Il neonato di Settimo Torinese è già morto. E noi?

«La lesione presente sulla testa del piccolo è un trauma da caduta, e le tre chiazze di sangue sull’asfalto potrebbero essere i segni del rimbalzo del corpicino.» Così si legge sulle cronache del corriere di ieri

Io lo chiamo Paolo. Questo santo veloce,  il piccolo martire istantaneo. Quel povero neonato e neomorto di Settimo Torinese.

La puerpera l’ha molto probabilmente gettato dal balcone o dalla macchina in corsa. E il suo corpo con l’anima attaccata ha fatto tre rimbalzi. Forse. Come la testa dell’Apostolo delle genti quando è stato decapitato, a Roma. Il sindaco è profondamente scosso, pensa ai suoi figli e come un padre normale prova sincero dolore,  forse rabbia per non aver potuto salvare questo inerme bambino. Anche il netturbino che ha chiamato i soccorsi dice a chi lo intervista che anche lui è papà e soffre molto. Moltissimo. Che se lo sarebbe pure adottato perché a lui e a sua moglie non manca niente. E che avrebbe voluto coprirlo subito ma il suo giubbino non era adatto. E il bambino era bello.

Fabrizio Puppo, sindaco di Settimo Torinese, dichiara, sempre sul corriere:

«Questa notizia mi ha letteralmente straziato il cuore prima di tutto come padre. Un neonato abbandonato per strada è una tragedia che lascia sgomenti, è una sconfitta per tutta la società. Un piccolo angelo volato in cielo in questo modo è un dramma che non trova conforto in nessuna parola. Al momento non sappiamo se chi ha abbandonato il neonato sia residente a Settimo, sono in corso le indagini».

Ora ci si attarda intorno alla scena del crimine. Ma il nastro giallo andrebbe allargato. Ha ragione il sindaco, è una sconfitta per tutti.

Però la colpa, l’atto è della madre, che ha confessato. E forse gravi, gravissime omissioni o azioni sono da attribuire al padre.  Anche ad altri, non si sa ancora nulla di certo.

Si chiama crimine, l’uccisione di quel neonato. Si dice morte alla constatazione del cessato battito cardiaco. Chissà che piccolo quel cuore! Chissà che dolore cadere dall’alto e rimbalzare. Chissà che freddo, che fame. Chissà cosa ha provato!

Non lo vedo riportato in nessun articolo ma a me è capitato di sentirlo rivolto a me e a mio figlio, gravemente menomato, il pensiero pseudo caritatevole che ora vi dico: «perché non l’ha abortito? Siamo nel 2017, com’è possibile?»

Già, come è stato possibile?

Ecco fino dove va srotolata la bobina di nastro che delimita la scena del crimine.

Non mi interessa niente degli sguardi dei progressisti commiseranti che si chiedono perché siamo ancora lì a mettere in discussione la legge 194 e tutte le sue omologhe planetarie. Potrebbe essere che quel muro stia per crollare. Il muro eretto dentro il nostro pensiero -sulle fondamenta della nostra stabile inclinazione all’egoismo -da quella maledetta legge per cui di qua c’è la vita, la civiltà, il poter vivere, di là no, di là se ti muovi troppo, se arrivi inopportuno,  sei ammalato o non torni utile ti uccidono.

Portiamolo fino in fondo il ragionamento, tanto la spinta dello sgomento, dell’orrore che ci contorce i visceri oggi ha ancora forza propulsiva.

Lo ha lasciato crescere e maturare fino alla nascita, questo figlio. Non lo ha abortito. E ha fatto bene, accidenti! Ha fatto bene! Lo avesse abortito in ospedale, magari da sola, previo appuntamento, impegnativa alla mano, di mattina presto; prima di una ragazza nigeriana o di qualsiasi altra nazionalità e dopo una sua coetanea italiana che il terzo figlio non se la sente di tenerselo, ci avrebbe risparmiato strazi, sgomenti, e numerosi “ma dove andremo a finire!”.

