I cuccioli e l’Apocalisse

Ho saputo che ne ha parlato in radio e sul suo blog. Che ha pianto. Parlo del notissimo conduttore radiofonico Linus e di Bruna, il loro Labrador di 11 mesi colo cacao.

Mi unisco senza ironia e spero nessuna scoria di pretesa superiorità al dolore di Linus, di sua moglie e dei suoi bambini per la morte del loro amato cane.

Non fatico ad immedesimarmi in esso. È proprio dolore e piuttosto acuto. Che sia un cane, solo un cane, ovvero meno, decisamente, incommensurabilmente meno di un essere umano, non annienta la sofferenza. Perché noi, solo noi uomini siamo coscienti di noi stessi e del mondo e ci facciamo carico anche per gli animali, che non ne sono stati fatti capaci, di chiederci perché. Ci incarichiamo di provare sincero struggimento per lo strappo che la morte di un animale domestico, specie se è un cane, suscita. Continua a leggere

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Abbattete la Principessa

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 di Paolo Pugni

E non se ne può proprio più, diciamolo, di questi articoli di Paola Belletti su LaCroce che ti rovesciano addosso i suoi dolori e le sue rabbie. Che questo suo scrivere chioccio graffia l’anima, te la scortica strato dopo strato, non ti lascia lì tranquillo al tramonto a guardare la tua vita che si sorregge a fatica in equilibrio. Non se ne può proprio più di questo grido continuo, come un acufene, straziato giorno dopo giorno in tutto ciò che ti avvolge. Perché non ti lascia riposare, non ti lascia ciondolare dentro la tua autocommiserazione, dentro quella voglia di startene tranquillo a fare la vittima, a sentirti così sensibile che nessuno si accorge di come ti stai portando addosso l’universo, tu solo, tu capace di farlo con generosità e silenzio e grande, grande magnanimità.

Non se ne può più di un tarlo che rode il cuore, la scorza soprattutto, e ti impedisce di accucciarti al caldo, come una cosa posata in un angolo e dimenticata, di stare immobile a contemplare la tua grandezza. No. Ti tira giù. La maschera. Dal trono. Dalla certezza che peggio della tua vita non c’è nulla e che solo tu puoi alzare la voce con Dio per lamentarti e pavoneggiarti. Altro che Giobbe, guarda qua me Signore!

Non se ne può più di questo oscillare tra disperazione e fede, tra ringhio e preghiera, che troppo ci ricorda le nostre debolezze, quelle che vorremmo nascondere nei bugigattoli dell’animo, così in fondo da non riuscire più a trovarli neanche con la più trivellante delle confessioni. Perché solo noi sappiamo che cosa vuol dire essere tentati e vincere, noi che ci arroghiamo la felicità e il dolore, che le usiamo come armi di distruzione di massa.

Mettetela a tacere come giù fu spento il Messia, improponibile nella sua rettitudine e ancora di più nella sua misericordia.

Qui vogliamo trovare l’accusa, la lama tagliente, il ragionamento acuto, la sferza contro il male, non questa pena soffocata che ci ricorda come la vita sia guerra contro noi stessi e il cielo –che solo i violenti se ne impossessano in questo territorio del diavolo- e contro le nostre miserie.

Che tu sorella Paola ci squarci come la notte dell’Innominato, ci sevizi come il Messia di Emmaus, ci violenti come i silenzi di Madre Teresa, quelli che non vorremmo mai ascoltare.

Perché anche questo è LaCroce, ricordo che la battaglia contro Principati e Dominazioni si fa nei Palasport e con le petizioni, ma prima di tutti si fa aprendo il cuore e lasciando che dentro ci trovino posto tutti, senza limiti, che tutti soffrono, che tutti hanno un dolore più grande del tuo.

Coraggio Paola, non smettere di squartare la nostra indifferenza, che ci stai spianando la strada verso il cielo.

Fonte: http://costanzamiriano.com/2015/04/09/abbattete-la-principessa/

9 aprile 2015

 

Quello che alla Pixar non sanno

 

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È che siamo dei magoni animati.

Ho appena visto al cinema l’ultima fatica della casa di produzione californiana che ci ha regalato – insomma, regalato – cose come Toys, Monster & Co., Alla ricerca di Nemo; si intitola Inside Out. Riuscito lungometraggio animato che rappresenta in maniera felice le principali emozioni che si agitano in noi e che influiscono sull’andamento della nostra esistenza. Sono Paura, Rabbia, Disgusto, Tristezza e Gioia.

