L’Amore al tempo dei Post it

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Ho ritrovato questo messaggio, scritto proprio così, su un foglietto rosa, tra le molte carte sparse in cucina messe lì a tormentarmi nel mio inesausto bisogno di ordine. All’imbrunire sono quasi riuscita a smaltirle tutte ma il  giorno dopo si riprodurranno e torneranno ad assieparsi su tavoli e lavagnette magnetiche. Ci sarà una Penelope della cellulosa all’opera, nottetempo, in casa nostra?

Quante cose si affollano in casa! Soprattutto fogli. Al giorno d’oggi, ora che siamo nel 2015 e l’Europa ce lo chiede –declama la qualunquista che c’è in me scuotendo il suo testone – , in questi tempi in cui la digitalizzazione ci assilla fin dalla nascita, ci troviamo a lottare con decine di fogli al giorno.

Volantino del basket,  volantino del servizio animazione compleanni, calendario scout, calendario anno catechistico, prove del coro natalizio, avviso di richiamo per le vaccinazioni elevato all’ennesima potenza, referti medici spediti per posta, promozione tende da sole scaduta, menu pizzeria take away, menu sushi (ma quando mai?), bigliettino col prossimo appuntamento dal dentista..

Ma non c’entra nulla questa considerazione. Tanto avremo tutti da qualche parte, incastrato tra i cuscini del divano, una copia de Il magico potere del riordino.  Presto o tardi salterà fuori.

La mia terzogenita, Isabella, mi scrive spesso. Oltre a dirmi a voce decine di volte al giorno quanto mi vuole bene (ed è sicura di volermene molto di più di quanto io ne voglia a lei e molto di più di tutto l’ universo, doppio giro, più centocinquatamila; questa è per lei la quantità più grande concepibile. Più uno), mi lascia dei pizzini.

Questo mi ha colpito. E non l’ho buttato, dopo i 25 giorni di conservazione obbligatoria nella vaschetta dei disegni e produzioni varie.

Non è bello essere sgridati, mi dice.

E aggiunge tutta una serie di esempi e corollari melodrammatici come sgridi solo me, difendi lei che è grande e me che sono piccola invece..; è tutto il giorno che ce l’hai con me.

Quando alzo la voce o uso un tono di rimprovero anche appena accennato lei, salvo eccezioni nelle quali trova la battuta o la faccia giusta per metterla in ridere, ci resta molto male. A volte reagisce opponendosi con forza, altre, spesso, piangendo. E mi dispiace, davvero.

E anche le sue sorelle, a turno, quando il destinatario di una reprimenda non sono loro, vogliono sapere una cosa: “ma tu, mentre la sgridi, le vuoi ancora bene?”

Certo che sì. Dico io.

E di solito l’argomento maggiore a supporto della tesi è quello per assurdo.

Se chi sgrida non vuole bene, allora chi non sgrida mai vuole molto bene, pensate voi. Annuiscono entusiaste..

Invece no.

Perché se stai attraversando la strada e arriva una macchina e io non ti dico a voce alta, anche con tono duro, che ti devi fermare e subito, tu ci finisci sotto. Quindi non sgridarti non è volere bene. Alle volte è addirittura il suo contrario.

-Mamma, non si capisce niente. Però so che se dici due volte “non” nella stessa frase dici sì. Comunque a me non mi piace quando mi sgridi, ecco.

Neanche a me, dico tra me e me, convenendo con lei. Devo lottare con la mia natura, lo so. E con la vostra. Con la stanchezza, con molte cose.

-Bambine, diventare buoni è un gran lavoro.

Ma insomma mamma tu sei buona o cattiva?

Vi voglio bene, sempre. Anche quando la sclera degli occhi diventa più grande e la voce si alza. Anche quando mi scappa qualche frase poco meditata.

Sono cattiva perché nessuno è buono come Dio, Penso al Vangelo. Ho ancora tante radici da strappare, tante passioni da temperare e tristezze da respingere. Tante frustrazioni da accettare e superare e ansie da non buttare più su di voi.

Va bè, comunque la mamma non serve mica solo per sgridare, dice Isabella

Io lo so a cosa serve, conclude sempre la piccola.

A volerti bene, ecco a cosa servi!

Come al solito rubo idee alle mie figlie e penso al mio rapporto con Dio. Lui che è padre per davvero, ci rimprovera?

Forse si arrabbia e ci punisce? Non certo come noi facciamo, tra di noi, nemmeno nella forma più nobile che è quella dell’amore genitori e figli.

È il nostro modo che assomiglia un poco al Suo, sebbene molto al ribasso.

