I cuccioli e l’Apocalisse

Ho saputo che ne ha parlato in radio e sul suo blog. Che ha pianto. Parlo del notissimo conduttore radiofonico Linus e di Bruna, il loro Labrador di 11 mesi colo cacao.

Mi unisco senza ironia e spero nessuna scoria di pretesa superiorità al dolore di Linus, di sua moglie e dei suoi bambini per la morte del loro amato cane.

Non fatico ad immedesimarmi in esso. È proprio dolore e piuttosto acuto. Che sia un cane, solo un cane, ovvero meno, decisamente, incommensurabilmente meno di un essere umano, non annienta la sofferenza. Perché noi, solo noi uomini siamo coscienti di noi stessi e del mondo e ci facciamo carico anche per gli animali, che non ne sono stati fatti capaci, di chiederci perché. Ci incarichiamo di provare sincero struggimento per lo strappo che la morte di un animale domestico, specie se è un cane, suscita.

Sono d’accordo con Linus.

Gli contesto, con tutto il rispetto possibile e al netto della limitata conoscenza che ho della situazione, per quanto lui abbia raccontato con chiarezza, solo la superficialità. Gli ha dato poco spazio. Non abbastanza, a mio vedere. Forse per la fretta di chiudere. Superficialità, leggerezza.

Sì, proprio quella.

No, non voglio sgranare in tutti i suoi pedanti misteri la paternale sull’animalismo imperante, sulla perdita di senso della dignità dell’essere umano, sul profluvio di sentimenti e la generosità di manifestazioni d’affetto e solidarietà che lo ha circondato e che mi sento pure autorizzata a trovare inopportuni, colpevoli.

Non gli ricorderò, ora, che poi chissà se mai leggerà!, che esistono dolori più grandi e profondi. E nulla mi fa presumere che non lo sappia già. Questo è il suo dolore, ora.

Quel cane, Bruna, era amato da tutta la sua famiglia e da altre persone. Era un magnete per il residuo fisso di capacità affettiva presente in chiunque la incontrasse e ci giocasse un po’. Ha portato gioia, forse anche un incremento di autostima, a tutti i membri della famiglia.

Sarà stata coccolata, magari viziata o vezzeggiata, oppure addestrata per bene e trattata, come un cane, proprio come Dio comanda.

Avrà mangiucchiato scarpe di pelle o ingoiato palline troppo piccole. Avrà sventrato peluche e fatto cadere vasi. Lasciato solchi sul parquet con le sue estremità ungulate.

Avrà dimostrato in più di un’occasione quel magnifico senso di protezione per i piccoli di casa facendosi sotto a chi osasse minacciarli.

Avrà consolato tristezze e stemperato malumori. Rese necessarie pulizie straordinarie per un contegno ancora troppo cucciolesco.

“Come sta ora? Sta che non c’è più”, scrive rabbioso e deluso il signor Linus.

Con chi ce l’ha? Vorrei chiedergli.

Condivide con misura ed esposta emozione il piccolo grande dramma che sta vivendo. In diretta con Nicola Savino, al mattino, confessa non capisco con quale stato d’animo, mentre la voce si spezza per il magone e le lacrime che salgono, di non avere pianto nemmeno per sua madre.

Io vi ho letto, sottointesa, l’evidenza che la madre valga infinitamente di più, ma non sa perché la sua perdita non gli ha strappato la stessa commozione.

Nel post del suo blog dove condivide coi i suoi lettori questa vicenda conclude così:

«Ho cercato tutto il giorno di capire il significato di tutto questo, e forse è proprio nell’armonia che ha riportato nella nostra vita.

Adesso ci sta guardando, dall’alto, col muso tra la ringhiera, e vorrà vedere se ce la possiamo fare anche da soli.

In fondo aveva il nome della nonna.»

Linus.. come tutto il giorno?

È troppo poco! Serve più tempo per certe domande. Servono più lacrime per certe pulizie. Serve più dolore per certe ferite.

