I cuccioli e l’Apocalisse

Ho saputo che ne ha parlato in radio e sul suo blog. Che ha pianto. Parlo del notissimo conduttore radiofonico Linus e di Bruna, il loro Labrador di 11 mesi colo cacao.

Mi unisco senza ironia e spero nessuna scoria di pretesa superiorità al dolore di Linus, di sua moglie e dei suoi bambini per la morte del loro amato cane.

Non fatico ad immedesimarmi in esso. È proprio dolore e piuttosto acuto. Che sia un cane, solo un cane, ovvero meno, decisamente, incommensurabilmente meno di un essere umano, non annienta la sofferenza. Perché noi, solo noi uomini siamo coscienti di noi stessi e del mondo e ci facciamo carico anche per gli animali, che non ne sono stati fatti capaci, di chiederci perché. Ci incarichiamo di provare sincero struggimento per lo strappo che la morte di un animale domestico, specie se è un cane, suscita. Continua a leggere

Rosa e tutti i suoi.

A lumache. Sì, vanno anche a lumache ad certo punto. Rosa e i suoi figli ancora vivi.

Questo me l’ha resa subito simpatica. “Andé a lumaghi!”, infatti, è un’espressione che ho imparato da mio papà ed è un modo garbato per stornare da noi la presenza molesta di qualche molesto interlocutore.

Invece lei va a lumache in senso letterale, insieme con i propri figli. Perché il contatto con la natura è importante ed educativo. E alla fine ingaggiare una gara di velocità tra le chiocciole catturate dopo una giornata di pioggia si rivela un gioco appassionante e coinvolgente per tutti i bambini e i ragazzi. Forse c’è anche qualche cugino o amico.

Rosa è spagnola. È figlia con tanti fratelli, è sposa innamorata, lavora part time nel marketing. E che altro dire? Ha 18 figli.

D i c i o t t o  figli. (Un’amica mi ha detto “E i che fa? Il sindaco, non fa la mamma!”)

E ci ha scritto un libro. Come essere felici con 1,2,3…figli!

Infatti è un manuale. E lo pare davvero nel susseguirsi dei tanti capitoli, trenta per la precisione. Almeno lei così lo chiama alla fine, nei saluti e ringraziamenti. Che contengono anche delle scuse in caso avesse con le sue parole e i suoi modi offeso o urtato qualcuno.

Ma in che modo potrebbe offendere gli altri questa donna? Ha sposato un marito che ama. Lavora. Segue i propri figli. Sceglie per loro le scuole migliori. Fa loro praticare sport e coltivare i talenti di ciascuno.  Invita amici a casa. Insegna ai suoi bambini ad aiutarsi e ad aiutare. Esce da sola con il coniuge regolarmente. Frequenta amiche ed amici. Prega. Piange, ride.

Dorme addirittura.

E il suo libro è già un caso. Tradotto in 14 lingue, distribuito un po’ ovunque e ora in Italia per i tipi di Itaca è a disposizione dei lettori accompagnato dalla prefazione della nota e brava giornalista Monica Mondo.

Offende forse per il fatto che ha superato spudoratamente la soglia sopportabile dal costume diffuso di 3 figli per coppia? Sì perché lo vediamo anche noi che, dai 4 in su, il rischio di sentirsi dire spesso  “voi siete bravi”si accompagna con un chiarissimo, per quanto non detto, invito ad autoescludersi dalle frequentazioni delle altre famiglie “normali”.

O magari ci urta il fatto che nelle circa 160 pagine serrate e leggere nelle quali si racconta non manca mai di dire che quella cosa si fa così e quell’altra cosà?

Ma ha ragione! Alcune cose effettivamente è meglio farle così- e altre cosà. E l’umiltà, che pare tornata di gran moda a sentire i giornali  che rilanciano gli inviti reciproci alla sua pratica da parte di politici e  manager sportivi, non è mostrarsi continuamente insicuri su tutti i temi. E non sapere mai da che parte girarsi.

A me qualche piccolo scompenso, a dire la verità, lo ha provocato. Perché, ad esempio, mi compiacevo con me stessa per avere iniziato alla nobile arte del rifarsi il letto le mie figlie, tutte  e tre, pensate!, all’età di sei anni mentre Rosa dichiara candida che si può benissimo iniziare ad insegnarlo loro dai due in su.

Comunque le mie apparecchiano e sparecchiano. Vanno a prendere l’acqua nel tenebroso garage quando serve in tavola. Fanno delle piccole spese e commissioni per la famiglia. Cambiano ogni tanto il pannolino al  fratellino, senza dimenticarsi di denunciare che sono vittime di schiavismo e che insomma tocca sempre a loro. Piegano il bucato asciutto,  mi aiutano a caricare la lavastoviglie, accompagnano il papà in discarica. A volte azzardano ricette con ingredienti inavvicinabili. E litigano per ogni cosa, ma va bé, non sottilizziamo troppo.

