Potrebbe sembrare un disturbo invece è una lettera

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Cara. (Scrivo a me, ma prima che sapessi cosa mi sarebbe successo).

Sei giovane, hai tante idee. E tutte si imbottigliano nel collo stretto, duro e fragile perché è vetro, della smania di realizzarsi. Vuoi che sia così evidente e schiacciante perché quel senso di non essere mai abbastanza, di non essere adeguata, anch’esso ne verrebbe schiacciato. Sei giovane ora e vuoi che tutti i tuoi talenti che in verità non conosci si esprimano. Si vedano e valgano. Per chi?

Se mi ricordo bene com’eri hai ancora la rigidità un po’arrogante dovuta all’età e al non aver iniziato l’allenamento più duro: quello contro di te o meglio contro quello che in te è contro di te. Per questo non ti riesce di vederli per davvero. Per questo non sai sminuirti dove occorre e riconoscerti senza agitazione le gemme che ti brillano in capo. Che ci sarebbe infatti da agitarsi? Te li sei procurata tu, i talenti, le gemme, o meglio, come la vita, ti sono arrivati senza nessuna indagine di mercato precedente sul tuo target? Non eri ancora target di nessun mercato e già qualcuno ti voleva e ti conosceva tutta.

Sei giovane ora eppure distratta. Non è colpa tua, devi studiare, finire l’università, trovare una professione che ti realizzi. E questo poi chi te lo aveva messo in testa?

Cos’è diventato il lavoro? Sembriamo una generazione di psicotici in perenne terapia occupazionale assorbiti nello sforzo di vederci bravi a far qualcosa. È forse per questo che la nostra vita avrebbe un senso?

Per questo motivo, e non solo per via della tua indole, ti spaventava dover scegliere. «E se poi sbaglio? Sono giovane, certo, ma non per sempre e non così tanto». E vedere inanellarsi una serie di circostanze opache, così fortuite che ancora non hai idea potessero essere mandanti del Provvidente, traduce in incertezza tachicardica la percezione del futuro.

Ti scrivo ora per dirti che sono contenta di te.

Che sono grata  a Dio per il fatto che ti ha voluta.

Che la tua vita è fondamentale per il mondo. Eppure pesi poco, incidi poco o pochissimo sul mondo.  Non farti illusioni. Anzi sii grata di restare piccola. Paola ti chiami e non Augusta.

Sono contenta perché piano piano ti lascerai trascinare, all’inizio scalciando,  e poi ti metterai a canterellare e saltellare per la via che un Altro ti ha proposto.

Sono contenta perché sarai dove sarai stata messa. Sono felice perché capirai  l’essenziale. Sono qui per una ripetizione anticipata. Per un memorandum. Per un ritenere senza il quale questa bella scoperta non ti farebbe nessuna scienza.

Arriveranno a darti la sensazione di opprimerti. Lo so. Non ti farà quasi più ridere la battuta sul coma farmacologico. Quando dirai che vorresti essere messa in coma farmacologico per sfuggire alla fatica. Forse tra l’altro la cosa urterà qualche persona che ci è dovuta passare davvero e allora smettila in ogni caso.

Quando sarai donna, non più ragazza, sposata da più di dieci anni, quando a ridosso del nuovo anno scolastico e lavorativo, nella pagina più fitta di incombenze -oh settembre, benedetto mese! Tutto nostalgica allusione a estati caduche e poetico coriandolare di foglie a terra, da quando sei diventato solo avvisi e file agli uffici?, lì, al margine estremo della schermata dell’agenda dovrai segnarti questo: che tu sia al mondo è proprio motivo di speranza. Che tu sia come sei, con le tue reazioni scomposte, il tuo dolore grande e acuminato, con la gioia che appena può spruzza in giro goccioline sulle tue giornate e quelle dei tuoi figli….

Scusami cara. Non lo sapevi ancora. Però lo speravi, anche quando eri tutta presa dall’idea di fare chissà quale carriera.

Hai dei figli. Quanti?

Quattro. Anzi sei, due vi aspettano di là.

No, il primo non è maschio come era convinta tu. Sono tre femmine e l’ultimo, solo quello, è maschio.

È maschio, è bellissimo, molto amato. Ha già tre anni.

Hai ragione. Hai ragione sì, c’è qualcosa di grosso che devo dirti.