È la storia di una bambina, Riley, che nasce e che inizia ad intrattenersi con la vita attraverso la Gioia. «Solo tu ed io,  per sempre»,  ma l’idillio si infrange contro il primo mal di pancia o attacco di fame dopo soli 33 secondi. Inizia l’avvicendamento con le altre emozioni: la tristezza e poi la rabbia, che la difende dalle ingiustizie, la paura, che la mantiene al sicuro come una sorta di bodyguard fifona ma efficace e disgusto, che vigila sui rischi di avvelenamento alimentare e sociale.

È molto divertente vedere la commedia che si svolge in noi e vederla assieme agli altri.

Ci sono i ricordi fondamentali che sorreggono, se così si può dire, i bastioni della sua personalità; e i pensieri che partono solo in veglia come un lungo treno che vede formarsi i binari in tempo reale al proprio passaggio. E in cabina di regia c’è gioia, insieme con gli altri, ma insomma è lei che fa girare tutta la baracca e tutti, pubblico compreso, ne sono rassicurati.

Quando fuori succede un fatto importante (una volta si rovescia una scatola nella mente di Riley che contiene fatti e opinioni  e lì sul tappeto si vede come “tendono sempre a confondersi”) che imprime un cambiamento epocale nella vita della dodicenne allora dentro gli equilibri sono minacciati. Gioia non è più la regista indiscussa; le altre emozioni prendono loro malgrado il sopravento. E tristezza va contenuta, circoscritta il più possibile.

In effetti viene voglia di mandarla via, la tristezza..

Con la duttilità del disegno animato e il mestiere di autori e sceneggiatori, sono riusciti nell’intento di esprimere in maniera comprensibile e gustosa le dinamiche intrapsichiche che ognuno può riconoscere in sé. La complessità interiore è ben suggerita e si capisce che assomigliamo molto più ad universo in espansione che non ad una macchina con ingranaggi ben oliati.

Si intuisce che in cabina di regia, alle spalle dei 5 soggetti così fortemente caratterizzati, c’è un soggetto più grande. Un io libero che decide. Almeno io ho voluto capirlo così. E che non sono solo le emozioni a influenzare le decisioni, ma anche il contrario. Ovvero, se imparo a giudicare diversamente una situazione – la casa nuova, la nuova pochissimo affascinante città di San Franschifo, il clima così diverso da quello delizioso (!!) del Minnesota..-  allora nasceranno anche emozioni diverse. Voilà, questo sarebbe il mio breve sommario con tentativo di chiave di lettura.

Sennonché il mio amico non  immaginario (perché nel lungometraggio ce n’è uno immaginario vero), che non ha il naso da elefante e non piange caramelle, ma è piuttosto surreale e molto divertente – oltre che particolarmente geniale e potrebbe benissimo lui pure aver progettato dei razzi a propulsione canora – , mi aveva telefonato nel pomeriggio per intimarmi di andare al cinema, proprio ieri. Continua a leggere

Dio nelle viscere

Articolo pubblicato per La Croce Quotidiano (non mi ricordo la data)

Non so cosa scrivere, di che parlare. Ho il cuore pesante oggi. Un figlio ammalato non è un argomento facile,  né la carta da giocarsi sempre e comunque. E io non ho un figlio malato, me misera. Non è lui un eserciziario di “poverinismo”. C’è un bambino, nostro figlio, quel bambino lì, che anziché vedere il proprio corpo deteriorarsi con gli anni e la propria mente obnubilarsi piano piano è partito in salita. E’ stato colpito subito. Che ingiustizia. Che disuguaglianza. Lo è davvero? Nel nostro veloce giro d’anni, quella cosa che ci troviamo addosso senza averla chiesta, né chiesta così e che si chiama vita rende questa differenza cronologica irrilevante. Nessuna differenza sostanziale. Nessuna minorità. Credo anche che a tempo debito la sua situazione apparirà come un vantaggio.

E’ un terminale, come me. Come te. Che allegria..Bisogna sempre essere allegri e leggiadri? Sempre non si può. Si può sempre custodire la speranza però.

Io spero. Io sono questa qui, e lui, Ludo è quello lì. Soggetto. E’ talmente evidente che è un io irriducibile e personale. Nessun  altro embrione potrebbe mai diventare come lui.

Mi pare che la giustizia, come la verità, sia a volte una questione di analisi grammaticale. Non un bambino, ma lui. Articolo indeterminativo versus pronome personalissimo. E non una malattia che lo usa come substrato per manifestarsi e scatenare la curiosità a volte morbosa dei medici e a volte il gioco vigliacco del rimpallo di competenze,  ma l’evidenza che la natura umana è ferita.

E che l’anima invece è eterna. Che il male è talmente pervasivo che attacca gli innocentissimi. Gli altrimenti innocenti. “Tua mamma ti ha concepito nel peccato.” Direbbe il salmista.

