Onu, Onan, Caino, Abele e tutti noialtri.

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Non so da che parte pigliarla questa faccenda. Non si sa più come farlo nascere di nuovo, questo uomo. Non si sa che forcipe usare per schiacciare un po’, senza offenderli, il cranio al Caino e all’Abele incastrati nella fase espulsiva di questo travaglio che ci trattiene dalla luce. Che ancora ci attende.

Non si sa come fare nascere di nuovo in testa a questi uomini così cerebrali e stupidi il ricordo di quel fatto sanguinoso che è la loro nascita.

Che peccato che non ne abbiamo tutti un ricordo vivo e cosciente. Del nostro travaglio e del parto. Sarebbe tutto più semplice, se avessimo buona memoria di questo fatto. Di quel periodo.

Se vedessimo arrivare sui binari della memoria il vagone che custodisce quel giorno. Quel giorno della nostra nascita. E non basterebbe.

Servirebbe forse che conservassimo in una qualche vecchia credenza, dentro scatole di scarpe,  le polaroid delle nostre più belle giornate intrauterine.

Potremmo poi caricarle come  tante #picofthemonth da mettere su Instagram.

Non so da che parte cominciare. Davvero.

Il fatto è che “Oggi – 28 settembre –  è la giornata dell’aborto sicuro perché non ci siano più 50mila vittime dell’aborto insicuro all’anno”. È la parafrasi di un titolo dell’Huffington post on line.

Letta così, la notizia, letta magari di fretta come facciamo spesso, parrebbe che la ricorrenza sia già una tradizione.

E invece il titolo mente facendo credere una cosa che nel testo e nella realtà ancora non c’è. Ma, come spesso accade, è quasi come se la facesse succedere. Una sorta di profezia che si autoimpone.

Il fatto descritto è questo, in sintesi: vi sarebbe un arcipelago di diverse centinaia di associazioni sparse per il mondo (però vorrei vederne nomi e indirizzi; e sapere a quali matrici si possono ricondurre) che ha scritto una lettera al Segretario Generale dell’ONU per chiedere che il 28 settembre sia riconosciuta giornata mondiale per il diritto all’aborto. Non la ingentilisco nemmeno con il corsivo o il grassetto, la cosa.  Non voglio obbedire alle pressioni dittatoriali sul pensiero e sul linguaggio.

«Ogni anno sono infatti quasi 50mila le donne che perdono la vita a causa di un aborto non legale e quindi non sicuro, mentre 41 milioni di adolescenti portano a termine una gravidanza indesiderata o conseguente a uno stupro».

Sono dati enormi, non v’è dubbio. E la pietà che segue allo sgomento e all’indignazione per la sofferenza subita da tante ragazzine – quelle stuprate intendo- è il minimo che il cuore umano possa provare ed esprimere.

L’articolo prosegue con tutta una frettolosa manfrina sulle angherie che subirebbero i poveri medici non obiettori a causa dei cattivissimi bulli che si ostinano ancora, nel 2016- dico io!-, ad obiettare. Per tutto il trasandato articolo si fa leva sulla pietà umana per diritti lesi ad alcune categorie di adulti, come quello a non vedersi lavati e disinfettati gli strumenti chirurgici per praticare gli aborti per i medici non obiettori, alla volte straziati persino da odiose interruzioni di ferie, tacendo una cosa grossa come un elefante che non vuole vedere più nessuno. La lesione enormemente più grave, il diritto straziato più di tutti è quello che si infligge alle straziate carni dei feti che non nascono. Si riducono a muti tranci di carne umana persone che aspettavano di avere una storia da srotolare.

 

Ma la musica sta cambiando, cari miei, sembra dirci la signora Silvana Agatone, presidente di Laiga, libera associazione di medici non obiettori di coscienza in Italia, intervenuta al parlamento europeo a Bruxelles, nel convegno in occasione della giornata internazionale del diritto all’aborto sicuro dal titolo: “Coscienza pulita? Quando l’obiezione di coscienza si scontra con i diritti sessuali e riproduttivi e i diritti Lgbt”.

Siamo in pieno contagio. Siamo dentro una follia del linguaggio perpetrata a suon di slogan, circolari e linee guida.

Siamo, o rischiamo di essere, sonnolenti avvallatori di atrocità che non stonano quasi più ai nostri orecchi. (Invero stonano eccome a moltissimi orecchi. Serve il coraggio insistente di ripeterlo spesso e bene; serve l’audacia di non abdicare al buon senso per non scontentare il senso comune, come direbbe più o meno il Manzoni. Lo so perché sono mesi che infliggo I promessi sposi la sera alle figlie. Il capitolo sulla peste è da imparare a memoria. Impareremmo anche a riconoscere la storia ritorta delle idee che rinunciano ad umiliarsi di fronte alla realtà e forse, prima che il contagio dilaghi, a mettere in atto rimedi ragionevoli. Altrimenti si finirà per urlare ancora e a vanvera “dalli all’untore!”).

