Noi e la Madre

Ed ecco il nostro goffo approdo su mensile mariano. La Presenza di Maria,  numero di maggio, di questo stesso anno, il 2016.

Grazie ad Angelo De Lorenzi per la pazienza.

 

 

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Giocando in casa, anzi all’oratorio

Da Verona Fedele, 8 maggio 2016, p.22, Francesca Gardenato.

In vista dell’incontro che si sarebbe svolto il giorno dopo, 9 maggio 2016 alle 21.00, presso l’oratorio di Santa Maria di Lugana, a Sirmione.

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Ho trovato una sorpresa, stamattina

Autore: Nerella Buggio
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E’ nell’affidarsi a quella Tua volontà, che si misura il nostro rapporto con Dio, la capacità di affidarsi totalmente o con la condizionale.

Ci sono amiche che sono cresciute con te e amiche che incontri per la prima volta e scopri di avere una sintonia del cuore che ti fa dire “siamo amiche”, questo mi è accaduto con Paola Belletti, autrice del libro: “Osservazioni di una mamma qualunque”.
Una donna che si racconta così, (per chi ama la precisione, le date vanno aggiornate aggiungendo 1 anno):“Sono Paola. Figlia da 40 anni, moglie da 11 e mamma da 10. Tutti e tre gli stati sono a tempo indeterminato. Ho quattro figli. Tre femmine e un maschio. 10, 9, 5 e 1 anno. Le prime due insieme a molti doni, profondità, intelligenza, bellezza, talenti musicali e molto, molto ancora da scoprire, si stanno sudando un po’ di più alcune conquiste scolastiche (aggiungerei, dopo un po’ di penare “chissenefrega” perché la scuola serve per la vita non la vita per la scuola).
La terza ha iniziato a parlare a 10 mesi, è precoce in molte cose, particolarmente intuitiva e piena di meraviglie da scoprire (…) Il piccolo è malato seriamente. E abbiamo iniziato a scoprirlo, seppur con alterne vicende e molte incertezze, durante la gravidanza . Alla 23esima settimana. E’ seguito un vero calvario. Ora lo curiamo al meglio delle nostre possibilità. E lui ci ricambia con la sua bellezza e molta gioia”
Paola ha un sorriso misurato, una scrittura semplice ma profonda, un modo di raccontarsi che fa in modo che tra le righe del suo libro ognuno trovi un po’ il suo essere uomo o donna. Racconta la quotidianità, che a volte è buffa, altre seria o dolorosa, mai disperata anche se il dolore di un figlio incide il cuore di chi lo ha generato e ti interroga, ti mette in discussione, mette alla prova il tuo essere madre e padre, qualche volta può anche far vacillare la tua fede in quel Dio buono. Buono con chi? Se questo piccolo sta già sul calvario da prima di nascere? Ti verrebbe da gridare, del resto pure Cristo al Monte degli Ulivi chiese: “Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà”
E’ nell’affidarsi a quella Tua volontà, che si misura il nostro rapporto con Dio, la capacità di affidarsi totalmente o con la condizionale.
Una persona che ho incontrato oggi mi ha detto: “io ho un rapporto personale e intimo con Cristo, non sono praticante, di tanto in tanto lo invoco, ma fatico a credere in Dio dopo Auschwitz” Ma che c’entra Dio con la malvagità degli uomini ho pensato, e poi mi è venuto in mente Ludovico, il figlio di Paola, che c’entra Dio con la sofferenza dei piccoli che non si può nemmeno imputare alla malvagità degli uomini.
Eppure, siamo fatti a sua immagine e somiglianza, “siamo nati e non moriremo più” diceva Chiara Corbella, altra Santa dei giorni nostri. Ci sono cose che non capiamo, fatiche che vorremmo non dover vivere eppure, tutto è buono, tutto concorre alla nostra santità, sembra un controsenso, ma più siamo docili alla Sua volontà, e più il mistero si svela.
Ma quanta fatica, quante preghiere e quante lacrime.
Lo recitiamo sempre distrattamente, ma è una frase che dovrebbe farci tremare il sangue nelle vene, “sia fatta la Tua volontà”
Scrive Paola nel capitolo “si esigono miracoli” “…Voglio volere la Tua volontà. Provo a chiedere che si compia Quella (la Tua, di volontà) anche se mi pare brutta. Anche se mi fa paura. Anche se proprio non mi riesce di fidarmi.
No perché a fidarsi, nel dire questa frase, potremmo finalmente, Dio ne sia lodato, rilassarci. “
Già, non allegri, ma lieti, quando davvero in sprazzi di giornata mi viene da alzare gli occhi al cielo e di riconoscere la Sua presenza in ogni incontro, in ogni fatica, allora mi vien da dire che non c’è nulla di cui mi devo lamentare, devo solo ringraziare per la ricchezza di attimi di cui è fatta la vita. Poi, il peccato originale sempre in agguato mi fa perdere la pazienza, mi fa sentire la solitudine di certe sere e mi fa dimenticare che anche la tristezza è una grazia che plasma l’anima. Allora grazie, a questa amica che con la sua penna, e la chiacchierata notturna, mentre guidava verso casa e io speravo che le mie chiacchiere non la facessero sopire, mi ha fatta sentire in sintonia, sulla stessa strada. Grazie.