Aspetta; intanto sappi che ti sei sposata felicemente. Hai un buon matrimonio, ma attenta a non distrarti e sforzati ti prego di lamentarti meno. Hai un buon marito, ringrazia Chi devi.

Non è per prendere tempo; piuttosto  è perché tu sappia che in quella cosa grossa che sto per dirti non sarai sola. È importante. E  sappi anche che pure con un marito diverso quello che sto per dirti avrebbe senso

Tuo figlio, il vostro sesto e a questo punto ultimo figlio, ha una grave patologia. Una sindrome. E la tua paura infantile per la cecità purtroppo non ha fatto da talismano. Non ha funzionato, non potrai riderci sopra.. “pensa avevo paura di diventare cieca o aver figli ciechi”. È cieco.

E molte altre infermità lo colpiscono, sì. È così.

Allora, se puoi, preparati. Ci sarà un lungo percorso pieno di oscurità e di incertezze per arrivare a scoprire come sta davvero. Ci saranno medici ostili. Medici spaventati. Medici indifferenti. Ci saranno medici in gamba e onesti e qualcuno che non saprà che pesci pigliare. Ci saranno medici stupiti da voi due, da te e tuo marito. Stupiti perché state ricordando loro che un figlio comincia figlio. È figlio da subito. E non ha classi di merito. Costerà lacrime in più questa testimonianza. Piangerai moltissimo. Ma questo non è una novità. Ecco, questo è proprio un tuo talento. O no?

Sappi che il dolore dura e che si può vivere. Sappi che può diventare pure leggero. Sappi che c’è la possibilità di abitarci insieme. Tu, il dolore e Lui. L’Uomo dei dolori, familiare con il patire. Chiedi anche tu questa familiarità. Non ti ribellare continuamente.

Sappi anche che conoscerai tormenti nuovi. Ti assalirà l’angoscia per il futuro. E parimenti per il passato: «non ho fatto abbastanza. Non faremo abbastanza». Sappi che non è vero. O meglio, sì. Si può fare sempre qualcosa in più o di diverso, ma non è quello il punto. Ah. Riceverai giudizi, frecciate, vere sciabolate. Riceverai enciclopedie di consigli in fascicoli settimanali. Riceverai tantissimo affetto. Comprensione sincera. Fiumi di orazioni. Torrenti di lacrime. E tanti grazie.

Come di cosa?

Grazie perché vostro figlio ricorderà a tante persone che non sono ancora morti e che sono amati. Che valgono anche se non concludono nulla, in apparenza, per il mondo (e invece, se il mondo sapesse!). Che devono fare come fa vostro figlio: lasciarsi amare e dipendere. Anche chi dovesse dirigere una multinazionale. È uguale. Saremo uguali in questo. E tuo figlio è qui a fare anche questo.

Avrà successo. Sarà un uomo di vero successo.

A te toccherà una parte impegnativa: ti sembrerà a volte di non farcela. A volte non ce la farai proprio. È un grande lavoro. Ti sequestrerà le giornate, a volte. Ma tuo marito ti dirà spesso che per lui è uguale. Non è dal lavoro che si aspetta di ricevere dignità. Non è per il fatto di dovere sbrigare montagne di burocrazia che si sente meno libero. Lui è libero perché si ricorda poche cose essenziali. È voluto, Cristo ha vinto il male e la vita è un dono.

Che peccato che queste parole siano state usate così tante volte a vanvera. Mi pare che rendano il messaggio meno incisivo. Però è così. Non vanno dopate le parole. Dono significa dono. La tua vita è un dono.

Hai già detto grazie?

(Già pubblicato per La Croce quotidiano, http://www.lacrocequotidiano.it/abbonarsi-ora)

 

 

 

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Rosa e tutti i suoi.

A lumache. Sì, vanno anche a lumache ad certo punto. Rosa e i suoi figli ancora vivi.

Questo me l’ha resa subito simpatica. “Andé a lumaghi!”, infatti, è un’espressione che ho imparato da mio papà ed è un modo garbato per stornare da noi la presenza molesta di qualche molesto interlocutore.

Invece lei va a lumache in senso letterale, insieme con i propri figli. Perché il contatto con la natura è importante ed educativo. E alla fine ingaggiare una gara di velocità tra le chiocciole catturate dopo una giornata di pioggia si rivela un gioco appassionante e coinvolgente per tutti i bambini e i ragazzi. Forse c’è anche qualche cugino o amico.