La spesa,  loro, la fanno una volta al mese e online. E da quando la crisi picchia duro niente Nesquick a colazione. E le caramelle si comprano solo in casi eccezionali. Compleanni, onomastici, feste. Quindi comunque abbastanza di frequente.

Qualche volta all’anno si riuniscono e si dicono l’un l’latro quali aspetti ognuno debba migliorare di sé. Il marito approfitta per ricordare a Rosa che ha già 15 figli da far crescere e sui quali esercitare l’autorità..E Rosa si riconosce con onestà questa tendenza troppo accentuata al comando (immaginiamo avesse avuto invece un’indole remissiva e dilaniata dai dubbi! Meglio così, va’). La figlia quattordicenne dovrebbe sforzarsi di essere più gentile e meno scontrosa. La mamma, voce narrante e accomodante il giusto, ci tiene a sottolineare con tenerezza che lei non è così di natura, ma che questo atteggiamento  dipende dall’età difficile che sta attraversando. Che bella questa notazione: non è mamma un tanto al chilo. Vuole bene a tutti i suoi figli in modo intero e personale.

Certo se ne manca uno, di solito, se ne accorge solo al momento del pasto e non prima perché l’andirivieni durante la mattinata o il pomeriggio si fa intenso. Rosa ama la vita. La sua innanzitutto. E quella di suo marito, che stima molto.

E quella di tutti e 18 i loro figli. E questo amore pare poi allargarsi come la chiazza d’acqua che si rovescerà pure anche a loro  a tavola qualche volta! E tocca tutti.

Ama Dio, ma ne parla pochissimo, non si lancia, come qualcuno di mia intima conoscenza, in azzardi esegetici e vezzi da teologa d’assalto. Perché?

Perché ha accettato, io credo, di tuffarsi fin dentro il fondo più fondo della sua propria vocazione. Il matrimonio cristiano. Il matrimonio è una via di santità magnifica e piena di rotture di scatole, invero (come sono sicura sia anche quella della consacrazione), che ha la sua specificità nell’amore mediato.

Nella mediatezza dell’amore a Dio. Io amo il Signore attraverso il mio coniuge. Senza scavalcare nessuna delle sue meravigliose caratteristiche. Compresa quella simpatica abitudine di tirare su il caffè quando non è che lo beva ma lo aspira dalla tazzina, accidenti.

Eppure Dio è lì, presente, in corsa con lei, che riesce a pregare mezz’ora al giorno; ed è pronto ad elargire miracoli per i figli malati, come per Lolita alla quale hanno praticato una trasfusione nelle ossa!!(cosa che non avevo mai sentita nemmeno nominare); ed è pronto ad accogliere quelli che muoiono.

Ah, sì mi ero scordata di dirvelo. E posso invece farlo serenamente perché lo dice subito Rosa stessa.

Tre dei loro 18 figli sono già in Cielo. (E da come lo scrive lei, il Cielo, è senza dubbio una destinazione reale)

I primi tre. A causa di una malformazione cardiaca che ha preso in simpatia la loro stirpe.

E quanto hanno sofferto! E come ne hanno sofferto! Dolore condiviso con i tanti che li amano. Dolore mai tradotto in paura e in tremebonda chiusura a fare altri figli. Non hanno accettato le incursioni di consiglieri d’assalto nell’economia del loro matrimonio. nemmeno dei più vicini, dei più cari, dei più titolati.

Non importa quanto si vive, sembra dire Rosa, che non lo dice. Importa perché. Importa con chi. Importa moltissimo per Chi; e importa sapere che questa meravigliosa e organizzatissima baraonda che la famiglia Pich- Aguilera si è messa a vivere è solo l’inizio.

(articolo già pubblicato per La Croce quotidiano, http://www.lacrocequotidiano.it/abbonarsi-ora)

 

 

Abbattete la Principessa

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 di Paolo Pugni

E non se ne può proprio più, diciamolo, di questi articoli di Paola Belletti su LaCroce che ti rovesciano addosso i suoi dolori e le sue rabbie. Che questo suo scrivere chioccio graffia l’anima, te la scortica strato dopo strato, non ti lascia lì tranquillo al tramonto a guardare la tua vita che si sorregge a fatica in equilibrio. Non se ne può proprio più di questo grido continuo, come un acufene, straziato giorno dopo giorno in tutto ciò che ti avvolge. Perché non ti lascia riposare, non ti lascia ciondolare dentro la tua autocommiserazione, dentro quella voglia di startene tranquillo a fare la vittima, a sentirti così sensibile che nessuno si accorge di come ti stai portando addosso l’universo, tu solo, tu capace di farlo con generosità e silenzio e grande, grande magnanimità.