“Siamo qui riuniti a causa di un uomo.”

“Siamo qui riuniti a causa di un uomo. Un uomo conosciuto personalmente da tanti di noi, e conosciuto per reputazione da molti altri; un uomo amato da tanti e disprezzato da altri; un uomo conosciuto per le grandi controversie e per la grande compassione. Quest’uomo, naturalmente, è Gesù di Nazareth” (Dall’Omelia di Paul Scalia per il padre, il giudice Antonin Scalia, 20 febbraio 2016).


Prendo volentieri queste parole per consegnarvi le nostre, sincere, commosse e insieme certe in ricordo del nostro amato zio Ivo, morto nella notte tra il 1 e il 2 marzo appena scorso, dopo aver vissuto intensamente i 76 anni che Dio gli ha concesso.

“Caro zio.. la vita ti piaceva tanto. Anche se non ci vedevamo spesso, bastava una delle tue sonore risate, un tuo generoso abbraccio, bastava guardare i tuoi gambali infangati; l’amore riflesso negli occhi di Leda, Cristina e Stefania per capirlo. Anche lo scodinzolare dei tuoi cani da caccia lo diceva chiaramente. E quando da piccoli venivamo a trovarti, sentivamo la tua voce per aria, già dalle scale, appena aperta la portiera della macchina; e poi scorrazzavamo per il tuo immenso magazzino, salendo sui pallet carichi di ceramiche, sulle scalette degli scaffali; saltavamo in continuazione sulla bilancia.. tu bonario, ci riprendevi con il sorriso incorporato. Ti piaceva tenere le tue ragazze sotto la tua ala protettrice e accogliere i clienti come se li conoscessi da sempre; hai sparso la tua giovialità e il tuo amore alla vita con abbondanza.

Hai seminato tanto; e tanto, sicuramente, raccoglierai.

Grazie Signore di avercelo donato, te lo riconsegnamo.. anche se è dura, perché molto ci mancherà, ma siamo certi che tutto quanto piaceva ad Ivo, glielo farai ritrovare centuplicato nel tuo regno; Tu ce l’hai promesso, sappiamo che sei un Dio fedele e in Te speriamo.

Ciao Zio.”

Marcello Belletti

 

Caro, a noi tutti carissimo zio. Qui davanti al tuo corpo che solo provvisoriamente hai abbandonato al comando del Tuo Creatore, noi rendiamo grazie a Dio per te. Per la grazia di di averti conosciuto. Grazie per come hai vissuto, per quanto e quanti hai amato e per come virilmente hai affrontato questa malattia così rapace, la sofferenza e la morte che sapevi sarebbe arrivata.

A noi nipoti che troppo poco ti abbiamo abbracciato manchi già profondamente. Ci mancano la tua andatura, la tua voce sempre un po’ per aria, le tue vivide espressioni, il sorriso largo. E i racconti delle tue avventure. Quando la mamma ci raccontava di te c’era spesso da ridere e sempre di che essere orgogliosi: “questo è mio zio!”, pensavo…

Per questo vogliamo consolare la tua amata moglie Leda e le tua figlie, che adori; i tuoi nipotini e tutti i tuoi cari più intimi, perché sappiamo che lo strappo che hanno subìto, dopo averti a lungo goduto, brucia in quest’ora di un’intensità quasi insopportabile. Per questo ci stringiamo a loro e alla tua cara sorella, nostra mamma. (La Stefy ci ha riferito che uno degli ultimi giorni hai detto “Io ho una sorella che è ancora bella!”); il vostro legame così intenso lo hai volentieri esteso, ricambiato con entusiasmo intero, a tuo cognato, nostro papà. La mamma dice che vi siete piaciuti fin dall’inizio, amati e stimati per sempre. Ha pianto mio papà. E lo aveva fatto credo altre due sole volte.

I nostri figli, soprattutto i più piccoli, ti hanno voluto bene alla prima occhiata. Perché così fanno i cuori puri: si attaccano al volo a chi è buono e testimonia la bellezza entusiasmante della vita, come facevi tu. Un uomo pieno di vita sei stato. Traboccava da te la vita, semplice e positiva. Anche dai tuoi difetti e dalla tue intemperanze!

