Desiderabili effetti collaterali

familyday

 

Siamo arrivati in tempo.  Undici e quaranta circa. Lo dico per i nostri amici bresciani che ci hanno dileggiato via Whatsapp e Facebook perché loro a mezzanotte stavano già partendo e noi invece avevamo in programma di avviarci alle cinque e quarantacinque. Sì, siamo stati al Family Day. Siamo stati, anche noi, il Family Day.

Noi, che ogni giorno è il giorno della famiglia, ma non come il film “il giorno della marmotta” per cui tutto ricomincia da capo ogni volta e siamo intrappolati nello stesso giorno identico a se stesso. Ogni giorno è giorno della famiglia perché noi e l’altro milione e novecentomila arrotondati per difetto (dato della questura) che ci siamo portati belli e disarmati al Circo Massimo siamo famiglie. Veniamo da famiglie. Ci dibattiamo dentro le nostre famiglie. Ne vogliamo testimoniare la bellezza, certo, ma non perché siamo particolarmente simpatici o particolarmente integri moralmente. La bellezza della famiglia è da imputare innanzitutto alla sua esistenza. E ora, malgrado noi, malgrado la nostra natura tutt’altro che bellicosa, ne dobbiamo mostrare la resistenza. Esistiamo e resistiamo. Involontari salmoni risaliamo una corrente che tira altrove.

Anche un po’ balenottere spiaggiate eravamo,  per la verità, una volta rovesciatici esausti sulla rena del Circo Massimo; dopo mezza dozzina abbondante di ore di vibrazioni che l’autostrada trasferiva dal suo manto al nostro sedere per mezzo degli pneumatici (si dice gli pneumatici non i, scusate, approfitto:  ho delle istanze personali da portare avanti) del nostro glorioso Scudo Fiat.

Avevamo al nostro fianco un’altra famigliola dotata di tre figli e sprovvista solo momentaneamente del papà. La mamma dei tre bambini era invece provvista di tantissima pazienza e dolcezza oltre che di pennarelli, quadernetti, libri e una fantastica coperta da pic-nic.

Che non ha però impedito alle mie figlie di impanarsi da capo a piedi. Isabella: una lacrima dipinta sotto l’occhio sarebbe bastata a farne un malinconico Pierrot. Non malinconico, anzi. Solo Pierrot. Margherita invece preferiva stare in piedi e ottenere in cambio di due battiti delle sue lunghissime ciglia macchine fotografiche o tablet altrui con i quali scattare memorabili foto.

Martina si sta specializzando nella lamentela random. Con guizzi impagabili di entusiasmo e uscite di felicissima sintesi sul significato del nostro essere lì, insieme. Si sentiva d’altronde in qualche modo protagonista per via della coincidenza del suo onomastico con il Giorno della Famiglia.

A proposito di foto.  Siamo retrogradi, cattoqualcosa,  medievali e tutto l’armamentario, però anche noi si è del tutto proni alla modernissima moda dei selfies. Abbiamo fatto tanti selfies! Per questo vorrei  fare un appello a qualche bravo foto ritoccatore: toglietemi subito quel riflesso rossastro dai capelli e il doppio mento. Uniformate l’incarnato. Cancellate occhiaie. Oltre un certo linite non possono essere considerate smokey eyes. I sorrisi invece sono tutti perfetti.

Abbiamo fatto festa. È stata una vera festa. Ci siamo trovati ad abbracciare visi veri e non di pixel e a scoprire robuste trame di amicizie reali tessute piano piano, nei giorni, nelle ore, a volte nelle notti con pazienza disinteressata via smartphone e via email.

Ci siamo inseguiti con gli hastag.   #Civediamoalmassimo è diventato #siamostatialmassimo, preceduto dal quanto mai opportuno #ticercoalcirco;  seguito da un trionfante #siamoilmassimo; per chi è stato costretto a casa è partito un inclusivo #ericonnoialmassimo. #Eroalmassimo è stato poi trasformato in un più colossal #Eroialmassimo. Il mio personale contributo è stata una proposta strategica- già suggerita via sms a Costanza in occasione del Convegno  sulla famiglia di Milano del gennaio 2015 –  per dissuadere eventuali facinorosi: #veniamogiàmenati. Per la verità mi ero scordata di metterlo,  il cancelletto.

Abbiamo ascoltato gli interventi degli uomini (che uomini!) e delle donne (magnifiche le nostre donne! Costanza e Maria Rachele, noi vi si ama spudoratamente) che si sono messi umilmente alla testa di questo popolo. Alla testa per servirlo, è evidente. Discorsi chiari, appassionati, strapieni di ragioni alla portata di tutti. Abbiamo potuto renderci conto, ancora di più, dell’orrore che già si propaga e si sistematizza  per il mondo facendo dei bambini e delle donne una  merce. Altamente redditizia, pare.