Rosa è spagnola. È figlia con tanti fratelli, è sposa innamorata, lavora part time nel marketing. E che altro dire? Ha 18 figli.

D i c i o t t o  figli. (Un’amica mi ha detto “E i che fa? Il sindaco, non fa la mamma!”)

E ci ha scritto un libro. Come essere felici con 1,2,3…figli!

Infatti è un manuale. E lo pare davvero nel susseguirsi dei tanti capitoli, trenta per la precisione. Almeno lei così lo chiama alla fine, nei saluti e ringraziamenti. Che contengono anche delle scuse in caso avesse con le sue parole e i suoi modi offeso o urtato qualcuno.

Ma in che modo potrebbe offendere gli altri questa donna? Ha sposato un marito che ama. Lavora. Segue i propri figli. Sceglie per loro le scuole migliori. Fa loro praticare sport e coltivare i talenti di ciascuno.  Invita amici a casa. Insegna ai suoi bambini ad aiutarsi e ad aiutare. Esce da sola con il coniuge regolarmente. Frequenta amiche ed amici. Prega. Piange, ride.

Dorme addirittura.

E il suo libro è già un caso. Tradotto in 14 lingue, distribuito un po’ ovunque e ora in Italia per i tipi di Itaca è a disposizione dei lettori accompagnato dalla prefazione della nota e brava giornalista Monica Mondo.

Offende forse per il fatto che ha superato spudoratamente la soglia sopportabile dal costume diffuso di 3 figli per coppia? Sì perché lo vediamo anche noi che, dai 4 in su, il rischio di sentirsi dire spesso  “voi siete bravi”si accompagna con un chiarissimo, per quanto non detto, invito ad autoescludersi dalle frequentazioni delle altre famiglie “normali”.

O magari ci urta il fatto che nelle circa 160 pagine serrate e leggere nelle quali si racconta non manca mai di dire che quella cosa si fa così e quell’altra cosà?

Ma ha ragione! Alcune cose effettivamente è meglio farle così- e altre cosà. E l’umiltà, che pare tornata di gran moda a sentire i giornali  che rilanciano gli inviti reciproci alla sua pratica da parte di politici e  manager sportivi, non è mostrarsi continuamente insicuri su tutti i temi. E non sapere mai da che parte girarsi.

A me qualche piccolo scompenso, a dire la verità, lo ha provocato. Perché, ad esempio, mi compiacevo con me stessa per avere iniziato alla nobile arte del rifarsi il letto le mie figlie, tutte  e tre, pensate!, all’età di sei anni mentre Rosa dichiara candida che si può benissimo iniziare ad insegnarlo loro dai due in su.

Comunque le mie apparecchiano e sparecchiano. Vanno a prendere l’acqua nel tenebroso garage quando serve in tavola. Fanno delle piccole spese e commissioni per la famiglia. Cambiano ogni tanto il pannolino al  fratellino, senza dimenticarsi di denunciare che sono vittime di schiavismo e che insomma tocca sempre a loro. Piegano il bucato asciutto,  mi aiutano a caricare la lavastoviglie, accompagnano il papà in discarica. A volte azzardano ricette con ingredienti inavvicinabili. E litigano per ogni cosa, ma va bé, non sottilizziamo troppo.

La spesa,  loro, la fanno una volta al mese e online. E da quando la crisi picchia duro niente Nesquick a colazione. E le caramelle si comprano solo in casi eccezionali. Compleanni, onomastici, feste. Quindi comunque abbastanza di frequente.

Qualche volta all’anno si riuniscono e si dicono l’un l’latro quali aspetti ognuno debba migliorare di sé. Il marito approfitta per ricordare a Rosa che ha già 15 figli da far crescere e sui quali esercitare l’autorità..E Rosa si riconosce con onestà questa tendenza troppo accentuata al comando (immaginiamo avesse avuto invece un’indole remissiva e dilaniata dai dubbi! Meglio così, va’). La figlia quattordicenne dovrebbe sforzarsi di essere più gentile e meno scontrosa. La mamma, voce narrante e accomodante il giusto, ci tiene a sottolineare con tenerezza che lei non è così di natura, ma che questo atteggiamento  dipende dall’età difficile che sta attraversando. Che bella questa notazione: non è mamma un tanto al chilo. Vuole bene a tutti i suoi figli in modo intero e personale.