Un uomo, come ha detto mio marito, che mostrava in modo inequivocabile di voler bene agli altri. La tua simpatia contagiosa in fondo suggeriva a chi ti incontrava che esiste un disegno buono.

“Alla sera della vita saremo giudicati sull’amore”. Questa frase di S. Giovanni della Croce, ha detto Matteo, mi fa alla fine esultare perché lo zio Ivo ha molto amato.

E ora noi confidiamo in nome di Gesù Cristo che tu sia nella stupefacente pienezza di amore e verità, nella vita che è tutta carità e gioia scritta come una promessa in tutti i nostri cuori e che tu, nostro caro zio, mantenevi così fresca e accesa, come fossi un fanciullo. Me lo hanno ricordato, qualche sera fa, i coniglietti che razzolano tranquilli per il tuo giardino.

Con l’affetto ferito da un’acuta nostalgia accettiamo di separarci da te; ora la fiducia nella Misericordia di Dio diventa attesa certa di godere con te, quando sarà il momento, il Paradiso.

I tuoi nipoti, Marcello, Massimiliano, Paola, Leonardo

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INTERVISTA a Sabrina Pietrangeli Paluzzi per l’uscita del suo nuovo romanzo autobiografico (pubblicata per La Croce il 18 dicembre 2015)tornata a casa

Mi imbatto nella pagina Facebook di Sabrina Pietrangeli Paluzzi dedicata alla sua ultima fatica, il libro “Tornata a casa”. L’avevo già incontrata, Sabrina, anni fa, forse nel 2009, sempre sul web. Non so come, sono finita su un post dove raccontava la sua terza gravidanza. Incontro in lei un tipo di sofferenza a me ancora sconosciuto e il valore efficace del Rosario. Efficace. E non perché sia la versione cattolicheggiante di pratiche di benessere psicofisico, ma perché attira aiuto dall’alto. Maria è l’Ausiliatrice.
Le scrivo un messaggio in chat e le chiedo se posso intervistarla proprio in merito alla sua opera.
Ci diamo appuntamento per mercoledì mattina; appena dopo le medicine a Ludo e appena prima dei suoi appuntamenti ospedalieri.

D – Ho letto a balzi il tuo libro. È il 3°, giusto?

R – Sì. Ne ho scritti 2, prima. Tutti per La Quercia.

(La Quercia Millenaria è il nome della Onlus che è nata da Sabrina, suo marito ed in seguito supportata da alcuni medici e famiglie che vorrei tanto avere incontrato anche io e Dio solo sa chi altro. Da Giona, senz’altro. E dallo Spirito Santo. Mi spiace giocarmi tutto il bonus maiuscole ma è necessario. Abbiamo a che fare con l’opera di un Altro, ndr).
Auricolari inseriti, pc acceso e aperto su word, livello della batteria sufficiente. Si parte.

D – Prima cosa: scrivi benissimo. Adoro la tua scrittura così pulita, essenziale e vivida. La scena del pattinaggio, gli adesivi sopra il mobile del letto. I sospiri di tua mamma. L’orecchio per i motori imparato da tuo fratello. Mi pare di sentire l’odore dell’aria di qualche tua mattina fredda o il suono dei passi di bambine sulle scale. O il calore delle lacrime di tuo papà, dopo il divorzio. O l’oppressione di giorni e giorni passati in ospedale, ma lì proietto, pensando ai nostri ricoveri. Perché scrivi?

R – Io scrivo da sempre; ho sempre avuto un diario, fin da bambina. Dopo avere letto il diario di Anna Frank dai 12 anni in avanti ne ho sempre tenuto uno che mi ha accompagnato nel periodo peggiore del divorzio dei miei. Mi ha fatto compagnia tutta la vita, durante l’attesa dei miei figli, nei momenti di difficoltà.
Fin da quando mi ricordo la lettura e la scrittura sono il mio grande amore. Scrivo ogni sera.

D – Perché hai deciso di raccontare di te e della tua vita?

R – È una cosa alla quale lavoravo da circa tre anni. Rileggendo la prima stesura ho constatato che aveva una forma ancora aggressiva, di sfogo. Per un po’ l’ho accantonata. In questi anni sono maturate molte cose. Si è chiuso un cerchio… A quel punto ci ho rimesso le mani limando le cose. Io ero più risolta; mi sono risolta in tante ferite e amarezze. Ho trovato un nuovo modo di volermi bene. Ho potuto riformulare il racconto e prima ancora lo sguardo sulla mia vita e prenderne i frutti. Come fossi già un’anziana signora sul letto di morte che guarda alla propria vita e ne considera i frutti… (Ride) Che immagine, vero? Però è così, nel senso che di quella condizione, la fine della vita, sperimento la pace!

