L’oro del Giappone

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Sono riuscita ad arrivare a messa pressoché in orario. E senza fiatone. Entro il secondo paragrafo della prima lettura per lo meno.. è presa dal Genesi. Si ferma al quarto giorno di creazione. Per questo mi è rimasta l’acquolina in bocca. Perché è tutto buono, ma non ancora molto buono fino al sesto giorno, fino all’uomo.

Il sacerdote nell’omelia ha ricordato il martirio di Paolo Miki e compagni. Lo ha fatto leggendo la cronaca dettagliata di un contemporaneo di cui non si sa il nome, credo.

La loro marcia verso la morte mi ha entusiasmato e addolorato e di nuovo entusiasmato, nel dolore.

Sono martiri, sono in 26. Sei francescani spagnoli, gli altri giapponesi. Sono laici, sacerdoti, laici, catechisti, terziari, uomini e bambini. Sì bambini.

Vanno a piedi per più di quattrocento miglia-non chilometri- d’inverno sotto diverse intemperie e sopra svariati terreni. Larga parte di popolo li accompagna con rispettoso, devoto silenzio. Il cristianesimo seminato da Francesco Saverio e i suoi era cresciuto rigoglioso, fino ad allora. Fino a che non è diventato una minaccia straniera. Continua a leggere

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I cuccioli e l’Apocalisse

Ho saputo che ne ha parlato in radio e sul suo blog. Che ha pianto. Parlo del notissimo conduttore radiofonico Linus e di Bruna, il loro Labrador di 11 mesi colo cacao.

Mi unisco senza ironia e spero nessuna scoria di pretesa superiorità al dolore di Linus, di sua moglie e dei suoi bambini per la morte del loro amato cane.

Non fatico ad immedesimarmi in esso. È proprio dolore e piuttosto acuto. Che sia un cane, solo un cane, ovvero meno, decisamente, incommensurabilmente meno di un essere umano, non annienta la sofferenza. Perché noi, solo noi uomini siamo coscienti di noi stessi e del mondo e ci facciamo carico anche per gli animali, che non ne sono stati fatti capaci, di chiederci perché. Ci incarichiamo di provare sincero struggimento per lo strappo che la morte di un animale domestico, specie se è un cane, suscita. Continua a leggere

Nei nostri e altrui panni

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(Articolo già pubblicato per La Croce Quotidiano)

Un’altra coppia che si separa. Lui va con un’altra. Lei non lo sopporta più.Soffrono, spesso entrambi, altre volte pare di no, ma decidono, in nome di una sorta di saggezza e senso di responsabilità di lasciarsi al più presto. Meglio così.Meglio soprattutto per i figli. Non possono vederci sempre così. Non è vero. Siamo noi adulti che non sopportiamo più l’estenuante lotta dei litigi per tutto, della vista della faccia altrui, sempre più odiosa e odiata. Promemoria insistente degli episodi più scabrosi; di quei momenti di raro squallore che vorremmo tanto non aver vissuto. E, detto in mille modi diversi, il principio su cui sempre si incardinano queste decisioni è: non sono felice.

È una constatazione spesso così sofferente. Una constatazione che non chiede di essere giustificata. Tutti vogliamo essere felici. Tutti sentiamo urgere questa esigenza. Quindi hanno, abbiamo ragione quando motiviamo in forza di questo principio le nostre decisioni, le nostre azioni. Continua a leggere

Io sto meglio da grande

Certo si deve sempre crescere, occorre continuamente tendere a qualcosa, non si arriva mai (per ora!!); addirittura per approdare alla goduria totale finale e senza fine ci chiedono di farci come i bambini. Appunto, bambini. Non adolescenti. Non so bene cosa voglio esprimere , ho pure un po’ sonno e sto scrivendo in modo paradossalmente infantile.

Il concetto in sintesi è questo: io mi sento più felice, realizzata, equilibrata, in grado di godere delle cose, di accorgermi di quello che c’è , di inventare, di difendere ciò in cui credo, di difendere quelli in cui credo, di accettare di non piacere sempre a tutti, di sentirmi libera… ora. Continua a leggere

Basta che funzioni (?!)

Dovete credere in qualcosa: l’istinto, il destino, la vita, il karma, qualsiasi cosa. Questo approccio non mi ha mai tradito, e ha fatto la differenza nella mia vita.” Steve Jobs, Stanford University, 2005

Per quanto nobile lo si scelga questo qualche cosa degno del nostro credere resta pur sempre una ruota sulla quale corriamo come criceti, un sistema ingannevole per farci correre e produrre energia?

Come può essere ininfluente se sia vero o no?

E se anche raggiungessimo gli obiettivi umanamente più esaltanti come effettivamente paiono i suoi (di Steve Jobs intendo) cosa potremmo fare se non solo guardarci INDIETRO e dire di aver fatto qualcosa di grandioso, di economicamente arricchente, di entusiasmante ma come dire senza prospettiva, costretto nel claustrofobico orizzonte di uomini che si credono SOLO e definitivamente mortali?

Trovo logicamente infondato che l’essere smetta di essere. Parmenide docet. Anche se pure lui dal canto suo è morto. Ma morire non è non essere più. E non vedere una realtà non significa che non sia più. Continua a leggere