La debolezza forte della nostra carne

(Articolo pubblicato per La Croce, http://www.lacrocequotidiano.it/abbonarsi-ora)

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Finché ne scrivo sono tranquilla perché nessuno s’accorge che ancora ho dubbi sulla pronuncia del suo cognome.

Fabrice Hadjadj.

Ho chiesto un unico titolo di questo magnifico autore a mio marito per il mio recente compleanno. E lui me ne ha regalati addirittura tre. Escluso quello richiesto, naturalmente.

Fatto sta che sto leggendo ora un bel libro dalla copertina rossa sfregiata da due segni neri come tagli. L’immagine è Attese, di Lucio Fontana, scopro solo leggendo all’interno. Quindi sono tagli..

Il testo uscito già da più di un lustro è Mistica della carne. Ne abbiamo già parlato anche su La Croce? Sono un po’ vintage nelle mie proposte, almeno come autrice di inviti alla lettura. Poco importa, spero. Io provo a dire la mia. Anzi la sua. Di Fabrice.

La profondità dei sessi. Quelli, nostri, femminile e maschile.

Carne e incarnazione, vorrei ricordare con sublime semplicismo, sono parole cugine. C’entrano davvero l’una con l’altra. E questa intanto la mettiamo lì.

Da qualche tempo, grazie alle sollecitazioni che i cambiamenti sociali ci propongono e alle prepotenti spinte che le alimentano e grazie al fatto che ho incontrato in epoca universitaria, quindi remota, il De Civitate Dei di S. Agostino, provo a meditare e a riflettere sul fatto inestirpabile della tendenza sessuale nell’uomo, nella persona.

Parto con la certezza che la Chiesa abbia in sé la vera parola definitiva e viva, tutta e sempre da approfondire; la grande luce che sola può illuminare e farci guardare senza voyeurismo questo mistero carnale. E spirituale.

Perché altrimenti non resta altro, a noi non sempre preparati cattolici di frontiera – penso a me!-, che parlarne con un prurito calmierato, sì, ma simile a quello del mondo, che mette il sesso al centro di tutto togliendolo però dal cuore del mistero personale che siamo, che siamo noi, maschi e femmine.

Il mondo di ora lo mette al centro, in alto, in bella vista, ridacchiato, osannato, medicalizzato, sviscerato. Ma alla fine spogliato. Alla fine arriva a nient’altro che al suo annientamento. Nel gelo, nella meccanica, nella tecnopotenza il sesso sottratto a Dio sfugge del tutto anche all’uomo e diventa prima pazzo ma presto abulico, frigido. Impotente.

Corriamo un rischio, noi cristiani, a mio parere senz’altro modesto e troppo vagamente documentato ma almeno come sforzo illuminato dalla fede. Mi pare che corriamo questo pericolo specifico: siccome la materia è giustamente oggetto di pudore la lasciamo troppo nascosta e non detta. E allora su di essa si posano sempre e solo le parole e gli sguardi del mondo. Non penso sia necessario parlarne in senso sanitario, con una sorta di pseudo distacco, no. Quello lo fanno già. Credo sia necessario contemplarlo, prima di tutto.

Non va fuggito. Non dobbiamo lasciarci illudere che senza saremmo quasi angeli, che potremmo farne tranquillamente a meno. Ci serve, anzi, questa sorta di umiliazione che l’impulso sessuale ci infligge perché così ci ricorda che non siamo divini. Non sappiamo comandare nemmeno in casa nostra!

E nemmeno trattarlo come fosse una ghiottoneria sottratta alle dispense di quel Padrone severo e accigliato. Che sarebbe Dio secondo i suggerimenti dell’infame tentatore.

Come se il piacere fosse una leccornia rubata a Dio.

Alla fine avevamo ragione ad avercela con Lui, sembrerebbe; Lui non ci voleva davvero felici e ci teneva nascosto qualcosa. Come se i nostri corpi fatti così non li avesse inventati Lui. Allora ci teniamo stretto questo piacere o lo rifuggiamo; in entrambi i casi schifati di qualcosa. Di Chi secondo noi avrebbe voluto lasciarcene privi oppure disgustati del piacere stesso così rapace e umiliante; perché ci strappa alla ragione, quella facoltà che ci fa sentire quasi arrivati all’essere divini; e poi, appena se ne va, il piacere, ci restiamo così male.

Post coitum omne animal triste. Detto latino che ritrova eco in  Aristotele nel suo De generatione animalium, secondo la puntuale citazione di Hadjadj, «in forme più concise: “Nella maggioranza degli individui e nella maggior parte dei casi, l’atto sessuale è seguito da uno sfinimento”. Oppure : “Perché i giovani, le prime volte, prendono in antipatia quelle con cui hanno appena avuto rapporti?” Shakespare è molto più severo:

Non appena goduta che subito spregiata,

Fuor di ragione cercata, e, non appena avuta,

Fuor di ragione odiata, come un’esca inghiottita

A studio posta per rendere furioso chi la morda. ».

(p. 66, Mistica della carne)

Ricordo anche quel testo meraviglioso che ho letto e consigliato e invece devo proprio studiare di Wojtyla, Amore e responsabilità, che analizza con paziente lucidità la complessità del fenomeno dell’amore e dell’atto coniugale e ritrovo qui, in questa riflessione così vivace e potente del franco-tunisino convertito al cattolicesimo, tante affinità.