D – (Non so, a pensarci bene, anche da questo scambio di battute si capisce che lei della morte ha un grande rispetto e nessuna soggezione né terrore. È cristiana. Senza mollezze. Si può dire “morte”, si può dire “malattia”, si può dire tutto, in fondo, di fronte al Signore.)
Dove eri prima di «tornare a casa» ?

R – Ero pellegrina. Ero in pellegrinaggio perenne; cercavo in tutti i posti tranne che in quello giusto.

D – (È così che si legge lei, dal punto di vista del destino. L’incontro col Padre spiega e salva tutto, penso tra me. I semi spesso restano nascosti a lungo. A volte anni, ho letto una volta in un libro per bambini sui semi. Poi germinano.)
E di quegli strumenti per i quali hai avuto anche una sorta di devozione, che guardavi come al tuo dio ora cosa pensi? (Mi riferisco in particolare alla psicoterapia e nello specifico all’approccio dell’analisi transazionale per il quale nutro, seppure da dilettante, grande stima. Lo schema della personalità che propone e che individua un Genitore, un Adulto e un Bambino come i tre fondamentali stati dell’io è di grande semplicità e risulta efficacissimo per l’autocomprensione senza perdere affatto in profondità).

R – Ora sono, appunto, strumenti. Li giudico ottimi, essenziali. Soprattutto per chi non ha fede. Aiutano moltissimo a relazionarsi con se stessi e con gli altri. Ma la psicologia e la psicoterapia non salvano. Mio cognato, Silvestro Paluzzi, che è uno psicoterapeuta cristiano dice: «la scienza cura, Cristo salva».

D – (Siamo in costante relazione, anche al nostro interno. La traccia trinitaria in noi è così mastodontica che quasi non la vediamo più. Come uno sfondo al quale ci si abitua, penso io).
Perché aiuti gli altri?

R – Perché sono stata aiutata io. In modo gratuito e pieno di amore. Durante la gravidanza e la grave patologia insorta a Giona abbiamo affrontato da soli l’abbandono, il vuoto delle istituzioni, una grande insufficienza di intervento per esperienze come la nostra. L’esigenza è stata di creare qualcosa che non c’era. Volevamo, anzi, vogliamo offrire la possibilità di non farli sentire soli, questi genitori, o farli sentire meno soli.
Chi non ha queste cose, che fa? Magari rinuncia a suo figlio, subito. Non arriva nemmeno a porsi certe domande, non riceve nemmeno tutte le informazioni che servirebbero e in preda alla paura sceglie subito l’aborto. Molti medici danno molto meno informazioni di quelle di cui dispongono e che permetterebbero spesso altre strade, come gli interventi invasivi in utero. Giusto ieri ho parlato con una mamma che sta vivendo la gravidanza di un bambino terminale. Si è sentita dire dal suo ginecologo «o abortisci o qui non torni più» (e ripetendo l’ecografia in un centro a pagamento, la ginecologa ha proprio spento lo schermo dicendo «è meglio se non la vede»). Lei è sostenuta da una grande fede, è una roccia, ma senza una forza di questo tipo come si può affrontare una situazione del genere?
La lunga notte nella quale nostro figlio stava per morire di cui parlo nel libro, ho contrattato con Dio. Io ti do tutti i minuti della mia vita. Questo figlio e questa storia siano espressione della Tua gloria, della Tua vita. Tutto quello che è nato è stato molto di più di quello che ci aspettavamo.

D – (Quindi in fondo è per questo che lo fa… Perché è una faccenda tra lei e Dio.)… Aiutate anche gli sposi cristiani, anzi i fidanzati.

R – Sì. Io e mio marito offriamo una pastorale per coppie in preparazione al matrimonio: il messaggio non è «potrebbe accadere questo o quello». Il messaggio è: «vi state sposando cristianamente. E Lui è la roccia. Potete reggere il colpo, qualunque sia, Lui è vivo».
Spesso nella nostra attività di aiuto alle donne – e agli uomini- durante una gravidanza che presenta dei problemi la prima cosa che facciamo è veicolare informazioni buone. Spesso le donne agiscono in base a paure spropositate di fronte a patologie o problematiche che invece sono curabili.

