Ho visto la mia anima in un campo

crepuscolocampoparma

Ho visto la mia anima in un campo.

L’ho trovata distesa, ferma e scura, dentro l’ovale sciatto e irregolare descritto dalla  vegetazione attorno.  C’erano alcuni alberi piegati in avanti, verso di lei, e ciuffi disordinati di canne grigie che la punteggiavano. Un patetico lido di massi grossi e bianchi scendeva fino alle sue rive, nere.

Eravamo a passeggio per le nostre campagne. Il tramonto affrettava il passo dopo un canto di luce accesa che si era accompagnata al caldo lieve dell’autunno. L’azzurro si stava indorando; ecco avrebbe presto ceduto al rosa. L’arancione poi si sarebbe imposto sul foglio del crepuscolo e infine il viola e poi ancora azzurro o forse indaco. Forse, di lì a poco, tornando a casa in auto, avrei capito l’indaco.

Ma ora sono lì, davanti a lei. Davanti a quelle poche acque basse e incapaci di rimandare in su la luce che pure ancora spiove dal cielo.

Uno stagno zitto; uno stagno. Il fondo è lì vicino e non si vede.

Ho pensato: “sono io”. La mia anima è così. La mia anima che se ne va in giro sola perché è fuggita al torrente di acque forti, fredde e trasparenti si ferma qui. Dove nessuno la vede. Dove la campagna è bassa, nelle zone incolte. Negli spazi di passaggio tra un vigneto e l’altro. Nelle terre senza il lavoro di uomini e macchine. Nelle terre che ancora non servono, non servono a nessuno.

Come si riempie una pozza? Come si sposta una pozza? Come si inclina una pozza fino a farne cascata? Come si lava una conca di acque ferme? Come si smette di essere cisterne e si torna ad essere letti per tumultuose acque che scappano veloci?

Le bambine corrono dalle strade vicine, mi raggiungono;  e trovano la pozza stagnante una cosa bellissima. Lo è in effetti. E i sassi grossi e chiari che digradano fino all’acqua non sono poi così patetici. Sono tondi, molto grandi, pesanti ma si riescono a sollevare.

Buttiamoli dentro, mamma.

Il fondo risponde subito al tonfo dei massi lanciati dalle loro braccette. Il fondo  è proprio basso. E le acque sono sempre nere, ma fanno partire lo stesso attorno al buco che si è già richiuso i loro cerchi perfetti, concentrici, sempre più grandi. La sorella getta un altro sasso più lontano. Le onde si intrecciano provocando uno stupefacente tremolio. Ci sorprendiamo tutte. E io recupero le poche e grame conoscenze fisiche per spiegare la propagazione del suono e delle onde e mamma, basta, lasciaci stare.

Lanciane un altro.

Ne  butto ancora. È divertente. Giochiamo assieme qualche minuto e poi ce ne andiamo a casa.

Mi resta il dubbio che qualche contadino della zona non sarebbe stato contento dei nostri lanci nella pozza. Mi fa sorridere e un poco dispiacere accorgermi che nelle campagne ci passeggio, ma non le conosco. Non importa. Anche la mia vita ha i suoi ritmi. Anche le nostre cadenzate e concitate giornate sono accordate sul ritmo della vita. Sono vita, sono fatte di cose da fare per la vita; per quelle vite che ci troviamo addosso e che, se ci lasciamo distrarre davvero, sentiamo che sono un portento, pura esplosione di meraviglia. Che sono così belle. E che tutto quello che ci tocca patire è pochissima cosa rispetto alla gloria che ci aspetta e preme dentro di noi come una gemma che sta per scoppiare; perché è ora di germinare. È quasi ora.

 

(Articolo pubblicato per La Croce quotidiano, http://www.lacrocequotidiano.it/abbonarsi-ora)

 

 

 

 

 

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