Certo se ne manca uno, di solito, se ne accorge solo al momento del pasto e non prima perché l’andirivieni durante la mattinata o il pomeriggio si fa intenso. Rosa ama la vita. La sua innanzitutto. E quella di suo marito, che stima molto.

E quella di tutti e 18 i loro figli. E questo amore pare poi allargarsi come la chiazza d’acqua che si rovescerà pure anche a loro  a tavola qualche volta! E tocca tutti.

Ama Dio, ma ne parla pochissimo, non si lancia, come qualcuno di mia intima conoscenza, in azzardi esegetici e vezzi da teologa d’assalto. Perché?

Perché ha accettato, io credo, di tuffarsi fin dentro il fondo più fondo della sua propria vocazione. Il matrimonio cristiano. Il matrimonio è una via di santità magnifica e piena di rotture di scatole, invero (come sono sicura sia anche quella della consacrazione), che ha la sua specificità nell’amore mediato.

Nella mediatezza dell’amore a Dio. Io amo il Signore attraverso il mio coniuge. Senza scavalcare nessuna delle sue meravigliose caratteristiche. Compresa quella simpatica abitudine di tirare su il caffè quando non è che lo beva ma lo aspira dalla tazzina, accidenti.

Eppure Dio è lì, presente, in corsa con lei, che riesce a pregare mezz’ora al giorno; ed è pronto ad elargire miracoli per i figli malati, come per Lolita alla quale hanno praticato una trasfusione nelle ossa!!(cosa che non avevo mai sentita nemmeno nominare); ed è pronto ad accogliere quelli che muoiono.

Ah, sì mi ero scordata di dirvelo. E posso invece farlo serenamente perché lo dice subito Rosa stessa.

Tre dei loro 18 figli sono già in Cielo. (E da come lo scrive lei, il Cielo, è senza dubbio una destinazione reale)

I primi tre. A causa di una malformazione cardiaca che ha preso in simpatia la loro stirpe.

E quanto hanno sofferto! E come ne hanno sofferto! Dolore condiviso con i tanti che li amano. Dolore mai tradotto in paura e in tremebonda chiusura a fare altri figli. Non hanno accettato le incursioni di consiglieri d’assalto nell’economia del loro matrimonio. nemmeno dei più vicini, dei più cari, dei più titolati.

Non importa quanto si vive, sembra dire Rosa, che non lo dice. Importa perché. Importa con chi. Importa moltissimo per Chi; e importa sapere che questa meravigliosa e organizzatissima baraonda che la famiglia Pich- Aguilera si è messa a vivere è solo l’inizio.

(articolo già pubblicato per La Croce quotidiano, http://www.lacrocequotidiano.it/abbonarsi-ora)

 

 

Condizionato amore

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Così amo. In modo tutto condizionato. Soprattutto dai dettagli. Ti amo così tanto perché hai i capelli ricci e castani. E perché porti il 39. E non è finita. Per il tono particolare della tua vocetta.  Per il fatto che sei nata a quell’ora e non ad un’altra. Che sei fatta un po’ come me, un po’ come lui, un po’ come non si sa chi e molto come sei fatta solo tu. Ti amo perché la stessa voce diventa detestabile e molesta. Perché metti alla prova continuamente la mia presa sulla vita. Guardi dove sono attaccate le dita, dove hanno trovato appoggio i piedi e cosa ci faccio col ginocchio così flesso. Ti fidi della roccia. Ti fidi della mamma? Ti fidi di te. Del fatto che ci sei e lo sai bene che dovevi esserci. Il tuo esserci è così perentorio. Ci sono. Vi ho trapassati da parte a parte. Madre, padre. Due, voi due. Soli? Io. Io sono io. Lo sai, quando dormi e con te dormono le paure e sotto il cuscino fanno spessore gli scudi levati di giorno a dire “non sono capace”.

Di cosa non sei capace, tesoro?

Io mi affanno. Troppo, continuamente. Invano.

Ti amo così. Condizionata dal tuo sguardo, dal tuo profumo, dalla tua rabbia che riconosci e sai spiegare nelle sue ragioni molto più di molti adulti, e dal sorriso che accende una bellezza a volte mortificata sul tuo volto. Mi consola saperti guardata sempre. Sapere che sei guardata da tutti i lati, in tutte le profondità dall’inventore grande degli uomini che ti ha voluta. E conosce tutto. Fibre, cellule, giunture, viscere, profumi, odori, altezze e orrori.