D – Aiutate tutti. Anche atei…

R – Anche mussulmani!
Io non approvo molto la metodica troppo incentrata su argomentazioni religiose che rischia di far erigere muri a chi non condivide un’esperienza di fede.
La vita ha una valore più alto della religione, non di Dio, ma della religione. Io ti aiuto in ogni caso. Se convivi, se tuo figlio è stato concepito in provetta. Mi interessa tuo figlio: che stia bene e sia salvo. Il resto sono cavoli tuoi. E questo approccio ha fatto sì che alcuni lontani si avvicinassero e alcuni di religioni diverse non alzassero muri.
Un ragazzo, un papà mussulmano ci ha detto: «Ci parlate di questo Cristo che vi fa fare tutto questo per noi?». E ci ha chiesto preghiera sulla testina della sua piccola malata.
Lo stesso approccio lo abbiamo con chi decide di abortire. Non condividiamo la decisione, ma vogliamo comunque bene alla donna. Che poi torna a dirci: «Grazie, perché mi sono sentita amata». Uccidere non è la soluzione ma comprendiamo la persona, la sua paura, senza tuttavia giustificarla.

D – Noi cristiani sembriamo fissati con la sofferenza… Perché ci prodighiamo a portare sollievo?
(Prima di darle il tempo di rispondere voglio condividere con lei una mia riflessione)
Penso che come al solito il mondo travisi e renda prima grottesco e poi terribile un valore, un’istanza cristiana, integralmente umana. I Cristiani hanno sempre cercato di dare sollievo alla sofferenza, anzi ai sofferenti, alle persone mentre soffrono. Sembra pedanteria ma le parole sono decisive. Penso a Padre Pio e alla sua unica opera non esclusivamente spirituale che è la Casa sollievo della sofferenza. Penso agli ospedali. Se li sono inventati i nostri santi. Tutto questo, strappato alla sua radice, è diventato “diritto alla salute” … Per cui se non riesco a curarti, allora ti ammazzo. La sofferenza è inaccettabile.

R – Io penso che non ci debbano essere eccessi, né nel salutismo a tutti i costi, né nell’accettare la sofferenza senza chiedersi veramente se è Dio che la manda. Dobbiamo fare come Gesù nel Getsemani: Padre, se questa cosa non me la stai mandando Tu io la rifiuto, ma se sei Tu a permetterla io la accolgo e sia fatta la Tua volontà. Fa male, è incomprensibile ma porterà frutto.
Noi di fronte alla malattia di Giona abbiamo chiesto il miracolo, ma se non fosse guarito, la sofferenza sarebbe diventata terreno di semina.
L’accoglienza della sua malattia è stata totale sin dal primo giorno. Oggi siamo quasi alle porte della dialisi, e pur sapendo che potrebbe cambiare la qualità della sua e nostra vita, riteniamo questi giorni, questi ultimi 13 anni con lui, regalati. Ogni giorno è un regalo. Accogliamo quello che arriva con un certo spirito. Tutto quello che arriva di buono ci stupisce e quello che arriva di negativo, lo affrontiamo in una certa maniera.

D – Cosa sostiene e nutre il tuo matrimonio?
Mi risponde in un soffio. È una cosa che sa. Ne è certa.

R – La certezza di non essere stati noi due a sceglierci, di essere stati scelti da sempre e questo aiuta nelle diversità di carattere e di esperienze di vita. Io vengo da una famiglia dove ho sperimentato l’ abbandono e la fame di amore; lui da una famiglia accogliente. Lui è estremamente sicuro di essere accudito. Io ho paura sempre che non lo sarò. Siamo stati scelti proprio perché siamo così. Ci siamo di aiuto e supporto reciproco.

D – È nata con Giona una vocazione. Che non è una crociata, non è assistenzialismo, non è proselitismo.. che cos’è?

R – È una forma di evangelizzazione innestata in una pastorale sanitaria che non vuole soltanto assistere i malati, ma anche educare i datori di cure. Per questo ci siamo radicati così tanto con la scienza diventando polo sanitario anche per la formazione dei medici, formando prima di tutto noi stessi (Sabrina si è da poco diplomata con Bioeticista e Carlo Counselor Socio Educativo, ndr).
Questo libro (per La Quercia ne ho già scritti due) è la prima cosa che faccio per la mia famiglia. Ho lasciato un lavoro molto ben retribuito nel 2007 per dedicarmi solo alla nostra Associazione. Abbiamo dovuto cominciare a sperimentare la Provvidenza. Il nostro servizio è gratuito e non retribuito, ma lavoriamo usando le abilità e i talenti che il Signore ci ha donato come persone. E la cosa bella è che in questo noi doniamo il frutto della nostre vicissitudini agli altri.