Quello che non so

Quello che non so

 

Non so cosa mi aspetta domani.

Non so che cosa mi diranno le bambine appena le incontrerò, domani.

Non so.

Non so quali parole atti o cose passate attraverso me come un cavo trasmittente e ignaro hanno toccato chi e hanno lasciato cosa. Qui in camera, al bar. Al piano sotto questo e al piano terra.

Non so in che giorno della settimana sono nata e anche se mia mamma me l’ha detto qualche volta il ricordo sfuma. Mi immagino il papà che corre avvisato dalla segretaria dell’azienda e la sua faccia quando scopre che sono io, una bambina.

Non so, non so.

Non so di cosa soffra il bambino appena ricoverato nella stanza n 23, quella singola, video controllata. Non so cosa pensi provi speri sua mamma. E suo papà?

So che siamo tutti pallidi, quasi azzurri come i corridoi.

Non so perché solo nella nostra stanza manchi il crocifisso. La ragazza in camera con noi disegna bene. Ho voglia di chiederle di disegnare un crocifisso ma non ho il coraggio. Ancora.

Non so quando usciremo davvero perché le informazioni sono parziali, troppe variabili a giocare sul piatto dei giorni.

Non so perché ogni volta che vedo un cielo terso con un azzurro così forte che sembra uno schiaffo mi prenda una grande nostalgia ed un senso di spreco. Ah sì, lo so. È perché non ho più il lago a poco da me. Se c’è sereno o anche un forte vento il lago mi chiama. Devo sapere com’è questo azzurro specchiato nelle acque grandi del Garda. E vedere le corse del vento in mezzo alle onde che alza.

Non so.

Non so perché a quella ragazzina senza respiro nello sguardo sia successa una cosa così orribile. In tre, due anni fa, le hanno fatto male. Tre maschi e lei bambina. Ma a loro importava solo fosse femmina. Non parla, ogni tanto il vulcano esplode e travolge chi passa.

Non lo so e mi affretto ad abbandonare le scene immaginate e i “se capitasse a chi so io” senza neanche riuscire a dire un nome perché nemmeno lì, dentro un’ipotesi, possa trovarsi vicino a tanto orrore.

Non so e prego. Sono stanca e un po’ sciatta nelle orazioni. Il corpo trasferisce alla mente quel senso di non dovere fare niente. E invece è che non si può fare niente. Ho proposto alla mia compagna di stanza di chiedere un tapis roulant. Ha riso, cara. Così arrabbiata, estrema nel suo non riuscire a sperare e ogni tanto la gioia fanciullesca sale e la fa bere. Come aranciata nella cannuccia. Poi torna giù.

Non so come mostrare un po’ di bene  a lei e alla sua mamma che all’inizio di una nottata ha rovesciato la sua mente un po’ confusa in braccio a me. Dolori, separazioni, malattie. Tradita, picchiata. Poi l’esaurimento. «Poi riparto e mi hanno detto “complimenti signora, davvero. Ce l’ha fatta”. Prendo ancora medicine e non lo dico mai a nessuno». E a me? Penso.

Continuano a scendere parole e ricordi. Figlie sgattaiolate nella vita perché quella sera lui era stato così gentile e mi aveva salvato dall’altro. O perché l’altra i preservativi erano finiti.

«Che faccio- mi dicevo? Faccio nascere un altro figlio qua dove ci sono marito e moglie che non si comprendono e litigano? Sì, lo faccio, però.. ».

 

Non so perché la zia ricca si sia presentata con un computer nuovo e avesse quello sguardo di trionfo..sei contenta Lucia? Dai che adesso sei contenta!

Su

Non so perché solo a me Lucia racconti quanto vorrebbe farli contenti e dire che è passato tutto e ora sa perché è al mondo e sa che può essere felice. «Ma come posso pensare che questo succeda per un computer nuovo? Ecco ora mi sento in colpa. Dovrei essere contenta per davvero. Loro se lo aspettano.. Non posso».