Ti amo. Amo anche te, per seconda perché sei seconda e primeggi nel cuore e nei pensieri come chi ci è atterrato per primo.

Ti amo con tutti i vincoli possibili. Ti amo perché mi sei vincolo. Mi condizioni, mi costringi alla resa. Stupore desolato pensare al mondo prima che i tuoi occhi lasciassero che vi si specchiasse. Con quelli tu accarezzi tutto: luce, cielo, facce, mani. E ci rapisci. Tutti quelli che tocchi diventano tuoi. Il tuo cuore è un utensile che maneggi  per  consolare. Insegui tutti per sapere come stanno, preghi senza nessuna vergogna e con una purezza solenne per la maestra con il raffreddore e per tuo fratello così malato. “Ma lui quando ride non è malato”. Ci hai detto.

“Ti ringrazio Dio perché Tu sei la mancanza più bella”.

E poi urli. Fai male a tua sorella per il gusto crudele di vederla piangere. Le rubi giochi e libri e lasci a bella posta tutto in disordine il suo letto.

Scappi via ridendo, ma dura poco questa perfidia. Forse ti serve per tornare ad abbracciare. Per chiedere perdono e promettere di non farlo mai più.

Ti voglio bene e sposto la mente dalla preoccupazione così fondata che io non possa proprio cucirti dentro  il bene che conosco ed esigo per te. Che cosa penso di conoscere io, davvero? Io che sono conosciuta e voluta e mantenuta viva in mezzo alle stagioni che credo di sapere. Io così ignorante di Dio e del Suo amore. Mi ricordo allora ogni tanto di dormire e lasciare fare a Lui. Salverà il mondo anche per mezzo tuo.

Amo te, piccola. Ti voglio bene e non te lo dico mai abbastanza né con lo slancio che muove te e le tue braccette attorno al mio collo e le tue guance contro le mie mentre me lo ripeti, tutti i giorni. Tante volte al giorno.

Sei bellissima. Tutto di te è bello. Corri e pensi veloce. Parli e inventi. Usi parole da grande per dire cose da grande. Affili la tua intelligenza passandola su ogni superficie. E ridi. Ridi in un modo così libero e grato. Crei, disegni, canti, salti. Sposerai il tuo fratellino, dici; chè non c’è nessuno al mondo più bello di lui, ma neanche prima né dopo. Nessuno può essere più bello di lui.

Tu non urli, dici, ma è la tua voce ad essere così e sei tu mamma a non sopportare nemmeno un rumorino piccolo piccolo. E poi come si dice per davvero: ricioneronte? E com’era il nome di quell’animale che disegnavo sempre da piccola, scalabrone?

No mamma non posso andare col papà a fare la spesa perché forse dopo mi manchi..

Ok vado. Ciao mamma ti voglio bene.

Che bello avere figli. Che bello essere presi a schiaffi dalla loro diversità, inattesa da noi sciocchi narcisisti .. E dal loro disattendere attese per coprirci di meraviglia. Per  sottrarci agli aguzzini della riuscita e del successo e regalarci bellezza vera, bellezza pura. E il successo, sì, come Dio comanda.

Cosa credi, che Dio non si intrattenga con l’anima del tuo piccolo? Non credi che le tue preghiere potrebbero anche essere diverse dalle sue?

Hai ragione. Ha ragione quell’uomo che ricordo ragazzo e attende alla cura della sua propria fede con la tenacia di un body builder. Ha ragione lui, che è padrino di Ludovico.

Io lo so. Lo so bene che soffrire e basta non serve a niente. Serve patire, avere pazienza.

Occorre tenere acceso il fuoco che brucia di desiderio i miei occhi perché è solo nel corpo, nel viso, nel modo di muoversi di mio figlio che mi innamoro. È solo lì che una tenerezza quasi insopportabile mi trascina e mi dice che lo spirito è presente. Che il corpo non è una cosa e lo spirito non è leggero. Pesa. Pesa come un maglio che batte sul metallo e gli dà forma. E la carne è così bella e debole e accetta dallo spirito di venire formata.

Ecco. Dico male cose che intravvedo di sfuggita non so nemmeno dove. Ma so quando. Nei giorni normali. Nei giorni banali. Nell’ hic. Nel nunc. Qui, ora. Dove c’è già tutto. Dove non riesco mai a distinguere speranza e fede.

