E’ l’Europa che ce lo chiede.

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L’immagine del sale e anche quella del lievito rispetto alla massa di materia edibile sulla quale devono agire mi interroga spesso. Un pane buono non sarà mai tutto lievito, né un cibo gustoso tutto sale. Mettiamocela via, saremo sempre una minoranza. Quando allora saremo “abbastanza”? Qual è la forza interna al sale e al lievito che permette loro di trasformare terra e farina e persa la quale non hanno queste nobili materie che da attendersi disprezzo e umiliazione? La proporzione lievito farina è del 5%. Il sale lo 0,5%.

Pochi insomma. Pochissimi. Aspettavo la nostra secondogenita quando, nel bar di una grande clinica bresciana, mangiucchiando di malavoglia un toast che avrebbe di lì a poco preso a insidiarmi l’esofago con il più classico dei fastidi da gravidanza, leggevo,  invece con voracità, un testo che mi appassionò, spaventò e poi incoraggiò non poco. Da piccola ogni tanto mi sorprendevo a desiderare di essere invisibile. Pensavo alla mia versione adulta caratterizzata da un operoso e nascosto servizio agli altri. Volevo fare tanto  senza mai essere al centro della scena. Pregavo che fosse così. E grosso modo la mia vita è così. Ma non più per paura. Anzi devo riconoscere che ho visto crescere negli anni la coscienza di fare parte di un popolo e pure di essere sempre al centro della scena, dell’unica che conti. Il teatro della mia coscienza nella quale filtra la luce dell’Inventore di coscienze.

Leggendo quel libro ho pensato con meno spavento alla necessità di agire e anche di comparire davanti al mondo, se necessario. Trovato e preso, senza nemmeno avvisarne il proprietario, dal comodino di mio papà: “Senza radici. Europa, relativismo, Cristianesimo, Islam”, Marcello Pera, Joseph Ratzinger, Mondadori,  2004. A metà toast mi trovavo alla seconda parte, quella curata dal Cardinal Ratzinger. E la prima- è bello e anche doloroso ricordarlo per via del contrasto con l’oggi- era a cura dell’allora Presidente del Senato. Dal 2001 al 2006 avevamo Marcello Pera, come seconda carica dello Stato. Un filosofo e professore ordinario all’Università di Pisa, divenuto amico dell’allora cardinal Ratzinger. Egli ci conduce in quelle brevi e lucide pagine attraverso un’analisi del pensiero occidentale, del decorso delle malattie che lo hanno aggredito e lo stanno dissolvendo.  Lungo le anse e i precipizi dei suoi relativismi e nel dramma di una stanchezza scontenta di sé che lo chiama a prendere posizione rispetto alla sfida che l’Islam  lancia all’Europa soprattutto. E non vuole prenderla, una posizione. Ci racconta a noi stessi come un Occidente paralizzato e arreso eppure agitato. Un’Europa che ha proposto e almeno fatto consocere quasi ovunque il proprio stile di vita e che sembra ancora trasvolare oceani, ormai  però a motori spenti. Un’Europa che si è auto mutilata svuotandosi dall’interno, un’Europa post europea.

Che angoscia. Stavo invitando un’altra bambina in questa parte di mondo messa così. “Sazia e disperata”, come ricordo disse il Card. Biffi della nostra amata Bologna. Paladina ottusa dell’esercizio di una libertà che neghi Chi l’ha di fatto resa possibile.  Apostata silente che ha in odio Cristo sebbene da Quel fatto – l’Incarnazione –  derivino valori, istituzioni, ideali ancora diffusi. Il Prof. Pera, rivolgendosi poi direttamente al Cardinal Ratzinger,  si chiede se abbia ragione Spengler  a dire che le civiltà come organismi viventi inevitabilmente sorgono, crescono, declinano e muoiono o piuttosto non avvenga come dice Toynbee che non descrive con asettico e disperante  à plombe da etologo lo svolgersi di un ciclo fino alla morte dell’organismo osservato,  ma denuncia piuttosto come causa interna della fine di una civiltà, il venire meno dell’azione vitalizzante delle sue minoranze creative. L’esito sarebbe in ogni caso la morte. Ma avere la possibilità in pochi, in pochi e creativi nel senso più etimologico del termine, di imprimere una traiettoria diversa a quella intrapresa da questo corpo celeste impazzito nel buio del cielo, poter essere l’asteroide che lo impatta e ne cambia il corso senza distruggerlo, o meglio un fermento interno e nascosto che da dentro ne scongiura la putrefazione, che lo investe con i suoi enzimi beh questo è gratificante. Incoraggia a lottare.