D – Vi consiglio di comprare il suo libro. E di leggerlo. Di rileggerlo. Magari di regalarlo.
Sabrina e la mamma. E il papà. La povertà. Le amiche. L’intelligenza pronta. La ricerca di figure femminili importanti. La terapia. Gli amori come scialuppe. L’incontro con Carlo. Carlo che non basta. Dio. L’incontro con Dio. E allora Carlo è perfetto; le figlie, il figlio…
Sabrina ha la tempra di una Giovanna d’Arco con l’armatura che serve alla battaglia dei nostri tempi. È sposa, moglie, mamma (io vorrei che fosse mia sorella maggiore!), difende gli innocenti, affronta battaglie cruentissime. Ma si ricorda e mi ha ricordato stamattina al telefono che Gesù Cristo con tutto il Suo sangue ha già vinto.

Acquista il libro http://sabrinapietrangeli.blogspot.it/…/tornata-casa-storia…
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Condizionato amore

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Così amo. In modo tutto condizionato. Soprattutto dai dettagli. Ti amo così tanto perché hai i capelli ricci e castani. E perché porti il 39. E non è finita. Per il tono particolare della tua vocetta.  Per il fatto che sei nata a quell’ora e non ad un’altra. Che sei fatta un po’ come me, un po’ come lui, un po’ come non si sa chi e molto come sei fatta solo tu. Ti amo perché la stessa voce diventa detestabile e molesta. Perché metti alla prova continuamente la mia presa sulla vita. Guardi dove sono attaccate le dita, dove hanno trovato appoggio i piedi e cosa ci faccio col ginocchio così flesso. Ti fidi della roccia. Ti fidi della mamma? Ti fidi di te. Del fatto che ci sei e lo sai bene che dovevi esserci. Il tuo esserci è così perentorio. Ci sono. Vi ho trapassati da parte a parte. Madre, padre. Due, voi due. Soli? Io. Io sono io. Lo sai, quando dormi e con te dormono le paure e sotto il cuscino fanno spessore gli scudi levati di giorno a dire “non sono capace”.

Di cosa non sei capace, tesoro?

Io mi affanno. Troppo, continuamente. Invano.

Ti amo così. Condizionata dal tuo sguardo, dal tuo profumo, dalla tua rabbia che riconosci e sai spiegare nelle sue ragioni molto più di molti adulti, e dal sorriso che accende una bellezza a volte mortificata sul tuo volto. Mi consola saperti guardata sempre. Sapere che sei guardata da tutti i lati, in tutte le profondità dall’inventore grande degli uomini che ti ha voluta. E conosce tutto. Fibre, cellule, giunture, viscere, profumi, odori, altezze e orrori.

Ti amo. Amo anche te, per seconda perché sei seconda e primeggi nel cuore e nei pensieri come chi ci è atterrato per primo.

Ti amo con tutti i vincoli possibili. Ti amo perché mi sei vincolo. Mi condizioni, mi costringi alla resa. Stupore desolato pensare al mondo prima che i tuoi occhi lasciassero che vi si specchiasse. Con quelli tu accarezzi tutto: luce, cielo, facce, mani. E ci rapisci. Tutti quelli che tocchi diventano tuoi. Il tuo cuore è un utensile che maneggi  per  consolare. Insegui tutti per sapere come stanno, preghi senza nessuna vergogna e con una purezza solenne per la maestra con il raffreddore e per tuo fratello così malato. “Ma lui quando ride non è malato”. Ci hai detto.

“Ti ringrazio Dio perché Tu sei la mancanza più bella”.

E poi urli. Fai male a tua sorella per il gusto crudele di vederla piangere. Le rubi giochi e libri e lasci a bella posta tutto in disordine il suo letto.

Scappi via ridendo, ma dura poco questa perfidia. Forse ti serve per tornare ad abbracciare. Per chiedere perdono e promettere di non farlo mai più.

Ti voglio bene e sposto la mente dalla preoccupazione così fondata che io non possa proprio cucirti dentro  il bene che conosco ed esigo per te. Che cosa penso di conoscere io, davvero? Io che sono conosciuta e voluta e mantenuta viva in mezzo alle stagioni che credo di sapere. Io così ignorante di Dio e del Suo amore. Mi ricordo allora ogni tanto di dormire e lasciare fare a Lui. Salverà il mondo anche per mezzo tuo.

Amo te, piccola. Ti voglio bene e non te lo dico mai abbastanza né con lo slancio che muove te e le tue braccette attorno al mio collo e le tue guance contro le mie mentre me lo ripeti, tutti i giorni. Tante volte al giorno.

Sei bellissima. Tutto di te è bello. Corri e pensi veloce. Parli e inventi. Usi parole da grande per dire cose da grande. Affili la tua intelligenza passandola su ogni superficie. E ridi. Ridi in un modo così libero e grato. Crei, disegni, canti, salti. Sposerai il tuo fratellino, dici; chè non c’è nessuno al mondo più bello di lui, ma neanche prima né dopo. Nessuno può essere più bello di lui.

