Quello che non so

Quello che non so

 

Non so cosa mi aspetta domani.

Non so che cosa mi diranno le bambine appena le incontrerò, domani.

Non so.

Non so quali parole atti o cose passate attraverso me come un cavo trasmittente e ignaro hanno toccato chi e hanno lasciato cosa. Qui in camera, al bar. Al piano sotto questo e al piano terra.

Non so in che giorno della settimana sono nata e anche se mia mamma me l’ha detto qualche volta il ricordo sfuma. Mi immagino il papà che corre avvisato dalla segretaria dell’azienda e la sua faccia quando scopre che sono io, una bambina.

Non so, non so.

Non so di cosa soffra il bambino appena ricoverato nella stanza n 23, quella singola, video controllata. Non so cosa pensi provi speri sua mamma. E suo papà?

So che siamo tutti pallidi, quasi azzurri come i corridoi.

Non so perché solo nella nostra stanza manchi il crocifisso. La ragazza in camera con noi disegna bene. Ho voglia di chiederle di disegnare un crocifisso ma non ho il coraggio. Ancora.

Non so quando usciremo davvero perché le informazioni sono parziali, troppe variabili a giocare sul piatto dei giorni.

Non so perché ogni volta che vedo un cielo terso con un azzurro così forte che sembra uno schiaffo mi prenda una grande nostalgia ed un senso di spreco. Ah sì, lo so. È perché non ho più il lago a poco da me. Se c’è sereno o anche un forte vento il lago mi chiama. Devo sapere com’è questo azzurro specchiato nelle acque grandi del Garda. E vedere le corse del vento in mezzo alle onde che alza.

Non so.

Non so perché a quella ragazzina senza respiro nello sguardo sia successa una cosa così orribile. In tre, due anni fa, le hanno fatto male. Tre maschi e lei bambina. Ma a loro importava solo fosse femmina. Non parla, ogni tanto il vulcano esplode e travolge chi passa.

Non lo so e mi affretto ad abbandonare le scene immaginate e i “se capitasse a chi so io” senza neanche riuscire a dire un nome perché nemmeno lì, dentro un’ipotesi, possa trovarsi vicino a tanto orrore.

Non so e prego. Sono stanca e un po’ sciatta nelle orazioni. Il corpo trasferisce alla mente quel senso di non dovere fare niente. E invece è che non si può fare niente. Ho proposto alla mia compagna di stanza di chiedere un tapis roulant. Ha riso, cara. Così arrabbiata, estrema nel suo non riuscire a sperare e ogni tanto la gioia fanciullesca sale e la fa bere. Come aranciata nella cannuccia. Poi torna giù.

Non so come mostrare un po’ di bene  a lei e alla sua mamma che all’inizio di una nottata ha rovesciato la sua mente un po’ confusa in braccio a me. Dolori, separazioni, malattie. Tradita, picchiata. Poi l’esaurimento. «Poi riparto e mi hanno detto “complimenti signora, davvero. Ce l’ha fatta”. Prendo ancora medicine e non lo dico mai a nessuno». E a me? Penso.

Continuano a scendere parole e ricordi. Figlie sgattaiolate nella vita perché quella sera lui era stato così gentile e mi aveva salvato dall’altro. O perché l’altra i preservativi erano finiti.

«Che faccio- mi dicevo? Faccio nascere un altro figlio qua dove ci sono marito e moglie che non si comprendono e litigano? Sì, lo faccio, però.. ».

 

Non so perché la zia ricca si sia presentata con un computer nuovo e avesse quello sguardo di trionfo..sei contenta Lucia? Dai che adesso sei contenta!

Su

Non so perché solo a me Lucia racconti quanto vorrebbe farli contenti e dire che è passato tutto e ora sa perché è al mondo e sa che può essere felice. «Ma come posso pensare che questo succeda per un computer nuovo? Ecco ora mi sento in colpa. Dovrei essere contenta per davvero. Loro se lo aspettano.. Non posso».

Non so cosa le dicano i dottori. Sono preparati, certo. Intanto io le dico che ha ragione. Il tuo cuore grida, bambina. Hai tante ragioni, i tuoi ti vogliono bene. Siamo tutti insufficienti, sai?