Sono io sua mamma. Sì, io. A mia volta portatrice incolpevole di una colpa lunga come un’ombra al tramonto. Eh ma devi sempre partire da Adamo ed Eva per spiegare le cose?  A volte anche da prima. Perché Dio è prima. Prima che ci fosse un prima e un dopo.

“Mamma ma io continuo a pensare e penso, penso e non riesco mai a fermarmi  finché non arrivo a Dio!”. Ricordo questa confessione di me fanciulla alla mia mamma più giovane di me ora. Lei si stava pettinando davanti allo specchio e io ero nella stanza dei giochi ad aspettarla; dovevamo uscire. E nell’attesa il pensiero camminava, marciava imperterrito.. non riuscivo a fermarlo se non addosso a Dio. Mi causava angoscia. Volevo essere contenuta del tutto nella mia casa; tra le  cose familiari, nelle relazioni con le persone. E invece sentivo che un fiotto di essere mi sgorgava da dentro e scavalcava tutto, i pensieri normali di bambina, le immaginazioni, i ricordi e li investiva. Mi sentivo braccata. Anche ora. Anche ora che le cose sono tante, le cose concrete da fare e fare in fretta e bene sono più di quelle che riesco a fare. E mi vengono in mente i salmi, alcuni passi, come un assalto o come un ristoro atteso.

Li pesco dalla memoria dei tempi universitari. Dicevamo le Lodi tutte le mattine (Oddio, loro le dicevano  tutte le mattine,  io alcune..) e in vacanza pure l’ora media e compieta .

Da quando Ludovico è entrato nel mondo, dal suo essere stato concepito , da quando l’ho scoperto, mi rimbalzano questi due. Il 50 (51) “nella colpa mi ha concepito mia madre”  dice Davide per motivi suoi. Ma non si giustifica, sa che l’ha combinata grossa obbedendo alla passione. Non era colpa sua se la passione agiva, ma avrebbe potuto  resistergli.  Avrebbe? Nostro buon Dio Tu sai che ogni male e malattia hanno un’unica laida sorgente. L’antica colpa. Non pensavo si sarebbe abbattuta anche sul mio bambino. Che è Tuo.

L’altro salmo che rimbomba nella stanza del mio cuore ora triste per la desolazione è  il 139 (questo l’ho sentito per la prima volta alle elementari, grazie a suor Anna, che ha anche provato ad insegnarmi il ricamo); quello che mi ha fatto fin da piccina pensare che Dio ci guarda anche nella pancia della mamma, che la gravidanza è già la nostra vita.

Poi da mamma ci cullavo i miei bambini in arrivo. Con facile forse stucchevole commozione. Perché è facile quando tutto va bene. Quando nemmeno ti sfiora il sospetto che qualcosa possa andare storto. “Sei tu che hai creato le mie viscere/e mi hai tessuto nel seno di mia madre. Ti lodo, perché mi hai fatto come un prodigio;/sono stupende le Tue opere,/Tu mi conosci fino in fondo. Non Ti erano nascoste le mie ossa quando venivo formato nel segreto, intessuto nelle profondità della terra. /Ancora informe mi hanno visto i Tuoi occhi e tutto era scritto nel Tuo libro; i miei giorni erano fissati, quando ancora non ne esisteva uno.” Questi versi mi hanno trafitto a lungo. Dio ha tessuto Ludo così. Non è che si è distratto. Era lì più di chiunque altro mentre lui nel segreto veniva formato. Era Lui a tesserlo. E quindi?

Dio, Tu hai voluto questo? Hai governato l’estensione delle emorragie cerebrali? Hai detto stop a sinistra, più estese le lesioni a destra? E’ andata così?

E se non percorro la via dei Salmi mi perdo nella paccottiglia di conoscenze più o meno scientifiche che raccolgo qua e là come dragando un fiume torbido. E prendo in tristissima considerazione vari e disparati fattori. Persino l’intossicazione per via aerea a passar davanti a un campo nell’ora dei pesticidi, scopro a distanza di mesi dalla sua nascita. (Le sale d’aspetto degli studi medici sono fucine di autodiagnosi eccellenti. Da ora in avanti ho deciso che tutelerò la mia mente così impressionabile ostentando la lettura di grandi tomi). Anche il più insignificante di questi fattori, carezzandolo un po’ con l’immaginazione, arrivo a sorprenderlo mentre scatena la tempesta nei milioni di cellule di Ludo, come in un intrauterino, silenzioso butterfly effect. Aggressioni subite, licenziamenti ingiusti che innalzano i miei livelli di stress proprio nelle prime settimane di gravidanza. Virus nascosti, sfuggiti alle batterie di test con i quali abbiamo inseguito il nemico dal 5° mese in poi.