Tu non urli, dici, ma è la tua voce ad essere così e sei tu mamma a non sopportare nemmeno un rumorino piccolo piccolo. E poi come si dice per davvero: ricioneronte? E com’era il nome di quell’animale che disegnavo sempre da piccola, scalabrone?

No mamma non posso andare col papà a fare la spesa perché forse dopo mi manchi..

Ok vado. Ciao mamma ti voglio bene.

Che bello avere figli. Che bello essere presi a schiaffi dalla loro diversità, inattesa da noi sciocchi narcisisti .. E dal loro disattendere attese per coprirci di meraviglia. Per  sottrarci agli aguzzini della riuscita e del successo e regalarci bellezza vera, bellezza pura. E il successo, sì, come Dio comanda.

Cosa credi, che Dio non si intrattenga con l’anima del tuo piccolo? Non credi che le tue preghiere potrebbero anche essere diverse dalle sue?

Hai ragione. Ha ragione quell’uomo che ricordo ragazzo e attende alla cura della sua propria fede con la tenacia di un body builder. Ha ragione lui, che è padrino di Ludovico.

Io lo so. Lo so bene che soffrire e basta non serve a niente. Serve patire, avere pazienza.

Occorre tenere acceso il fuoco che brucia di desiderio i miei occhi perché è solo nel corpo, nel viso, nel modo di muoversi di mio figlio che mi innamoro. È solo lì che una tenerezza quasi insopportabile mi trascina e mi dice che lo spirito è presente. Che il corpo non è una cosa e lo spirito non è leggero. Pesa. Pesa come un maglio che batte sul metallo e gli dà forma. E la carne è così bella e debole e accetta dallo spirito di venire formata.

Ecco. Dico male cose che intravvedo di sfuggita non so nemmeno dove. Ma so quando. Nei giorni normali. Nei giorni banali. Nell’ hic. Nel nunc. Qui, ora. Dove c’è già tutto. Dove non riesco mai a distinguere speranza e fede.

Ogni benedetto bambino

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(articolo già pubblicato per La Croce Quotidiano. http://www.lacrocequotidiano.it)

Trascinata dalla corrente impetuosa degli algoritmi di Facebook e dalla storia oggettiva che viviamo come famiglia, quella di avere un bimbo malato e di averlo saputo, almeno temuto da prima che uscisse alla luce, mi imbatto spesso in contenuti prolife. In Pagine Facebook dedicate; in associazioni, iniziative e soprattutto altre persone. C’è pieno di storie meravigliose, di persone coraggiose, di bambini accolti e amati comunque. Di figli tenuti in braccio un soffio e poi lasciati andare che hanno avuto tutto. Amore, battesimo, mamma, papà, fratelli, zii e poi l’eternità. Ci sono anche tante storie di bambini che sembravano gravemente menomati e invece grazie alla benedetta ostinazione delle loro mamme e papà sono nati, sani. Ecco, queste. Sarà che confidavo sarebbe andata così anche per noi.. Ma bisogna stare attenti. Continua a leggere

Lo Tsunami della Fede (di Mario Barbieri)

C’è un periodo dell’anno che l’Umanità tutta dovrebbe attendere trepidante.

Un tempo in cui uno Tsunami di gioia e di benedizione, dovrebbe tutto e tutti travolgere, sommergere e arrivare, con la sua “onda lunga” sino all’interno del cuore di ogni Uomo.

Anche chi non conoscesse l’origine di “quest’onda anomala”, dovrebbe ormai conoscere i tempi del suo manifestarsi e i benefici effetti su uomini e donne di ogni età e condizione e sulle persone che stanno loro intorno.

Un tempo in cui, il collega di lavoro, il capufficio, la moglie, il marito, il vicino, la persona pressoché sconosciuta che s’incontra ogni giorno, chiunque sia, hanno una gioia, un sorriso, una disponibilità, un’affabilità, una pace, una “luce” e uno sguardo verso il prossimo, che è un piacere averli accanto e ti muovono a desiderare di avere quello che essi hanno, a domandare loro ragione della gioia, del perché per loro, tutto accade in quei giorni, tutto scaturisca da quel particolare giorno. Pure di molti di loro si conoscono le difficoltà, la precarietà, talvolta la vera e propria croce, tanto simile alla tua…

Ma questi affanni, queste croci, sembrano in quei giorni come spazzati via, travolti da una forza superiore, come l’onda di uno Tsunami appunto, che arriva irrompendo inarrestabile in ogni dove e che fa giungere avanti ad essa, un suono, un rombo lontano ma già potente, un suono di canti e di salmodia e un vento, un soffio di vita che tutto rinnova.

E’ lo Tsunami della Fede… è lo Tsunami di PASQUA!