Non so cosa le dicano i dottori. Sono preparati, certo. Intanto io le dico che ha ragione. Il tuo cuore grida, bambina. Hai tante ragioni, i tuoi ti vogliono bene. Siamo tutti insufficienti, sai?

 

Passa un sacerdote tutte le mattine. Si ricorda di Ludo dal primo ricovero. “Certo che me lo ricordo! Pensavo mamma com’è bello questo bambino. Che mistero la sofferenza innocente”.

E poco dopo, lui cappuccino, scopertosi chiamato dopo 5 esami di Biologia, innamorato del nostro Dio, dice con enfasi sussurrata: «com’è grande il Nostro Signore. Come è meraviglioso!»

E passa tutto il giorno a visitare persone ammalate, molti sono bambini. Si è allenato a non assuefarsi al dolore e a non impazzire. Inizia il giro dei 7 reparti dopo la preghiera. Ascolta, accarezza..un po’ freme. Ha l’Eucarestia sul petto. Nascosta.

Se ricominciasse una grande fame, che bello..

Se ricominciassimo ad andare a mangiare l’Ostia. Se ci ricordassimo di più che c’è questo strano estuario di pane che ci butta in mare..

Certo, facile farne poesia. Difficile confessarsi, comunicarsi e non vedere succedere niente. E tornare nello stesso corridoio, alla stessa poltrona dura. Tornare e vedere i bambini uguali. Il pianto monotono di quello piccino e biondo sempre girato verso destra. Con la sua mamma magra e bionda lei pure.

La mamma che si fa dire tutto dal figlio ma non lo ascolta davvero. Lui le dice che è colpa sua. È colpa tua e del papà! Dice e singhiozza. Si sono lasciati e presi troppe volte.

Dovevo appoggiarmi a qualcosa e cercavo in voi ma voi eravate frana. Illusione di roccia..

Povera mamma che, pure, non si accorge, due minuti, dopo di dire a me che “adesso basta”. È ora si faccia una sua vita. Ha sofferto troppo. Hai sofferto tanto. certo.

Facile.

Facile sorridere, seppure con compassione sincera; facile, per chi ha deciso di lasciarsi andare e obbedire alla vita. E nel regno del paradosso, finalmente, a passo incerto e rotto da ripensamenti e strattoni d’orgoglio, ora sì, mi sento libera.

 

 

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L’essere che è

Bolck notes, appunti per raccontare.

Il fatto vero, centrale di tutto, di tutta la nostra vicenda umana di sposi e genitori è questa: mai ci siamo ritenuti titolari di un potere che, quand’anche quando fosse esercitato,  non è fondato in nessun diritto, non poggia su nessuna roccia di giustizia né di ragione.

Mai abbiamo accettato il costume che la legge ha rinforzato diffuso e peggiorato: resti incinta? Uno: la cosa riguarda solo te, donna. Due: sei sempre davanti a due opzioni. Tengo? Tolgo?

No. Non ho mai accettato né assunto come forma mentis questa impostazione. Che pure la legge 194 ha grandemente contribuito a diffondere , consolidare e incistare nella mente di tutti. Infatti il vero sforzo è di “non conformarsi alla mentalità di questo mondo”, di restare attaccati ad un’altra mentalità.

(E vivendo una gravidanza particolare  ma anche con le altre figlie qualcosa era già successo pur andando tutto bene lo sguardo del medico come tecnico di un processo che va a volte quasi sottratto alla mamma non esperta e valutato nella sua correttezza di produzione si fa sentire. Non sempre non da tutti ma ogni tanto c’erano segnali sospetti.. per un piede torno quasi mi suggerivano l’aborto. E con i problemi di Ludo che poi non sono stai chiari se non dopo la nascita ho dovuto cambiare ginecologa perché non si fidava della mia intenzione. No dopo lei magari cambia idea…Ecco. Mi tengo la mia idea, mio figlio e sa che faccio? Cambio ginecologa)

Che è la punta dell’iceberg di una rivoluzione dalla violenza prepotente e vigliacca. Io, che sono già formato e sono forte posso decidere chi nasca e chi no. Madre Teresa disse infatti che l’aborto è la più grande minaccia alla pace. Io da ragazza sprovveduta e superba prendevo questa affermazione come l’espressione colorita di una visionaria, un’iperbole di una sentimentale, maniaca religiosa magari.. invece è esattamente così: se la madre può uccidere il figlio che ha nel ventre, cosa impedisce a me di uccidere te? Niente, se non la forza. La legge del più forte. Si torna a quello e con il sigillo dello Stato.