 

Passa un sacerdote tutte le mattine. Si ricorda di Ludo dal primo ricovero. “Certo che me lo ricordo! Pensavo mamma com’è bello questo bambino. Che mistero la sofferenza innocente”.

E poco dopo, lui cappuccino, scopertosi chiamato dopo 5 esami di Biologia, innamorato del nostro Dio, dice con enfasi sussurrata: «com’è grande il Nostro Signore. Come è meraviglioso!»

E passa tutto il giorno a visitare persone ammalate, molti sono bambini. Si è allenato a non assuefarsi al dolore e a non impazzire. Inizia il giro dei 7 reparti dopo la preghiera. Ascolta, accarezza..un po’ freme. Ha l’Eucarestia sul petto. Nascosta.

Se ricominciasse una grande fame, che bello..

Se ricominciassimo ad andare a mangiare l’Ostia. Se ci ricordassimo di più che c’è questo strano estuario di pane che ci butta in mare..

Certo, facile farne poesia. Difficile confessarsi, comunicarsi e non vedere succedere niente. E tornare nello stesso corridoio, alla stessa poltrona dura. Tornare e vedere i bambini uguali. Il pianto monotono di quello piccino e biondo sempre girato verso destra. Con la sua mamma magra e bionda lei pure.

La mamma che si fa dire tutto dal figlio ma non lo ascolta davvero. Lui le dice che è colpa sua. È colpa tua e del papà! Dice e singhiozza. Si sono lasciati e presi troppe volte.

Dovevo appoggiarmi a qualcosa e cercavo in voi ma voi eravate frana. Illusione di roccia..

Povera mamma che, pure, non si accorge, due minuti, dopo di dire a me che “adesso basta”. È ora si faccia una sua vita. Ha sofferto troppo. Hai sofferto tanto. certo.

Facile.

Facile sorridere, seppure con compassione sincera; facile, per chi ha deciso di lasciarsi andare e obbedire alla vita. E nel regno del paradosso, finalmente, a passo incerto e rotto da ripensamenti e strattoni d’orgoglio, ora sì, mi sento libera.

 

 

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4 thoughts on “Quello che non so

  1. Leggo e nella mia mente scorrono le situazioni descritte ed il tuo senso di impotenza . Ho percepito che ti trovi con Ludo in un ambiente di cura. L’abbandono nelle SUE MANI è l’unica strada percorribile e vedo che tu hai deciso così. Paola cara, se non ho capito niente dei tuoi sentimenti scusami. Io continuo a pregare per Ludo, per te, tuo marito e le bimbe.

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  2. Una volta, ormai sono passati anni, un’amica aveva una figlia.
    Due occhi blu profondi e alla quarta recidiva al cervello (un caso studiato nel mondo per la sua rarità). Seppi del suo aggravarsi che stavo tornando dal mare con i miei figli. Ero in auto e per tutto il viaggio ho pregato per Bianca distratta dalle canzoncine per bambini e dalle grida gioiose delle più piccole che non sapevano.
    Ho lasciato a casa tutti, appena arrivati, e sono corsa in ospedale.
    Elena era fuori dal reparto, seduta alle sedie di plastica incollate al muro vicino alle scale. C’erano amiche (anche mie) con lei che la circondavano…io l’ho abbracciata e le ho detto di getto come un urlo non urlato “Lasciala andare”. (ma non ero io a parlare, l’ho capito molti anni dopo)
    Come si fa a dire una cosa del genere? Non si può dire una cosa del genere se non dentro una certezza grande di bontà, oppure perché un Altro sta parlando attraverso di te e a tua insaputa, come mi ha detto venti giorni fa Tall (un’altra mamma dolorosa) che è arrivata a confidarmi che davanti alla sofferenza e alla morte degli innocenti, piccoli, indifesi c’è il Mistero che parla attraverso chi hai vicino. Tu non capisci, non ascolti e ti arrabbi, ma con il tempo e l’aiuto di Allah ricostruisci tutto, un pezzetto alla volta, con pazienza.
    Il tuo pezzo è poesia ferita e io non ho il diritto di aggiungere nulla, ma qualche volta non si può stare in silenzio e ti ringrazio.

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