Non se ne può più di un tarlo che rode il cuore, la scorza soprattutto, e ti impedisce di accucciarti al caldo, come una cosa posata in un angolo e dimenticata, di stare immobile a contemplare la tua grandezza. No. Ti tira giù. La maschera. Dal trono. Dalla certezza che peggio della tua vita non c’è nulla e che solo tu puoi alzare la voce con Dio per lamentarti e pavoneggiarti. Altro che Giobbe, guarda qua me Signore!

Non se ne può più di questo oscillare tra disperazione e fede, tra ringhio e preghiera, che troppo ci ricorda le nostre debolezze, quelle che vorremmo nascondere nei bugigattoli dell’animo, così in fondo da non riuscire più a trovarli neanche con la più trivellante delle confessioni. Perché solo noi sappiamo che cosa vuol dire essere tentati e vincere, noi che ci arroghiamo la felicità e il dolore, che le usiamo come armi di distruzione di massa.

Mettetela a tacere come giù fu spento il Messia, improponibile nella sua rettitudine e ancora di più nella sua misericordia.

Qui vogliamo trovare l’accusa, la lama tagliente, il ragionamento acuto, la sferza contro il male, non questa pena soffocata che ci ricorda come la vita sia guerra contro noi stessi e il cielo –che solo i violenti se ne impossessano in questo territorio del diavolo- e contro le nostre miserie.

Che tu sorella Paola ci squarci come la notte dell’Innominato, ci sevizi come il Messia di Emmaus, ci violenti come i silenzi di Madre Teresa, quelli che non vorremmo mai ascoltare.

Perché anche questo è LaCroce, ricordo che la battaglia contro Principati e Dominazioni si fa nei Palasport e con le petizioni, ma prima di tutti si fa aprendo il cuore e lasciando che dentro ci trovino posto tutti, senza limiti, che tutti soffrono, che tutti hanno un dolore più grande del tuo.

Coraggio Paola, non smettere di squartare la nostra indifferenza, che ci stai spianando la strada verso il cielo.

Fonte: http://costanzamiriano.com/2015/04/09/abbattete-la-principessa/

9 aprile 2015

 

Una lavagna divisa a metà

lavagna

All’inizio della malattia di Ludovico ho fatto come alle elementari, ai miei tempi, quando la maestra si assentava per poco dall’aula. Ero una specie di capoclasse della mia vita, gesso in mano, sguardo indagatore, radar morale acceso. Di fronte a me, dentro di me, una  grande lavagna.

E tutte le persone che mi ruotavano attorno avevano  nomi, a volte solo cognomi, altre solo professioni o incarichi, che al più presto andavano  scritti in colonna o a destra o a sinistra. Perché nei primi tempi , i primi 20 giorni dopo lo shock per il manifestarsi della malattia di Ludo, seguiti alla guardinga illusione che i temuti problemi ravvisati in gravidanza si fossero di molto ridimensionati, quasi spariti, io mi sentivo giusta. Perché avevo un dolore grande. E tutti dovevano capire, tutti usare tatto e  prodigarsi il più possibile.

Allora cominciamo. Continua a leggere

Sit-in nel cuore

 

pray

 

 

 

 

 

 

 

 

(Articolo già pubblicato per La Croce Quotidiano http://www.lacrocequotidiano.it/abbonarsi-ora)

Spedali Civili di Brescia.(Non è proprio la sede per certe istanze di rinnovamento ma chiedo: non sarebbe il caso di aggiungerci la O? No? Lo lasciamo così , rispettiamo l’ottocentesca  tradizione).
Vado, torno, rivado, ritorno;  ricoveri-dimissioni- urgenze-e-routine. Sui muri inneggiano a Stamina e a voler salva Sofia. Anch’io in quel momento vorrei salvarla, povera piccola innocente. Chi non avrebbe voluto salvarla..?

Davanti all’ingresso un giorno,  diversi mesi fa, mi imbatto in  un presidio di malati e famiglie. Consegnano volantini, offrono bevande calde, palloncini.

Per come anche allora mi ero potuta documentare non condivido, ma prima di tutto li amo, li vorrei abbracciare e consolare io stessa.

Lottano, non mollano. Chiedono con la tenacia che merita anche un miraggio se muori di sete in un deserto (lo trovo sbagliato ma la sete è giusta. La sete è sete, meglio. )
Anche noi. Uguale-uguale. (E facciamo tutto: cure, consulti autorevoli,  fisioterapia e anche vigilanza sui noi stessi e la smania disperata che ti illude che più fai meglio è).

Anche noi, dico, facciamo sit-in.
Solo il nostro picchetto è altrove. Continua a leggere