Handicap Cup

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Ok. Facciamo una classifica delle abilità. Si potrà no? Non è che sapersi scaccolare guidando possa essere considerata un’abilità dello stesso valore di saper scrivere un libro o tradurre una lingua morta. Facciamo anche che alcune abilità non entreranno per nulla in classifica, come quella scelta come esempio fin troppo trash.

Credo anche che si dovrebbe fare una disamina del termine. Abilità? Competenza? Caratteristiche personali? C’è tutta una letteratura in merito che ho pure studiato in un trapassato remoto; e forse un po’ troppo rapidamente ho dimenticato o almeno resa talmente generica da assomigliare ad uno specchietto della rubrichetta “Forse non tutti sanno che..” della intramontabile settimana enigmistica. Un po’ arbitrariamente quindi scelgo un altro termine. Propongo capacità. L’essere capaci di. Partiamo con la hit:

capacità di camminare

capacità di saltare

capacità di rifarsi il letto

capacità di andare in bicicletta

capacità di allacciarsi le scarpe

capacità di guidare

capacità di fare più di una cosa contemporaneamente

capacità di cantare

capacità di fare interventi di microchirurgia

capacità di prestare le proprie cose

capacità di regalare le proprie cose

capacità di aiutare un altro

capacità di chiedere scusa

capacità di ascoltare

capacità di decidere

capacità di accettare le conseguenze delle proprie decisioni

capacità di impegnare tutta la propria vita per qualcuno

capacità di amare

capacità di perdonare

capacità di soffrire

Fine. Ho finito la classifica.

Ah, funziona come quelle dei brani pop della settimana. Dal ventesimo al primo posto.

Quindi in testa alla classifica svetta lei, la capacità di soffrire.

Per questo ritengo che tutti i disabili gravi vadano difesi da una società che intende liberarsi di loro,  ponendo fine ad una vita con una evidente mancanza di qualità.

È di questo che si parla quando si fa riferimento a un esercizio della pietà secondo il quale chi è troppo disabile, chi non è abbastanza umano, chi ha una vita che ormai non si può più chiamare umana, abbastanza umana, allora seppure con grande (?) dolore è giusto che venga ucciso, no?

Difendiamoli, allora.

Non è che siccome sono handicappati, incapaci di capire l’altro, di ascoltare l’altro, di cogliere il valore ineludibile e  indisponibile di ogni persona, e poverini riescono solo a vedere le competenze più grossolane,  non è che solo perché hanno paura di guardare in faccia il dolore altrui o la solo esteriore deformità di qualche bambino o anziano, non è che soltanto per questo vadano eliminati. Non meritano di morire per questo.

Vanno amati, compatiti, educati, se vogliono e si arrendono. E tenuti a distanza da bambini imperfetti e meravigliosi. Come il mio ad esempio. Che potrebbe pure guarire nel corpo se continuiamo a chiederLo a Chi può.

Non sembra proprio ma questo mio pezzo ha preso ispirazione da due Papi, ben due. Uno mentre scrive da cardinale oltrecortina e parla di amore coniugale e dice che il pudore e la castità dimostrano con forza il valore inalienabile e irriducibile dell’uomo. L’uomo non accetta di essere ridotto a mero oggetto di godimento, per questo prova pudore ad essere guardato così e sempre per questo trova nella ardua virtù della castità un gratissimo compito di umanizzazione;  perché aiuta il corpo ad obbedire allo spirito, secondo un ordine oggettivo che chi usa la ragione rettamente non può che riconoscere.

(se il principio è solo il gradimento, il godimento dell’altro allora è evidente che chi non è godibile, chi ci ripugna vada eliminato. Karol Wojytila diceva che invece no. Mai. La persona non è mai un bene godibile ma può solo essere soggetto e termine d’amore).

Cioè l’anima è più importante del corpo. (Attenta Paola è un terreno scivolosissimo. È la discesa sdrucciolevole che ha portato fino al disprezzo del corpo. Il corpo è bellissimo, il corpo sono io ma non tutto io.. ).

L’altra fonte di queste riflessioni è il testo del 265° pontefice, al secolo Joseph Ratzinger, che ha scritto due encicliche su due virtù teologali e la terza l’ha lasciata in eredità al Papa attuale, l’altrettanto amato Francesco.  Insomma sto parlando di Giovanni Paolo II e del suo Amore e responsabilità (se vi interessa misuravi con le sue di parole e non con le mie che ne hanno riportato il pensiero le pagine sono da 127 in avanti e riguardano La metafisica del pudore); e della Spe Salvi lettera enciclica pubblicata nel novembre del 2007. Ne cito alcuni passi:

Al punto 38 dice: «La misura dell’umanità si determina essenzialmente nel rapporto con la sofferenza e col sofferente. Questo vale per il singolo come per la società. Una società che non riesce ad accettare i sofferenti e non è capace di contribuire  mediante la com-passione a far sì che la sofferenza venga condivisa e portata anche interiormente è una società crudele e disumana».

È scandente, potremmo dire con il linguaggio e le categorie ai quali il post-moderno ci sta abituando.

È una società non proprio evoluta. Non tanto avanti nel vero progresso. Una società con un livello molto basso circa una qualità che invece la definisce propriamente come umana.

E anche soffrire per affermare la verità è una declinazione fondamentale dell’essere umani. Se sparisce si disumanizza tutto. E sappiamo che non umanità non è solo assenza di umanità ma contro-umanità.

Assenza di umanità significa perversione, mostruosità. Purtroppo è così. Il genere neutro esiste solo in alcune lingue. Noi siamo costretti a camminare in equilibrio su una fune. Corpo e anima anzi persona che è insieme corpoeanimatuttoattaccato.

«Soffrire con l’altro, per gli altri; soffrire per amore della verità e della giustizia; soffrire a causa dell’amore e per diventare una persona che ama veramente – questi sono elementi fondamentali di umanità, l’abbandono dei quali distruggerebbe l’uomo stesso. Ma ancora una volta sorge la domanda: ne siamo capaci? » (Benedetto XVI, ibidem)

Ecco una questione interessante.

(Articolo già pubblicato per La Croce. http://www.lacrocequotidiano.it/abbonarsi-ora)

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