E’ così a ogni Pasqua? Non è così?

Non è così perché per il mondo Pasqua è al massimo un “ponte”, un tempo di primaverile vacanza. Forse a questa “onda”, questo “tsunami”, si poteva paragonare un tempo il Natale (e già questo sta scemando…), che pure della Pasqua è solo anticipo, preludio.

Ma non accusiamo il mondo con il suo secolarizzarsi e il suo essere ottuso, se della Pasqua non vede i Segni… guardiamo a noi. Al non essere travolti da questo Avvenimento, da questo Accadere, della Resurrezione di Cristo…

Il mondo non vede questo Tsunami, perché troppo spesso non c’è, non accade, perché non accade in noi. La resurrezione di Cristo non ci travolge, non ci trascina con sé, non ci sradica dalle nostre croci, non ci innalza dalla nostra miseria, non ci trasfigura in Uomini Risorti.
Invece di divenire noi stessi parte di quest’onda potente, visibile, inarrestabile, fragorosa, benefica, tanto che ogni anno, come tutti gli anni, il mondo l’attende perché anche le sue acque ferme, spesso stagnanti e maleodoranti, vengono mosse e rinnovate da acque nuove, restiamo invece immobili come scogli, come frangi flutti su un litorale. Di là si agitano fragorose le onde dell’Amore di Dio e al di qua, noi lasciamo passare solo un poco di acqua cheta, che non abbia a incresparsi troppo lo specchio della nostra vita.

Ne è specchio in fondo anche la nostra Liturgia, quella “Veglia di Pasqua” che dovrebbe essere veglia nella notte, la “Notte delle Notti”, fatta per attendere la prima stella del mattino, la stella che è Lui, il nostro Re, Cristo Signore, Salvatore, Vincitore della Morte.

Una Veglia che per molti e poco più di una celebrazione serale che inizia alle 21 e già dura troppo, perché ci sono più riti e più letture, ma al massimo prima delle 23.30 e già finita. Perché i nostri santi Parroci, sono timorosi che la gente si stanchi e che vada a dormire troppo tardi… così quando il Signore tornerà ci troverà belli addormentati (se come secondo un’antica tradizione la Parusia verrà nella Notte di Pasqua), non a vegliare in trepidante attesa. E la storia si ripeterà, come dei Discepoli nell’Orto degli Ulivi o peggio delle Vergini improvvide.

Epure per la Messa di Natale si inizia rigorosamente a mezzanotte e nessuno ha nulla da ridire, anzi, le chiese non sono mai così piene (si comprenda non ho assolutamente nulla contro le Messe di Natale…).

Così anche quest’anno siamo nella Pasqua, già il vento e il suono in lontananza si sarebbero dovuti udire, quelli della preghiera fattasi più serrata e fervente, quelli dei nostri atti di carità e di rinuncia, quelli dei nostri volti sorridenti anche se stiamo digiunando… Attendiamo lo “Tsunami di Pasqua”, la sua “onda lunga” di giorni che precedono la Pentecoste. Giorni tutti di Festa per la Liturgia della Ore.

E poi la Pentecoste… A Pentecoste, ripieni di Spirito Santo, dovremmo spalancare le nostre porte e partire per annunciare alle Nazioni il Perdono dei peccati e l’Amore di Dio, un “partire” che non è fatto di chilometri percorsi, ma di un uscire da noi stessi.

Ma se anche quest’anno temo, il mondo non riconoscerà la Pasqua, non si fermerà stupito difronte al sepolcro spalancato e vuoto, di fronte alla venuta di Cristo Risorto, trasfigurato nella sua Resurrezione, perché non vedrà nulla di tutto questo in noi… abbiamo allora almeno un po’ di pudore e non prendiamocela con il Mondo

Una lavagna divisa a metà

lavagna

All’inizio della malattia di Ludovico ho fatto come alle elementari, ai miei tempi, quando la maestra si assentava per poco dall’aula. Ero una specie di capoclasse della mia vita, gesso in mano, sguardo indagatore, radar morale acceso. Di fronte a me, dentro di me, una  grande lavagna.

E tutte le persone che mi ruotavano attorno avevano  nomi, a volte solo cognomi, altre solo professioni o incarichi, che al più presto andavano  scritti in colonna o a destra o a sinistra. Perché nei primi tempi , i primi 20 giorni dopo lo shock per il manifestarsi della malattia di Ludo, seguiti alla guardinga illusione che i temuti problemi ravvisati in gravidanza si fossero di molto ridimensionati, quasi spariti, io mi sentivo giusta. Perché avevo un dolore grande. E tutti dovevano capire, tutti usare tatto e  prodigarsi il più possibile.

Allora cominciamo. Continua a leggere