Rosa e tutti i suoi.

A lumache. Sì, vanno anche a lumache ad certo punto. Rosa e i suoi figli ancora vivi.

Questo me l’ha resa subito simpatica. “Andé a lumaghi!”, infatti, è un’espressione che ho imparato da mio papà ed è un modo garbato per stornare da noi la presenza molesta di qualche molesto interlocutore.

Invece lei va a lumache in senso letterale, insieme con i propri figli. Perché il contatto con la natura è importante ed educativo. E alla fine ingaggiare una gara di velocità tra le chiocciole catturate dopo una giornata di pioggia si rivela un gioco appassionante e coinvolgente per tutti i bambini e i ragazzi. Forse c’è anche qualche cugino o amico.

Rosa è spagnola. È figlia con tanti fratelli, è sposa innamorata, lavora part time nel marketing. E che altro dire? Ha 18 figli.

D i c i o t t o  figli. (Un’amica mi ha detto “E i che fa? Il sindaco, non fa la mamma!”)

E ci ha scritto un libro. Come essere felici con 1,2,3…figli!

Infatti è un manuale. E lo pare davvero nel susseguirsi dei tanti capitoli, trenta per la precisione. Almeno lei così lo chiama alla fine, nei saluti e ringraziamenti. Che contengono anche delle scuse in caso avesse con le sue parole e i suoi modi offeso o urtato qualcuno.

Ma in che modo potrebbe offendere gli altri questa donna? Ha sposato un marito che ama. Lavora. Segue i propri figli. Sceglie per loro le scuole migliori. Fa loro praticare sport e coltivare i talenti di ciascuno.  Invita amici a casa. Insegna ai suoi bambini ad aiutarsi e ad aiutare. Esce da sola con il coniuge regolarmente. Frequenta amiche ed amici. Prega. Piange, ride.

Dorme addirittura.

E il suo libro è già un caso. Tradotto in 14 lingue, distribuito un po’ ovunque e ora in Italia per i tipi di Itaca è a disposizione dei lettori accompagnato dalla prefazione della nota e brava giornalista Monica Mondo.

Offende forse per il fatto che ha superato spudoratamente la soglia sopportabile dal costume diffuso di 3 figli per coppia? Sì perché lo vediamo anche noi che, dai 4 in su, il rischio di sentirsi dire spesso  “voi siete bravi”si accompagna con un chiarissimo, per quanto non detto, invito ad autoescludersi dalle frequentazioni delle altre famiglie “normali”.

O magari ci urta il fatto che nelle circa 160 pagine serrate e leggere nelle quali si racconta non manca mai di dire che quella cosa si fa così e quell’altra cosà?

Ma ha ragione! Alcune cose effettivamente è meglio farle così- e altre cosà. E l’umiltà, che pare tornata di gran moda a sentire i giornali  che rilanciano gli inviti reciproci alla sua pratica da parte di politici e  manager sportivi, non è mostrarsi continuamente insicuri su tutti i temi. E non sapere mai da che parte girarsi.

A me qualche piccolo scompenso, a dire la verità, lo ha provocato. Perché, ad esempio, mi compiacevo con me stessa per avere iniziato alla nobile arte del rifarsi il letto le mie figlie, tutte  e tre, pensate!, all’età di sei anni mentre Rosa dichiara candida che si può benissimo iniziare ad insegnarlo loro dai due in su.

Comunque le mie apparecchiano e sparecchiano. Vanno a prendere l’acqua nel tenebroso garage quando serve in tavola. Fanno delle piccole spese e commissioni per la famiglia. Cambiano ogni tanto il pannolino al  fratellino, senza dimenticarsi di denunciare che sono vittime di schiavismo e che insomma tocca sempre a loro. Piegano il bucato asciutto,  mi aiutano a caricare la lavastoviglie, accompagnano il papà in discarica. A volte azzardano ricette con ingredienti inavvicinabili. E litigano per ogni cosa, ma va bé, non sottilizziamo troppo.