Le donne, spesso, spessissimo sono le vittime, complici consenzienti di un’atrocità preferita come scorciatoia da altri. Oppure sono le regine del ghiaccio col quale circondano il proprio cuore e quello del maschio che non può più dire niente. Via. Non conti niente,  me la vedo io. O per contro le vittime di un egoismo e un disimpegno facilmente preferito al rischio e alla responsabilità che gli adulti veri si assumono. Sono fatti tuoi, veditela tu, liberatene.

Povere donne convinte che sia sempre un’opzione disponibile… Che quando si è disperate, angosciate, povere, minacciate e lasciate sole è lì a tentarti, ad invitarti. Ti porge il modulo, tu firmi…ma vivere l’aborto è poi tutta un’altra faccenda.

L’esperienza anche germinale di essere madri non è rimuovibile. È, resta. Credo che l’aborto sia una tragedia. Ma credo anche che se viene confessato e perdonato sia un’occasione di bene immensa. I piccoli martiri muti diventano la placenta che nutre nuovi santi.

Però nel frattempo nella società si calcifica questo muro storto che vuole rifondare una città senza Dio, il Dio di tutte le vite, e senza l’uomo. Perché è l’uomo è quello che si unisce alla donna e per una cosa così piccola eppure misteriosa, immensa e bella si trova a veder crescere un altro uomo. Che non è inferiore a lui.

Ecco. Per grazia, per educazione, per storia, per decisione del cuore né io né mio marito abbiamo mai pensato di avere un diritto da esercitare sui nostri figli e contro di loro, contro l’attributo più importante che è la loro esistenza.

Abbiamo sempre saputo che avremmo dato loro fattezze, tratti, inclinazioni forse talenti ma non l’anima né quello che del tutto li separa e li differenzia da noi e li mette sul nostro stesso piano di regalità. Di inalienabilità di quel bene che è la loro vita. Sono persone. E per questo del tutto indisponibili se non a loro stesse- e possono dolorosamente anche decidere per il male (io prego che almeno ripartano sempre, tornino indietro, continuino a dire che si sono sbagliati anche mille volte e tornino a Dio)  e al loro Creatore. Per questo sentiamo di avere una responsabilità enorme che è quella di custodirli, difenderli, educarli e consegnarli a Dio.

Almeno sperare che imbocchino la strada che porta a Lui.

Io, invecchiando e forse maturando, ho scoperto di avere un solo e unico problema vero da risolvere nella vita. Vivere in modo da non distogliere la misericordia di Dio da me e non rifiutarla perché voglio andare in Paradiso. Unico problema vero: vivere bene,  per morire bene e andare in Cielo. E non è una favola. Basta un nanosecondo di distrazione dal continuo intrattenimento al quale siamo invitati e sollecitati da tutte le parti per ricordarci che siamo stati buttati nell’essere, nella vita e che vogliamo essere felici, per sempre.

E questo voglio per tutti i miei figli. Allora se riesco a spaccare la crosta che si indurisce intorno al mio cuore lo desidero anche per gli altri. Allargo per progressiva inclusione questo amore di viscere a tutti. Facendo a pugni con le mie miserie, le mie meschinità, la cattiveria, gli egoismi.

Ludovico, come tutte le sue sorelle che sono qua  e i due che sono andati in Cielo prima di nascere, non ha niente di particolare. Non c’è molto da dire. È un figlio di Dio. Che abbia o non abbia certe cose. Che debba prendere medicine già da due anni e mezzo e che non sappia stare seduto non incide di un millimetro  l’armatura della quale è rivestito.