Molti dei miei amici ancora non lo sanno. Non se ne rendono conto. Sperano, io credo, sia una esagerazione di questa manica di scalmanati (siamo noi!). Non vogliono soffermare l’attenzione sul disegno che pure, a guardare bene, si vede accamparsi sullo schermo della storia.

Preferiscono credere in fretta alla intrinseca bontà degli uomini, forse. Al fatto che sì c’è tanto male ma il peggio ormai è alle spalle. È già accaduto, lo abbiamo già scongiurato. E abbiamo ormai tanti sistemi di controllo e disinnesco  che impediranno per sempre l’esplosione di tragedie da trasformare in memoria collettiva ad universale monito.

Preferiscono pensare che la normalità continuerà imperterrita il suo movimento ottuso di onda e risacca che cancella impronte di ogni tipo dalla sabbia. Preferiscono, temo, attardarsi sui modi, sui toni che secondo alcuni non sono adatti, sulla del tutto presunta insensibilità al dolore e al desiderio umanissimo di persone che ancora non hanno avuto figli o che non possono oggettivamente averne (perché ancora tanti si fidano della tv? Toni pacati di persone decise; amore per l’uomo, un amore forte, virile e un amore compassionevole. Chi era lì ha visto e sentito questi toni).

A me terrorizza invece la perfida, acutissima sensibilità di chi ha capito questa fame, di chi la sa leggere e la rintuzza. Di chi sa che la persona ha inciso dentro di sé il comando a moltiplicarsi, a vedersi nei figli. E perfidamente ne approfitta. Pervertendo  il desiderio in pretesa.

Non so chi siano ma stanno compilando liste di cattivi da accusare, da additare come colpevoli di questa miseria. Della miseria di non poter essere padri o madri.  Dipingono orizzonti di società liberate in cui questi desideri saranno finalmente in grado di realizzarsi (basterà avere denaro sufficiente. Immagino si stiano già organizzando con sistemi razionali di prestiti e rateizzazioni).

Ikea per esempio ha capito che tutti desiderano sentirsi famiglia, averne una, riconoscersi in una qualche forma di soggetto comunitario che ci liberi dall’asfissia dell’individualismo impostoci – con la nostra complice accondiscendenza – per renderci consumatori più efficienti. E ne ha fatto un punto di appoggio per muovere un’altra leva di marketing. Che vuol dire fare mercato, rendere mercato ciò che non lo può diventare per definizione. I rapporti. La bellezza delle relazioni umane. E tutto perché riempiamo altre case di mobili e oggetti.

Sono stanca, siamo stanchi della pubblicità. Io sono stanca del linguaggio commerciale che saccheggia da anni tutto il mondo dello spirito per far funzionare i propri pay off, per trovare slogan memorabili.

Sono stanca. La bellezza che inizia da dentro, possiamo starne certi, si riferisce a qualche cosa che possiamo ingoiare, dopo averlo comprato. Bevande, cibi, integratori. Le interiora hanno preso il posto dell’interiorità. E noi compriamo cibi, bevande e integratori perché stupidamente speriamo di arrivare al metafisico passando per l’esofago.

Stanno facendo lo stesso con il bisogno di  sentirsi genitori.

Allora con l’aiuto di qualche linguista hanno spostato piano piano la vis delle parole madre e padre al concetto vago di genitorialità. L’essere padri ad una insegnabile competenza normativa; e la maternità tradotta in “prendersi cura” può essere più facilmente esercitata da qualsiasi soggetto il cui carattere sessuato sia un fastidioso retaggio del precedente stadio evolutivo.

La donna non serve più. La mamma non serve più. Ci lasci, per cortesia, il suo apparato riproduttivo che per quello ancora dobbiamo attrezzarci, ma se ne vada via con tutto il suo corredo di visceralità, di immedesimazione, di custodia, di invito all’essere che dice solo lei sappia fare. La cosa tragica è che lo dicano anche alcune donne.

Comunque, il Family Day è durato solo qualche ora (Martina ringrazia, sbuffando un po’) e a noi è costato solo due giorni. Non so quantificare la fatica costata a chi lo ha organizzato e sostenuto.

E ci ha ripagato con una valuta tra le più stabili. Ci ha dato la gioia della condivisione, la gratitudine per chi ci ha aiutato del tutto gratuitamente e nascostamente;  l’orgoglio di sentirci popolo, la possibilità di guardare la storia con una fiducia nuova che non cancella la fatica né la paura per le nubi che imperterrite continuano ad addensarsi. La bellezza di stare con amici di ogni parte d’Italia e del mondo e di sapere che siamo davvero insieme. Ci ha ricordato che siamo potenti. Piccoli e potenti. Tanti piccoli irriducibili centri di potere. Con un’ottima memoria, per giunta.

 

Articolo già pubblicato su La Croce Quotidiano http://www.lacrocequotidiano.it/abbonarsi-ora il 2 febbraio 2016 e riproposto da Radio Maria http://www.radiomaria.it nell’irrinuciabile Commento alla stampa dell’irrinuciabile Padre Livio.

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