La spesa,  loro, la fanno una volta al mese e online. E da quando la crisi picchia duro niente Nesquick a colazione. E le caramelle si comprano solo in casi eccezionali. Compleanni, onomastici, feste. Quindi comunque abbastanza di frequente.

Qualche volta all’anno si riuniscono e si dicono l’un l’latro quali aspetti ognuno debba migliorare di sé. Il marito approfitta per ricordare a Rosa che ha già 15 figli da far crescere e sui quali esercitare l’autorità..E Rosa si riconosce con onestà questa tendenza troppo accentuata al comando (immaginiamo avesse avuto invece un’indole remissiva e dilaniata dai dubbi! Meglio così, va’). La figlia quattordicenne dovrebbe sforzarsi di essere più gentile e meno scontrosa. La mamma, voce narrante e accomodante il giusto, ci tiene a sottolineare con tenerezza che lei non è così di natura, ma che questo atteggiamento  dipende dall’età difficile che sta attraversando. Che bella questa notazione: non è mamma un tanto al chilo. Vuole bene a tutti i suoi figli in modo intero e personale.

Certo se ne manca uno, di solito, se ne accorge solo al momento del pasto e non prima perché l’andirivieni durante la mattinata o il pomeriggio si fa intenso. Rosa ama la vita. La sua innanzitutto. E quella di suo marito, che stima molto.

E quella di tutti e 18 i loro figli. E questo amore pare poi allargarsi come la chiazza d’acqua che si rovescerà pure anche a loro  a tavola qualche volta! E tocca tutti.

Ama Dio, ma ne parla pochissimo, non si lancia, come qualcuno di mia intima conoscenza, in azzardi esegetici e vezzi da teologa d’assalto. Perché?

Perché ha accettato, io credo, di tuffarsi fin dentro il fondo più fondo della sua propria vocazione. Il matrimonio cristiano. Il matrimonio è una via di santità magnifica e piena di rotture di scatole, invero (come sono sicura sia anche quella della consacrazione), che ha la sua specificità nell’amore mediato.

Nella mediatezza dell’amore a Dio. Io amo il Signore attraverso il mio coniuge. Senza scavalcare nessuna delle sue meravigliose caratteristiche. Compresa quella simpatica abitudine di tirare su il caffè quando non è che lo beva ma lo aspira dalla tazzina, accidenti.

Eppure Dio è lì, presente, in corsa con lei, che riesce a pregare mezz’ora al giorno; ed è pronto ad elargire miracoli per i figli malati, come per Lolita alla quale hanno praticato una trasfusione nelle ossa!!(cosa che non avevo mai sentita nemmeno nominare); ed è pronto ad accogliere quelli che muoiono.

Ah, sì mi ero scordata di dirvelo. E posso invece farlo serenamente perché lo dice subito Rosa stessa.

Tre dei loro 18 figli sono già in Cielo. (E da come lo scrive lei, il Cielo, è senza dubbio una destinazione reale)

I primi tre. A causa di una malformazione cardiaca che ha preso in simpatia la loro stirpe.

E quanto hanno sofferto! E come ne hanno sofferto! Dolore condiviso con i tanti che li amano. Dolore mai tradotto in paura e in tremebonda chiusura a fare altri figli. Non hanno accettato le incursioni di consiglieri d’assalto nell’economia del loro matrimonio. nemmeno dei più vicini, dei più cari, dei più titolati.

Non importa quanto si vive, sembra dire Rosa, che non lo dice. Importa perché. Importa con chi. Importa moltissimo per Chi; e importa sapere che questa meravigliosa e organizzatissima baraonda che la famiglia Pich- Aguilera si è messa a vivere è solo l’inizio.

(articolo già pubblicato per La Croce quotidiano, http://www.lacrocequotidiano.it/abbonarsi-ora)

 

 

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4 thoughts on “Rosa e tutti i suoi.

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