La Gloria di Colui che tutto move per l’universo penetra e splende in una parte più e meno altrove.

Questa è una delle poche terzine dantesche che so a memoria. È l’inizio della cantica del Paradiso. Ho voluto fare l’alternativa all’Università e mi sono appassionata a quella e un po’ l’ho studiata.

Non in tutti gli esseri la gloria di Dio splende ugualmente. Ci sono dei gradi.

 

In lui splende, nascosta e fulgida, molta gloria divina. In forza del paradosso che Gesù Cristo ha introdotto nel mondo. In forza di quello Ludo è il magnifico. E questo difendo e amo. Lui, le sue carnine tenere, l e sue fatiche; le sue regressioni e la sua bellezza struggente, il suo profumo, la sua magrezza i suoi muscolini poco sfruttati. I suoi occhi debolissimi. Affacciati chissà dove, però.

Ho solo bisogno di pazienza. Di resistenza paziente e gioiosa. E di non temere si secchino le cisterne delle mie lacrime.

Ne ho ancora. E ancora.

Ancora.

 

Ho anche un obiettivo, nato da un’intuizione vissuta nel nostro dramma, che desidero raggiungere: dimostrare che eliminare i deboli- quello che il nuovo ordine mondiale intende imporre come modello a tutti i paesi – sia una vera perdita. Un immiserimento non solo morale e umano ma fino a quello materiale ed economico. Ne sono filosoficamente ed esistenzialmente convinta. Quello che è spiritualmente ricco ridonda, ricade abbondante sul materiale e il corporeo. Sul sociale, sulla vita intera.

Ho letto un breve passaggio di Gotti Tedeschi, che attinge senz’altro alla ricchezza della sapienza che la Chiesa porta,  che mette la miseria morale all’origine della miseria materiale. Significa quindi che se ci impoveriamo tanto sul fronte morale, ed è evidente che scartare chi non è produttivo è un immiserimento morale (nella Spe Salvi Benedetto XVI dice che la capacità di soffrire e compatire è uno dei segni più alti di umanità), diventiamo più poveri anche in banca. Se ci sono studiosi di sociologia statistica demografia economia etc che vogliano aiutarmi in questa fatica…se no niente, chiedo all’Illmo Gotti Tedeschi.

Ah. Detto questo vorrei rassicurare su una cosa: la mia sofferenza è riamasta intatta e acutissima. Nessun effetto anestetico. Anzi ci sono ancora tanti momenti di scoraggiamento. Eppure è possibile la pace e la gioia. Schivando l’autocommiserazione e la rabbia. C’è anche una solitudine profonda che è dovuta all’esigenza di preservare il cuore…

 

 

 

 

 

“Siamo qui riuniti a causa di un uomo.”

“Siamo qui riuniti a causa di un uomo. Un uomo conosciuto personalmente da tanti di noi, e conosciuto per reputazione da molti altri; un uomo amato da tanti e disprezzato da altri; un uomo conosciuto per le grandi controversie e per la grande compassione. Quest’uomo, naturalmente, è Gesù di Nazareth” (Dall’Omelia di Paul Scalia per il padre, il giudice Antonin Scalia, 20 febbraio 2016).


Prendo volentieri queste parole per consegnarvi le nostre, sincere, commosse e insieme certe in ricordo del nostro amato zio Ivo, morto nella notte tra il 1 e il 2 marzo appena scorso, dopo aver vissuto intensamente i 76 anni che Dio gli ha concesso.

“Caro zio.. la vita ti piaceva tanto. Anche se non ci vedevamo spesso, bastava una delle tue sonore risate, un tuo generoso abbraccio, bastava guardare i tuoi gambali infangati; l’amore riflesso negli occhi di Leda, Cristina e Stefania per capirlo. Anche lo scodinzolare dei tuoi cani da caccia lo diceva chiaramente. E quando da piccoli venivamo a trovarti, sentivamo la tua voce per aria, già dalle scale, appena aperta la portiera della macchina; e poi scorrazzavamo per il tuo immenso magazzino, salendo sui pallet carichi di ceramiche, sulle scalette degli scaffali; saltavamo in continuazione sulla bilancia.. tu bonario, ci riprendevi con il sorriso incorporato. Ti piaceva tenere le tue ragazze sotto la tua ala protettrice e accogliere i clienti come se li conoscessi da sempre; hai sparso la tua giovialità e il tuo amore alla vita con abbondanza.