Una lavagna divisa a metà

lavagna

All’inizio della malattia di Ludovico ho fatto come alle elementari, ai miei tempi, quando la maestra si assentava per poco dall’aula. Ero una specie di capoclasse della mia vita, gesso in mano, sguardo indagatore, radar morale acceso. Di fronte a me, dentro di me, una  grande lavagna.

E tutte le persone che mi ruotavano attorno avevano  nomi, a volte solo cognomi, altre solo professioni o incarichi, che al più presto andavano  scritti in colonna o a destra o a sinistra. Perché nei primi tempi , i primi 20 giorni dopo lo shock per il manifestarsi della malattia di Ludo, seguiti alla guardinga illusione che i temuti problemi ravvisati in gravidanza si fossero di molto ridimensionati, quasi spariti, io mi sentivo giusta. Perché avevo un dolore grande. E tutti dovevano capire, tutti usare tatto e  prodigarsi il più possibile.

Allora cominciamo. Continua a leggere

Sit-in nel cuore

 

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(Articolo già pubblicato per La Croce Quotidiano http://www.lacrocequotidiano.it/abbonarsi-ora)

Spedali Civili di Brescia.(Non è proprio la sede per certe istanze di rinnovamento ma chiedo: non sarebbe il caso di aggiungerci la O? No? Lo lasciamo così , rispettiamo l’ottocentesca  tradizione).
Vado, torno, rivado, ritorno;  ricoveri-dimissioni- urgenze-e-routine. Sui muri inneggiano a Stamina e a voler salva Sofia. Anch’io in quel momento vorrei salvarla, povera piccola innocente. Chi non avrebbe voluto salvarla..?

Davanti all’ingresso un giorno,  diversi mesi fa, mi imbatto in  un presidio di malati e famiglie. Consegnano volantini, offrono bevande calde, palloncini.

Per come anche allora mi ero potuta documentare non condivido, ma prima di tutto li amo, li vorrei abbracciare e consolare io stessa.

Lottano, non mollano. Chiedono con la tenacia che merita anche un miraggio se muori di sete in un deserto (lo trovo sbagliato ma la sete è giusta. La sete è sete, meglio. )
Anche noi. Uguale-uguale. (E facciamo tutto: cure, consulti autorevoli,  fisioterapia e anche vigilanza sui noi stessi e la smania disperata che ti illude che più fai meglio è).

Anche noi, dico, facciamo sit-in.
Solo il nostro picchetto è altrove. Continua a leggere

Dio nelle viscere

Articolo pubblicato per La Croce Quotidiano (non mi ricordo la data)

Non so cosa scrivere, di che parlare. Ho il cuore pesante oggi. Un figlio ammalato non è un argomento facile,  né la carta da giocarsi sempre e comunque. E io non ho un figlio malato, me misera. Non è lui un eserciziario di “poverinismo”. C’è un bambino, nostro figlio, quel bambino lì, che anziché vedere il proprio corpo deteriorarsi con gli anni e la propria mente obnubilarsi piano piano è partito in salita. E’ stato colpito subito. Che ingiustizia. Che disuguaglianza. Lo è davvero? Nel nostro veloce giro d’anni, quella cosa che ci troviamo addosso senza averla chiesta, né chiesta così e che si chiama vita rende questa differenza cronologica irrilevante. Nessuna differenza sostanziale. Nessuna minorità. Credo anche che a tempo debito la sua situazione apparirà come un vantaggio.

E’ un terminale, come me. Come te. Che allegria..Bisogna sempre essere allegri e leggiadri? Sempre non si può. Si può sempre custodire la speranza però.

Io spero. Io sono questa qui, e lui, Ludo è quello lì. Soggetto. E’ talmente evidente che è un io irriducibile e personale. Nessun  altro embrione potrebbe mai diventare come lui.

Mi pare che la giustizia, come la verità, sia a volte una questione di analisi grammaticale. Non un bambino, ma lui. Articolo indeterminativo versus pronome personalissimo. E non una malattia che lo usa come substrato per manifestarsi e scatenare la curiosità a volte morbosa dei medici e a volte il gioco vigliacco del rimpallo di competenze,  ma l’evidenza che la natura umana è ferita.

E che l’anima invece è eterna. Che il male è talmente pervasivo che attacca gli innocentissimi. Gli altrimenti innocenti. “Tua mamma ti ha concepito nel peccato.” Direbbe il salmista.