Accidenti, è solo un cane. Lo so! Ma che importa.

Era un bene per loro, e concediamo pure qualcosa allo stucchevole gergo di gran parte del mondo emerso che vuole questi esseri delle anime pelose. Aristotele, e spero anche il mio ex professore di filosofia del Liceo, ci prenderebbero a mazzate.

Mi sto un po’ forzando per contenere la reprimenda che vorrei fare. Perché c’è tanta confusione. Perché si dà al cane il nome della nonna, perché lo si colloca subito in un meraviglioso, generico, disneyano e a tutti ben accetto “Lassù”.

Mi trattengo perché vorrei, invece, fossi un’amica di famiglia ad esempio, essere capace di sfruttare questo pertugio affinché la ricerca del perché gli si allargasse in tutta la sua portata. E smettesse di sciabordare dentro argini piccoli e artificiali ed esondasse come vera, totale, virile domanda sul senso di tutto.

Insomma mi pare avrebbe dovuto starci su un po’ più di tempo a ragionare, a gridare a pugni chiusi verso il Lassù che immagina lui. A sostenere il peso dell’ingiustizia che improvvisa si è abbattuta sulla sua famiglia e su quella vita animale che tanto apprezzava. Va bene, lo ammetto. Un nonnulla di sarcasmo mi è scappato, in padella.

Era un bene per loro. Per la sua famiglia. È stata investita e per loro questo ha comportato un vero strazio.

«È un dolore grandissimo, inaspettato, indescrivibile.
Non riesco a non pensarci, a non pensare all’ingiustizia di un’anima così innocente che se ne va così improvvisamente, violentemente, ingiustamente». Scrive sul suo blog.

È così. È come dice lui. Le ferite, i tagli, le malattie, le menomazioni che offendono i corpi, anche quelli degli animali, sono ingiusti in radice.

E noi cristiani occidenti – chissà se si può dire, ma intendo proprio riferirmi al fatto che procediamo verso il tramonto- abbiamo lasciato in pasto agli ambientalismi più disordinati l’amore e l’abbraccio cristiano per la natura, per tutti gli esseri creati. Sarebbe stato, deve tornare ad essere un nostro ambito di cura e di annuncio.

Perché tutta la natura geme nelle doglie del parto e occorre che ci sbrighiamo perché senza la rivelazione dei figli di Dio qui è un disastro. Hanno fretta. Hanno tutti fretta di capire e di essere felici.

Altrimenti occorrerà intervenire con un cesareo e sappiamo bene quanto sia più difficile, dopo, la ripresa. Uscendo di metafora per entrare invece nel testo dell’Apostolo, io rifletterei proprio su queste parole.

19 La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; 20 essa infatti è stata sottomessa alla caducità – non per suo volere, ma per volere di colui che l’ha sottomessa – e nutre la speranza 21 di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. 22 Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; 23 essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. (Lettera ai Romani 8, 19-23)

E darei a Linus tutte le ragioni che gli servono per affrontare questa piccola prova. Perché il suo Labrador Chocolate, anche lei poverina, è stata sottomessa alla caducità e ha pagato lo scotto della corruzione. Bruna il cane e Bruna la signora nonna, che ora spero sia davvero in quel Lassù che è costato Sangue al Cristo perché ci fosse aperto, hanno bisogno che la smettiamo di scrivere commenti idioti su tutte le bacheche che frequentiamo. Hanno bisogno che tiriamo fuori il coraggio e andiamo a consigliare a Linus non solo di prendere subito un altro cucciolo, ma a dirgli, meno tremebondi possibile, che ha bisogno di conoscere Gesù Cristo. E serve che ci premuriamo di rendergli noto che anche per i nostri corpi è previsto un gran salto di qualità. Il fatto di essere uno dei runner ossessivi-compulsivi più noti non gli darà alcun vantaggio. Anche io, allora, avrò un’adeguata proporzione tra massa magra e massa grassa.image.jpeg

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