Età avanzata che aumenta i rischi. Qualità scadente della placenta? (“sì certo dovevi fartene una di Gucci o della Petit Bateau, chiosa il mio caro amico per riportarmi alla realtà in una delle nostre salutari telefonate. Per me salutari, per lui non so! Gli ho chiesto solo di non scappare. E lui confessando il doloroso senso di inadeguatezza di fronte a questo nostro dolore mi ha detto ok, resto. Tanti hanno detto “ci sono” e non ci sono più. Non li accuso. Lo dico solo. Tanti si sono aggiunti. Alcuni dormienti ora brillano addirittura). Forme genetiche che colpiscono attraverso me i maschi.

Lui è il primo maschio nato, ma ne ho persi due entro la 13 settimana. Li penso maschi. Non ho nessun fondamento e non ci ho mai azzeccato con il sesso del nascituro, con nessuno di quelli nati. Forma della pancia, fianchi più o meno larghi, distensione della pelle del viso, scelta dei cibi, mese e giorno di concepimento (come riporta una tabella cinese antichissima trovata sepolta sotto la sabbia. L’avranno seppellita volutamente. Non funziona!)

Una volta una commessa della Benetton mi ha assicurato che da come mi ero chinata a raccogliere la maglia caduta era certissima che sarebbe nata una femmina. Io avrei voluto farle presente che a noi Belletti cade sempre tutto di mano e ci chiniamo a volte così a volte cosà e che ad ogni pasto è ineluttabile almeno un bicchiere versato sulla tavola. E’ la genetica, ragazzi.

Si dimentica forse una madre del frutto delle sue viscere? Potrebbe. Ma Io no. Mai.

Dio, non dimenticarmi. Signore del Cielo della terra e delle nostre viscere e delle nostre anime, guarisci il mio bambino. Adesso o dopo o solo di là. Arroganza di chi si scopre creatura dolente e bisognosa come non ci fosse stato Giobbe e le corsie di ospedali piene e le storie di fatiche e malattie e infermità che non sono mai più lontane di due case da noi. E non ci fosse la Dolente. La madre. Che sono forse la prima e la più dolente? Affatto. Per niente. Ma anche questa notizia non basta. La fame di senso, soprattutto di senso , prima che di guarigione, non si sazia così. Si sazia forse col Dio che si è messo in croce e che ha lasciato la morte e il dolore uguali a vederli da fuori e invece vi ha impresso una nuova imprevedibile traiettoria. Sì. Raggiunti da questa notizia si inizia a sperare. Io spero.

Ma più ancora se con la notizia ci raggiunge, mi raggiunge una persona. Tante persone che suggeriscono un unico Volto. La notizia è la Sua persona. Che mistero.

Ho voglia di vedere Gesù in pieno viso. E che mi consoli e che mi confermi che Ludo è un privilegiato. Che siamo nati perché destinati al Cielo e lui più di me, più di tutti quelli che conosco, è perfetto per il Cielo. Dove non esiste ferita, menomazione o piaga. Tranne le Sue cinque.

Rosario grunge

Articolo pubblicato per La Croce quotidiano il 31 gennaio 2015

la_Croce

Cammino per il paese, da sola.

Non sono Ungaretti (casomai qualcuno dubitasse), ma vorrei farvi notare con questa icastica  espressione che lì sta tutta la notizia. Cammino da sola. E sto/ come d’autunno/ sugli alberi/ le foglie, ma sono contenta. Cerco di raccogliermi in me stessa. Contemplo la natura.

Il  paese nel quale abito da 11 anni, che però mi sembra sempre ieri, è  parte di un anfiteatro morenico. Una quieta campagna piena di vigne, campi coltivati, uliveti e addirittura boschi. Non è famoso per la movida notturna. Di più per il salame, addirittura lo zafferano; i vini. Quando un colle finisce e ne inizia un altro, nello spicchio che nasce tra i due,  si affaccia  il lago. Il vento ha fatto il suo lavoro:  l’azzurro che sfoggia è commovente; e il  freddo dell’inverno finalmente sicuro di sé  lo rende ancora più brillante.

Ti ringrazio Signore. Tutte le creature cantano le Tue lodi. Anche le foglie scricchiolando sotto il mio piede; e i cani alle ringhiere (no quello no, mi ha appena fatto rischiare un infarto guizzando fuori dalla siepe all’improvviso). E le ragnatele come merletti tra un ramo e l’altro. Anche le montagne già glassate di neve. Continua a leggere