Dobbiamo obbedire all’invito perentorio dell’inclinazione sessuale, pena il suicidio della specie umana.

Per questo vedo, forse proditoriamente, forse semplicisticamente, nella distorsione, nello stornare questo piacere lontano dalla procreazione o per via anticoncezionale o peggio per via della normalizzazione di orientamenti sessuali sterili per forza, per la forza di una natura che ancora comanda, vedo in questo il desiderio sadomasochista di un’umanità drogata che si detesta.

Per capire noi stessi come persone e come popoli nella marea della storia sono convinta si debba andare sempre ai fondamentali, cos’ ci educa chi usa bene la ragione, così fa mirabilmente la Chiesa. Dobbiamo tornare ancora e ancora al nostro modo di essere fatti e al fatto semplice di essere fatti; a come viviamo i giorni, a cosa ci muove, di minuto in minuto e nello scorrere delle età. A cosa si agita in noi, corpi spirituali e spiriti incorporati.

Dice Hadjadj  schiudendomi una vista che non conoscevo, così impegnata a dibattermi più o meno consapevolmente tra due estremi alla fine così simili, che il piacere sessuale non è da estirpare; e l’umiliazione che ci infligge non è castigo spietato. Né forza da assecondare, esaltare, lasciare correre all’impazzata e alla quale sottomettere tutto. Spiritualismo versus edonismo.

Ripercorro il suo testo che è chiaro e comprensibile più del mio tentativo di riproporvelo:

«In tal modo, le nostre volontà vengono umiliate dai nostri sessi. Davanti a tale umiliazione, ci prende la tentazione di un certo volontarismo, che vorrebbe riconquistare il potere»

(Che abbiamo perso a causa del peccato originale. La disobbedienza ci ha reso disobbedienti a noi stessi, che siamo esseri così regali, meravigliosi, vicini a Dio se solo smettessimo di volerGLi rubare il primato).

«Ma se questi cedimenti fossero il crogiolo per una grazia? Se, invece, di limitarli con il doping, facendo dell’amplesso una competizione, li illuminassimo con la pazienza, non provando più vergogna per la vergogna, lasciando fare alla saggezza dei sessi? Non è questo il motivo per cui la mentalità tecnica piomba su di essi con tanta cattiveria?

Dietro quello che pare un problema meccanico, Tommaso d’Aquino scorge un abisso teologico. Comincia con questa domanda ingenua e smaliziata nello stesso tempo: “nello stato di innocenza la generazione avveniva forse attraverso il coito? Nel suo trattato De homine, Gregorio di Nissa avrebbe sostenuto che, se non ci fosse stato il peccato originale, il genere umano si sarebbe moltiplicato “come gli angeli”, senza contatto tramite l’intervento della potenza divina”. »

Ma «il “bue di Sicilia”,  muggisce contro questo pericoloso spiritualismo: certo che ci sarebbe stato il coito! E che le oche giulive capiscano che l’innocenza non risiede in un amore disincarnato! Ma, precisa il grande dottore citando S. Agostino, “le membra avrebbero obbedito come le altre, seguendo la volontà, senza il pungolo di una passione seduttrice, in piena tranquillità di anima e di corpo”. Più avanti, aggiunge che l’intelligenza non sarebbe annegata nel ribollire della libidine, e che questa ragione sopravvissuta, lungi dal raffreddare il piacere, l’avrebbe sollevato verso una gioia più alta: “Nello stato d’innocenza il piacere sensibile sarebbe stato tanto maggiore quanto più pura era la natura e più sensibile il corpo.

Sì, conclude, il nostro, «questa dottrina della Chiesa è letteralmente sbalorditiva. Quanti diffondono l’idea che il peccato originale deriva dall’unione dei sessi si barricano dietro una maldicenza ignorante. Secondo Tommaso è lecito pensare l’esatto contrario: se Adamo ed Eva si fossero “conosciuti” in questo purissimo atto carnale, scoprendo la gioia ineffabile di una comunione senza ombre sarebbero stati immunizzati contro la tentazione dello spirito impuro». (Ibidem, p.68)

Il problema è che Eva si allontana..e resta sola. Ma Adamo, dov’era? Che ci fosse già un divano nell’Eden e l’attrazione irresistibile tra i due – lui e il divano – agisse già prima della caduta?

Fatto si è che era da sola e così è successa la catastrofe. E il Giardino è sbarrato, per sempre. Per questo cercare di tornare lì e stornare da noi questa disobbedienza nella nostra stessa carne è impossibile.

«Ora le parti sacre sono irrimediabilmente vergognose» (p.70, Ibidem).

E questa impossibilità a dominarci resterà con noi come correzione, non come castigo. Spossessati perché avremmo voluto possederci oltremisura, più di quanto Dio ci aveva già concesso. Che era tanto, tantissimo.

Ora la perentorietà e lo spossessamento di noi stessi che provoca la tendenza sessuale, l’impulso, ci ricorda che abbiamo poco di che fare i gradassi. Spezza il nostro orgoglio. Se non si tramuta in furia di possesso.

Mistico ed erotico si avvicinano.

«E ciò che c’è di più scabrosamente fisico rimanda a ciò che vi è di più duramente spirituale». (Ibidem)

 

 

 

 

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