Quello che alla Pixar non sanno

 

riley

 

 

 

 

 

 

È che siamo dei magoni animati.

Ho appena visto al cinema l’ultima fatica della casa di produzione californiana che ci ha regalato – insomma, regalato – cose come Toys, Monster & Co., Alla ricerca di Nemo; si intitola Inside Out. Riuscito lungometraggio animato che rappresenta in maniera felice le principali emozioni che si agitano in noi e che influiscono sull’andamento della nostra esistenza. Sono Paura, Rabbia, Disgusto, Tristezza e Gioia.

È la storia di una bambina, Riley, che nasce e che inizia ad intrattenersi con la vita attraverso la Gioia. «Solo tu ed io,  per sempre»,  ma l’idillio si infrange contro il primo mal di pancia o attacco di fame dopo soli 33 secondi. Inizia l’avvicendamento con le altre emozioni: la tristezza e poi la rabbia, che la difende dalle ingiustizie, la paura, che la mantiene al sicuro come una sorta di bodyguard fifona ma efficace e disgusto, che vigila sui rischi di avvelenamento alimentare e sociale.

È molto divertente vedere la commedia che si svolge in noi e vederla assieme agli altri.

Ci sono i ricordi fondamentali che sorreggono, se così si può dire, i bastioni della sua personalità; e i pensieri che partono solo in veglia come un lungo treno che vede formarsi i binari in tempo reale al proprio passaggio. E in cabina di regia c’è gioia, insieme con gli altri, ma insomma è lei che fa girare tutta la baracca e tutti, pubblico compreso, ne sono rassicurati.

Quando fuori succede un fatto importante (una volta si rovescia una scatola nella mente di Riley che contiene fatti e opinioni  e lì sul tappeto si vede come “tendono sempre a confondersi”) che imprime un cambiamento epocale nella vita della dodicenne allora dentro gli equilibri sono minacciati. Gioia non è più la regista indiscussa; le altre emozioni prendono loro malgrado il sopravento. E tristezza va contenuta, circoscritta il più possibile.

In effetti viene voglia di mandarla via, la tristezza..

Con la duttilità del disegno animato e il mestiere di autori e sceneggiatori, sono riusciti nell’intento di esprimere in maniera comprensibile e gustosa le dinamiche intrapsichiche che ognuno può riconoscere in sé. La complessità interiore è ben suggerita e si capisce che assomigliamo molto più ad universo in espansione che non ad una macchina con ingranaggi ben oliati.

Si intuisce che in cabina di regia, alle spalle dei 5 soggetti così fortemente caratterizzati, c’è un soggetto più grande. Un io libero che decide. Almeno io ho voluto capirlo così. E che non sono solo le emozioni a influenzare le decisioni, ma anche il contrario. Ovvero, se imparo a giudicare diversamente una situazione – la casa nuova, la nuova pochissimo affascinante città di San Franschifo, il clima così diverso da quello delizioso (!!) del Minnesota..-  allora nasceranno anche emozioni diverse. Voilà, questo sarebbe il mio breve sommario con tentativo di chiave di lettura.

Sennonché il mio amico non  immaginario (perché nel lungometraggio ce n’è uno immaginario vero), che non ha il naso da elefante e non piange caramelle, ma è piuttosto surreale e molto divertente – oltre che particolarmente geniale e potrebbe benissimo lui pure aver progettato dei razzi a propulsione canora – , mi aveva telefonato nel pomeriggio per intimarmi di andare al cinema, proprio ieri.

Dovevo vederlo a tutti i costi questo film per dire quello che lui pensa: alla Pixar non sanno una cosa importante. Non sanno che la tristezza non è solo utile perché ti permette di chiedere aiuto agli altri e ti libera dalla costrizione di corrispondere sempre ad un’immagine di energetica spensieratezza. Non è solo utile. È essenziale.

Tradisce il nostro volto più vero. È vero che la gioia è il sentimento più autentico che proviamo nei confronti della realtà,  perché la realtà è un enorme albero di Natale carico di doni. Ci troviamo una montagna di cose attorno che prolungano senza soluzione di continuità il tappeto dei giochi fino agli estremi confini della terra:e lì ci si trova l’erba. Ci si trovano i fiori; e le lucciole, l’uva. Poi alberi, luna, sole, acqua, pioggia, nuvole e tuoni. E poi la musica, le poesie; stormi di uccelli. Pesci. Cani, gatti. Amore, passione, cose terribili e magnifiche. Anche diversi insetti molesti, invero. Tanta roba, insomma.

Ma poi, seriamente, che c’importa? Non saremo un po’ tutti viziati perché diciamo o ci sentiremmo di dire: tutto qui? E poi?

Ecco, sono triste. C’è tutto e non mi basta.

Sono triste. Perché avevo chiesto un altro regalo e non è arrivato, ancora.

Sono triste perché potessi papparmi il mondo intero come fosse un mega Happy Meal strapieno di toast patatine dolcetti e giochi resterei male, dopo. A parte accusare una non più recuperabile crisi epatica, sarei triste. Perché  sembriamo piccoli e limitati invece siamo fatti a caverna, siamo buchi neri di bisogno. Siamo un mastodonte che ha schivato meteoriti scongiurato la propria estinzione e mantiene intatto da molte ere il suo famelico desiderio; si aggira per il mondo e non si sazia.

Ecco, signori della Pixar. Questo è quello che penso. Siamo tristi perché amici, famiglia, hokey, fidanzati, libri, idee, giochi, progetti, case e città nuove, sono robetta. Cosucce.

Insomma, dai quello era il corto. Adesso bisogna che cominci il film vero. Ecco la protagonista che incontra dopo anni inaspettatamente una persona bellissima che quasi non ricordava più;  eppure la riconosce. Si riconosce: ah! Ma quindi sono figlia di Re! Ecco il mio regno. Oh, qui sto bene. Ci sto bene. Dai, cià. Tutti a bordo: amici, babbo con la barba e che lavora, mamma carina e generosa di fianchi, amici vecchi e nuovi, mazze da hokey.

Siamo arrivati. Siamo nell’isola dell’infinito. E oltre.

(Articolo già pubblicato per http://www.lacrocequotidiano.it/abbonarsi-ora)

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