Burocratiche atrocità che, se evolvono fino allo stadio di para-diritto e si declinano in protocolli e linee guida, affileranno altri bisturi e accenderebbero aspiratori che strapperanno sempre più esemplari di esseri umani dal tessuto che li nutre dentro il corpo di una donna.

Mettere sullo stesso piano una gravidanza “solo” indesiderata e uno stupro, intanto, è assurdo. Notevole invece il fatto che 41 milioni di bambini siano nati. Nel periodo su riportato la cosa agghiacciante che la giornalista cerca di farci sposare come obiettivo luminoso, come una tappa della marcia sorda dei diritti che deve proseguire fin dove si ha paura di pensare, è che l’anno prossimo potrebbero esserci 41 milioni di aborti in più. Questo potrebbe essere il traguardo al quale la giornata per l’aborto sicuro potrebbe trascinarci.

Insieme a innumerevoli altre iniziative, senz’altro. Tutte voci di una polifonica crudeltà mondiale che accorda contralti, soprani, tenori e bassi per il suo amen solenne. Tutte feste liturgiche di una laicità aggressiva che sta colonizzando il calendario intero. (Ricordate? Maggio è anche il mese sfrontatamente dedicato alla masturbazione da questi onanismi mondiali della sanità perduta).

Perché con sempre maggiore frequenza e normalità vengano portate a termine interruzioni di gravidanze che non si vuole vengano portate a termine. Al loro naturale termine. Che sarebbe la nascita. La quale inaugura a sua volta quello stato particolare e vertiginoso che si chiama vita, che di suo  tende ad un’altra fine che è anche, per chi se lo chiede ancora, un fine. E di fine in fine si ammiccherebbe tutti verso il destino che preme dietro il velo della morte.

Ma anche su quella incombe la scure dell’autodeterminazione – (la più ridicola e inconsistente panzana che gli uomini si lasciano raccontare da che mondo è mondo). Anche a quella vogliono, loro  – non so i nomi, ma sono persone precise,- si tolga l’effetto di grande appello all’oltre.

 

Questo è il modo in cui riesco a prendere in mano, per poco, l’argomento. Ce ne sono numerosi altri, più profondi e ampi.

C’è la devastazione economica che l’uccisione di tanti futuri uomini comporta. C’è il mercato che si fa di organi e tessuti rubati a questi bambini. C’è il dolore delle donne che hanno abortito e devono magari per la loro intera vita di sopravvissute raccontarsi che invece hanno fatto la cosa giusta. Questo è l’unico modo che ho di pensarci. L’altro è difendermi dall’accusa di eroismo per non avere ucciso nessuno dei miei figli prima della fase espulsiva.

Non è eroismo. Non è una choice. Non è la choice giusta. Non è testimonianza, non è difesa della vita. Non è essere pro life.

È il minimo sindacale, signori. E lo direi, sarei tenuta per amore di verità a dirlo, magari con la gola chiusa e gli occhi pieni di lacrime ed un provvidenziale ed inestirpabile senso di colpa, anche se avessi compiuto il misfatto. Anche se avessi abortito volontariamente due, cinque o sette volte.

 

 

 

CitizenGO aveva subito lanciato la petizione perchè l’Onu respingesse la proposta. Notizia di oggi è che l’ONU ha rifiutato di istituire il “giorno internazionale dell’aborto sicuro” (“International Safe Abortion Day) come era stato chiesto da lobby mortifere sedicenti femministe.

Quasi  450 associazioni abortiste avevano scritto la richiesta al Segretario Generale  Ban Ki-moon. La giornata scelta era il 28 settembre.

Ma più di 170.000 persone hanno sottoscritto la petizione  di CitizenGo che chiedeva di rifiutare tale proposta.

Pochi mass media avevano dato spazio a detta petizione, ovviamente (la cosa purtroppo non ci stupisce). Eppure c’è stata una consistente mobilitazione.

E per fortuna l’ONU non ha avuto l’ardire di dichiarare una “giornata internazionale” per celebrare la violazione del diritto umano più fondamentale di tutti, cioè del diritto alla vita.

Redazione

Fonte: CitizienGo

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One thought on “Onu, Onan, Caino, Abele e tutti noialtri.

  1. Quando il senso comune nn è più patrimonio comune, le pretese più illiberali e sciagurate di qualche gruppo minoritario tendon sempre a divenir cappio vincolante x l’intera collettività. Vorrei, poi, ribadire che il valore di una vita umana nn è dato dal modo in cui essa viene concepita; e nemmeno dalle sue deficienze o potenzialità. Chi più, chi meno, siam tutti esseri problematici e imperfetti. E, ancora, smettiamola di utilizzare la terminologia ideologizzata della neolingua. Se iniziamo perdendo la battaglia delle parole nn avremo speranza alcuna di vincere la guerra: un bambino dentro il grembo di sua madre nn è un feto ma un essere umano in età gestazionale! L’uccisione del quale, è un assassinio, anche se viene commesso sotto copertura legale.

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