Non è Lui che con lo zoom della nostra immaginifica e stolida mente diventa mastodontico e ci rimprovera al massimo grado.

Margherita dice che lei sente che Dio è buono e le piace molto stare in casa Sua.

Martina dice che è troppo piccola per credere che nell’ostia consacrata ci sia davvero Gesù e che Dio non si fa mai vedere e non fa niente.

E non guarisce suo fratello. Lo dice esclamativa ma è una domanda.

Calma, ragazze.

Stamattina il cielo, per esempio, era stupefacente. Un mare azzurrissimo che lambiva una spiaggia rosa e arancio di nuvole fatte a dune, appesa in alto.

Io non lo so fare un cielo così. Ma chi ce lo fa trovare sì.

So che Dio è sovrano, potente, terribile. E pieno di amore e sollecitudine per noi come fossimo bambini che gattonano. E forse fa a volte un po’ come la mamma che ti sgrida o ti lascia piangere e non ti dice sempre sì. Per giunta Lui non deve vedersela con gli assalti del dubbio, come me, per esempio. Avrò fatto bene? Ho esagerato questa volta? Potevo lasciar correre?

So che il vostro cuore è perfetto e ferito. Dotato di tutto quello che serve e non ce l’ho messo io.  So che avete doti e debolezze distribuite variamente. Che siete già capaci di piccole, squisite cattiverie. E di atti di amore sincero.

Gratuito non so. Dovrei guardarvi non vista, forse.

Sono teneri quadretti, questi. Ma noi non siamo degli illusi. Anzi siamo piuttosto spaventati, a volte. Io lo sono. Il mondo, guardato da sola, mi mette paura.

Penso a voi, bambine. E vedervi nel freddo di un domani che non conosco, davanti a chissà quale minaccia, mi fa tremare.

Allora, invece che restare affacciata all’esterno, con la vertigine di un futuro immaginato, mi rannicchio nel mio cuore al presente. Mi rendo conto in questo modo che lo sguardo di prima, così spinto in avanti, non era che la visione di un miope.

Si tratta di fede piccola.

Come se Gesù Cristo non avesse davvero vinto il male.

Come se l’uomo non fosse sempre lo stesso e la storia, per quanto incrudelita dall’azione del terribile nemico che schiaccia i talloni pesanti e gelidi sui nostri giorni, non fosse una faccenda di Dio. Come se la salvezza non fosse una, per sempre e per tutti.

La fede è vedere senza vedere. È sapere senza che sia tutto illustrato, messo su pagine chiare. La fede è conoscenza del fatto indistruttibile della Resurrezione. Come di una forza che da sotto sostiene e dall’alto attrae e mantiene in orbita la terra, acceso il sole, pulsanti i cuori.

È allora che mi pento di non aver pregato abbastanza, perché pregando vedo che il mondo è piccolo e Dio grande. E soprattutto che Cristo è nella storia, non sono favole. Che il bene soffre, ma vince. Che di soffrire siamo capaci anche noi
e con Lui abbiamo già vinto.

Ogni tanto ho una specie di intuizione che forse è più il ricordo di qualcosa che qualcuno mi ha insegnato. La vita, nella conoscenza che tenta sempre più di approssimarsi a Dio, che frequenta Cristo nel Suo modo di essere presente davvero, anche se chiuso nelle apparenze povere dei sacramenti e della realtà , la nostra vita, la nostra esistenza, può essere una cosa immensa, fatta di libertà, di pienezza, di meraviglia. Non c’è niente di davvero spaventoso perché Cristo è Cristo. Punto.

Si tratta allora di fare e rifare ogni giorno lo stesso viaggio di stupore. E di metterci al lavoro sulle cose che contano davvero. Gioia, pace, libertà e altre bazzecole.

Si tratta di accettare la fatica di lavorarci come pezzi di metallo duro. Di usarci la durezza di uno che picchia sul ferro e poi la tenerezza impacciata di un papà che va a prendere il figlio all’asilo.

Di lasciarci scoprire crudelmente le nostre debolezze da chi ci ferisce e consolare da chi ci vuole bene.

Signore, noi siamo tuoi, ricordatelo. Anzi, ricordacelo.

 

(Articolo già pubblicato per La Croce  http://www.lacrocequotidiano.it/abbonarsi-ora)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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6 thoughts on “L’Amore al tempo dei Post it

  1. Che dire? GRAZIE infinite per le tue parole che sono un’iniezione di fiducia. Fra poco andrò in chiesa per la mia ora di adorazione eucaristica e parlerò a GESU’ anche di Martina, Margherita, Ludovico e di TE che cerchi di fare del tuo meglio.

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