, paure. Io paure, lui no. Semmai consola. Imparo, senza saperne i nomi, di una coppia sposata che a tutti i costi esige un figlio. Soffrono moltissimo perché non ne hanno e non ne possono avere. Nel modo più assoluto. La natura non perdona mai, disse J. LeJeune (non prima di avere ricordato che Dio lo fa sempre e gli uomini qualche volta).

I genitori dello sposo soffrono con lui e appoggiano, anzi incoraggiano, non potendo e volendo fare altro, lui e lei nel progetto di andare a procurarsi un figlio. No, non con l’adozione. Eterologa. In Spagna. Viaggi, informazioni, cataloghi. Scelta. Gestazione. Va a buon fine. Figlio in braccio. Ora la mamma non lo sopporta, lo respinge. Non lo vorrebbe quasi più. Perché non sa riconoscersi in lui. Non aveva pensato a questo rinculo. Il calcio della pistola che a tutti i costi hanno voluto impugnare le ha restituito un colpo durissimo. Smarrimento, fastidio. Confusione e rabbia. Il dolore di prima non è passato. Di non poter avere figli. Avere un  figlio non basta. Forse allora è il bambino ad essere sbagliato?

E il buco si allarga.. La domanda, la fame di senso si allarga e incattivisce. Il volto, la faccia di questo bambino. Lui ha scritto sul viso che viene anche da altrove. “Non è mio!” vomita adesso la mamma che non sa spiegarsi cosa sta vivendo. Avere figli naturali ti permette di riconoscere da dove vengono (nasi, guance, piedi storti, posture e gesti. Li riconosci, in te o in lui o in qualche zio lontano). Di attutire lo sgomento che spesso comporta tenere in pancia e poi in braccio una persona nuova e ignota.

(Chi adotta uno o più figli sconta un dolore precipuo ed accede alla maternità e alla paternità per una via impervia e ricca. Per certi aspetti magnifica. Questo intravvedo spiando la vita dei miei amici con 4 figli adottivi.) Eppure vorrei dire a questa mamma che ha una grande, enorme occasione. Amare questo figlio per quello che è. Accettare lo iato largo che lei stessa col marito ha voluto scavare tra loro e lui e amarlo contemplandone l’alterità. È nato, c’è. Lo amino e lo custodiscano. Lo aiutino, andando contro la legge, quando sarà grande,  a scoprire chi gli ha dato i caratteri fisici; gli insegnino a trasformare questo smarrimento in una vera angoscia esistenziale. E a trovare infine una Madre per sempre, un Padre che non scappa, un Papà che lo ama e lo aspetta. Come tutti. (Lo riscopriranno loro stessi? Sapranno anche chiedere perdono a questo Padre e a questo figlio? Prego che sia così, presto).

I Cristiani saranno quelli che raccoglieranno sempre e comunque tutti i piccoli di uomo o gli uomini grandi e grossi dal cuore rattrappito e li aiuteranno a rintracciare in sé i tratti divini. Questo credo. Fermamente. Nuovi costruttori di civiltà, in una nuova post imperiale e decadente barbarie. La Pasqua è vicina.

Christus vincit. Christus regnat. Christus imperat.

 

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