Sono io sua mamma. Sì, io. A mia volta portatrice incolpevole di una colpa lunga come un’ombra al tramonto. Eh ma devi sempre partire da Adamo ed Eva per spiegare le cose?  A volte anche da prima. Perché Dio è prima. Prima che ci fosse un prima e un dopo.

“Mamma ma io continuo a pensare e penso, penso e non riesco mai a fermarmi  finché non arrivo a Dio!”. Ricordo questa confessione di me fanciulla alla mia mamma più giovane di me ora. Lei si stava pettinando davanti allo specchio e io ero nella stanza dei giochi ad aspettarla; dovevamo uscire. E nell’attesa il pensiero camminava, marciava imperterrito.. non riuscivo a fermarlo se non addosso a Dio. Mi causava angoscia. Volevo essere contenuta del tutto nella mia casa; tra le  cose familiari, nelle relazioni con le persone. E invece sentivo che un fiotto di essere mi sgorgava da dentro e scavalcava tutto, i pensieri normali di bambina, le immaginazioni, i ricordi e li investiva. Mi sentivo braccata. Anche ora. Anche ora che le cose sono tante, le cose concrete da fare e fare in fretta e bene sono più di quelle che riesco a fare. E mi vengono in mente i salmi, alcuni passi, come un assalto o come un ristoro atteso.

Li pesco dalla memoria dei tempi universitari. Dicevamo le Lodi tutte le mattine (Oddio, loro le dicevano  tutte le mattine,  io alcune..) e in vacanza pure l’ora media e compieta .

Da quando Ludovico è entrato nel mondo, dal suo essere stato concepito , da quando l’ho scoperto, mi rimbalzano questi due. Il 50 (51) “nella colpa mi ha concepito mia madre”  dice Davide per motivi suoi. Ma non si giustifica, sa che l’ha combinata grossa obbedendo alla passione. Non era colpa sua se la passione agiva, ma avrebbe potuto  resistergli.  Avrebbe? Nostro buon Dio Tu sai che ogni male e malattia hanno un’unica laida sorgente. L’antica colpa. Non pensavo si sarebbe abbattuta anche sul mio bambino. Che è Tuo.

L’altro salmo che rimbomba nella stanza del mio cuore ora triste per la desolazione è  il 139 (questo l’ho sentito per la prima volta alle elementari, grazie a suor Anna, che ha anche provato ad insegnarmi il ricamo); quello che mi ha fatto fin da piccina pensare che Dio ci guarda anche nella pancia della mamma, che la gravidanza è già la nostra vita.

Poi da mamma ci cullavo i miei bambini in arrivo. Con facile forse stucchevole commozione. Perché è facile quando tutto va bene. Quando nemmeno ti sfiora il sospetto che qualcosa possa andare storto. “Sei tu che hai creato le mie viscere/e mi hai tessuto nel seno di mia madre. Ti lodo, perché mi hai fatto come un prodigio;/sono stupende le Tue opere,/Tu mi conosci fino in fondo. Non Ti erano nascoste le mie ossa quando venivo formato nel segreto, intessuto nelle profondità della terra. /Ancora informe mi hanno visto i Tuoi occhi e tutto era scritto nel Tuo libro; i miei giorni erano fissati, quando ancora non ne esisteva uno.” Questi versi mi hanno trafitto a lungo. Dio ha tessuto Ludo così. Non è che si è distratto. Era lì più di chiunque altro mentre lui nel segreto veniva formato. Era Lui a tesserlo. E quindi?

Dio, Tu hai voluto questo? Hai governato l’estensione delle emorragie cerebrali? Hai detto stop a sinistra, più estese le lesioni a destra? E’ andata così?

E se non percorro la via dei Salmi mi perdo nella paccottiglia di conoscenze più o meno scientifiche che raccolgo qua e là come dragando un fiume torbido. E prendo in tristissima considerazione vari e disparati fattori. Persino l’intossicazione per via aerea a passar davanti a un campo nell’ora dei pesticidi, scopro a distanza di mesi dalla sua nascita. (Le sale d’aspetto degli studi medici sono fucine di autodiagnosi eccellenti. Da ora in avanti ho deciso che tutelerò la mia mente così impressionabile ostentando la lettura di grandi tomi). Anche il più insignificante di questi fattori, carezzandolo un po’ con l’immaginazione, arrivo a sorprenderlo mentre scatena la tempesta nei milioni di cellule di Ludo, come in un intrauterino, silenzioso butterfly effect. Aggressioni subite, licenziamenti ingiusti che innalzano i miei livelli di stress proprio nelle prime settimane di gravidanza. Virus nascosti, sfuggiti alle batterie di test con i quali abbiamo inseguito il nemico dal 5° mese in poi.