E di più se, come ho letto nella seconda parte del libro succitato, è l’animo savissimo di Joseph Ratzinger a porre il suo sguardo acuto e amante sulla storia che da vicino e da lontano ci riguarda. A pagina 67 dell’opera  infatti esordisce ponendoci senza retorica una domanda. «Come intendiamo vadano le cose? Nei gravi sconvolgimenti del nostro tempo c’è un’identità dell’Europa che abbia un futuro e per la quale possiamo impegnarci con tutti noi stessi?»

E poi dice una cosa che ne aumenta ancora la statura, dice, sentite: «non sono preparato per entrare in una discussione dettagliata sulla costituzione europea(…)»!

Parla però subito della necessità di fissare alcuni «elementi  morali fondanti».

«Un  primo elemento è l’”incondizionatezza” con cui la dignità umana e i diritti umani devono essere presentati come valori che precedono qualsiasi giurisdizione statale. I diritti fondamentali non vengono creati dal legislatore, né conferiti ai cittadini, “ma piuttosto esistono per diritto proprio, sono da sempre da rispettare da parte del legislatore, sono a lui previamente dati come valori di ordine superiore”(G. Hirsh, Ein Bekenntnis zu den Grundwerten, 2000). Il valore della dignità umana, precedente ad ogni agire politico e a ogni decisione politica, rinvia al Creatore:  soltanto Lui può stabilire valori che si fondano sull’essenza dell’uomo e che sono inviolabili. Che esistano valori che non sono modificabili da nessuno è la vera e propria garanzia della nostra libertà e della grandezza umana. Oggi quasi nessuno negherà esplicitamente la precedenza della dignità umana e dei diritti umani fondamentali rispetto a ogni decisione politica. Ma nell’ambito concreto dl cosiddetto progresso della medicina ci sono minacce molto reali per questi valori (…)».

L’elenco che segue sembra per noi, solo dodici anni dopo,  cronaca e neanche delle più truci.

E conclude dicendo che « da sempre si adducono finalità buone per giustificare quello che non è giustificabile». Rileggendolo ora mi rendo conto che il secondo punto fondamentale che J. Ratzinger illustra è oggi drammaticamente attuale, anche per me. Non solo il riconoscimento condiviso della inviolabilità della persona e i valori fondamentali dell’Europa sono un’opzione morale non scontata, ma tipica della storia della nostra civiltà; lo è anche e forse ancora più radicalmente un altro elemento. Che viene prima in senso quasi genealogico. « Il matrimonio monogamico, come struttura fondamentale della relazione tra uomo e donna e al tempo stesso come cellula nella formazione della comunità statale è stato forgiato a partire dalla fede biblica. Esso ha dato all’Europa, a quella occidentale come a quella orientale, il suo volto particolare e la sua particolare umanità(…). L’Europa non sarebbe più Europa, se questa cellula del suo edificio sociale scomparisse o venisse cambiata nella sua essenza(…)»

Assistiamo , o meglio ne possiamo contemplare con calma le consolidate conseguenze, allo svuotamento del valore dell’indissolubilità del matrimonio e all’avanzata sempre più prepotente di pretesa assimilazione di altre unioni alla forma giuridica del matrimonio.

L’allora cardinale scandisce con fermezza il suo pensiero ora: «Qui non si tratta di discriminazione, bensì della questione di cos’è la persona umana in quanto uomo e in quanto donna e di quale unione può ricevere una forma giuridica. (…) se l’unione omosessuale viene vista sempre più come dello stesso rango del matrimonio, siamo allora davanti a una dissoluzione dell’immagine dell’uomo, le cui conseguenze possono solo essere estremamente gravi». (pp 67-70, ibidem).

L’odio di sé dell’Occidente non si può considerare che come qualcosa di patologico, aggiungeva poche righe dopo.  L’Europa ha bisogno di una nuova accettazione di se stessa, se vuole davvero sopravvivere. Ma insomma chi è quel grosso cuculo che è venuto a nidificare nel nido intrecciato per secoli da un’Europa traino del mondo?

Non lo so.

Fatto si è che l’Europa serve al mondo.

So che anche un altro cardinale ora che è vescovo di Roma, volando sopra l’Oceano Atlantico,lui invece coi motori rombanti,  ha appena sospirato pensando ad una vera rifondazione europea, a nuovi Shumann e Adenauer.

Per cui avanti, le iscrizioni alle “minoranze creative” sono ancora aperte.

 

(Articolo pubblicato per La Croce quotidiano, http://www.lacrocequotidiano.it/abbonarsi-ora)

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