Età avanzata che aumenta i rischi. Qualità scadente della placenta? (“sì certo dovevi fartene una di Gucci o della Petit Bateau, chiosa il mio caro amico per riportarmi alla realtà in una delle nostre salutari telefonate. Per me salutari, per lui non so! Gli ho chiesto solo di non scappare. E lui confessando il doloroso senso di inadeguatezza di fronte a questo nostro dolore mi ha detto ok, resto. Tanti hanno detto “ci sono” e non ci sono più. Non li accuso. Lo dico solo. Tanti si sono aggiunti. Alcuni dormienti ora brillano addirittura). Forme genetiche che colpiscono attraverso me i maschi.

Lui è il primo maschio nato, ma ne ho persi due entro la 13 settimana. Li penso maschi. Non ho nessun fondamento e non ci ho mai azzeccato con il sesso del nascituro, con nessuno di quelli nati. Forma della pancia, fianchi più o meno larghi, distensione della pelle del viso, scelta dei cibi, mese e giorno di concepimento (come riporta una tabella cinese antichissima trovata sepolta sotto la sabbia. L’avranno seppellita volutamente. Non funziona!)

Una volta una commessa della Benetton mi ha assicurato che da come mi ero chinata a raccogliere la maglia caduta era certissima che sarebbe nata una femmina. Io avrei voluto farle presente che a noi Belletti cade sempre tutto di mano e ci chiniamo a volte così a volte cosà e che ad ogni pasto è ineluttabile almeno un bicchiere versato sulla tavola. E’ la genetica, ragazzi.

Si dimentica forse una madre del frutto delle sue viscere? Potrebbe. Ma Io no. Mai.

Dio, non dimenticarmi. Signore del Cielo della terra e delle nostre viscere e delle nostre anime, guarisci il mio bambino. Adesso o dopo o solo di là. Arroganza di chi si scopre creatura dolente e bisognosa come non ci fosse stato Giobbe e le corsie di ospedali piene e le storie di fatiche e malattie e infermità che non sono mai più lontane di due case da noi. E non ci fosse la Dolente. La madre. Che sono forse la prima e la più dolente? Affatto. Per niente. Ma anche questa notizia non basta. La fame di senso, soprattutto di senso , prima che di guarigione, non si sazia così. Si sazia forse col Dio che si è messo in croce e che ha lasciato la morte e il dolore uguali a vederli da fuori e invece vi ha impresso una nuova imprevedibile traiettoria. Sì. Raggiunti da questa notizia si inizia a sperare. Io spero.

Ma più ancora se con la notizia ci raggiunge, mi raggiunge una persona. Tante persone che suggeriscono un unico Volto. La notizia è la Sua persona. Che mistero.

Ho voglia di vedere Gesù in pieno viso. E che mi consoli e che mi confermi che Ludo è un privilegiato. Che siamo nati perché destinati al Cielo e lui più di me, più di tutti quelli che conosco, è perfetto per il Cielo. Dove non esiste ferita, menomazione o piaga. Tranne le Sue cinque.

Ho pianto e ho pure riso molto

(di Paola Belletti per la Croce, Numero zero. In edicola dal 13 gennaio)

Sono andata a confessarmi. Cerco di farlo almeno una volta al mese. Desidererei farlo di più. Ho scelto il Santuario vicino a casa, un bel santuario mariano come ce ne sono molti in Italia. Anche ad un’osservazione frettolosa ci si accorge subito che è frequentato, vivace. Tutto un via vai di pullman, ondate di pellegrini over ’60, facciamo anche over ’75, che si dirigono acciaccati ma spediti dalla madonnina e poi al negozio di souvenir. Ma anche molti giovani, molte persone e basta insomma. Anche alla Messa delle 7.00 e a quella delle 9.00. nei giorni feriali.

Prego da tempo perché il Signore mi faccia imbattere in un bravo confessore che magari potrebbe pure sobbarcarsi l’onere di una vera e propria direzione spirituale. O almeno che mi aiuti ad averla una direzione e a smetterla di girare in tondo.

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