Hai seminato tanto; e tanto, sicuramente, raccoglierai.

Grazie Signore di avercelo donato, te lo riconsegnamo.. anche se è dura, perché molto ci mancherà, ma siamo certi che tutto quanto piaceva ad Ivo, glielo farai ritrovare centuplicato nel tuo regno; Tu ce l’hai promesso, sappiamo che sei un Dio fedele e in Te speriamo.

Ciao Zio.”

Marcello Belletti

 

Caro, a noi tutti carissimo zio. Qui davanti al tuo corpo che solo provvisoriamente hai abbandonato al comando del Tuo Creatore, noi rendiamo grazie a Dio per te. Per la grazia di di averti conosciuto. Grazie per come hai vissuto, per quanto e quanti hai amato e per come virilmente hai affrontato questa malattia così rapace, la sofferenza e la morte che sapevi sarebbe arrivata.

A noi nipoti che troppo poco ti abbiamo abbracciato manchi già profondamente. Ci mancano la tua andatura, la tua voce sempre un po’ per aria, le tue vivide espressioni, il sorriso largo. E i racconti delle tue avventure. Quando la mamma ci raccontava di te c’era spesso da ridere e sempre di che essere orgogliosi: “questo è mio zio!”, pensavo…

Per questo vogliamo consolare la tua amata moglie Leda e le tua figlie, che adori; i tuoi nipotini e tutti i tuoi cari più intimi, perché sappiamo che lo strappo che hanno subìto, dopo averti a lungo goduto, brucia in quest’ora di un’intensità quasi insopportabile. Per questo ci stringiamo a loro e alla tua cara sorella, nostra mamma. (La Stefy ci ha riferito che uno degli ultimi giorni hai detto “Io ho una sorella che è ancora bella!”); il vostro legame così intenso lo hai volentieri esteso, ricambiato con entusiasmo intero, a tuo cognato, nostro papà. La mamma dice che vi siete piaciuti fin dall’inizio, amati e stimati per sempre. Ha pianto mio papà. E lo aveva fatto credo altre due sole volte.

I nostri figli, soprattutto i più piccoli, ti hanno voluto bene alla prima occhiata. Perché così fanno i cuori puri: si attaccano al volo a chi è buono e testimonia la bellezza entusiasmante della vita, come facevi tu. Un uomo pieno di vita sei stato. Traboccava da te la vita, semplice e positiva. Anche dai tuoi difetti e dalla tue intemperanze!

Un uomo, come ha detto mio marito, che mostrava in modo inequivocabile di voler bene agli altri. La tua simpatia contagiosa in fondo suggeriva a chi ti incontrava che esiste un disegno buono.

“Alla sera della vita saremo giudicati sull’amore”. Questa frase di S. Giovanni della Croce, ha detto Matteo, mi fa alla fine esultare perché lo zio Ivo ha molto amato.

E ora noi confidiamo in nome di Gesù Cristo che tu sia nella stupefacente pienezza di amore e verità, nella vita che è tutta carità e gioia scritta come una promessa in tutti i nostri cuori e che tu, nostro caro zio, mantenevi così fresca e accesa, come fossi un fanciullo. Me lo hanno ricordato, qualche sera fa, i coniglietti che razzolano tranquilli per il tuo giardino.

Con l’affetto ferito da un’acuta nostalgia accettiamo di separarci da te; ora la fiducia nella Misericordia di Dio diventa attesa certa di godere con te, quando sarà il momento, il Paradiso.

I tuoi nipoti, Marcello, Massimiliano, Paola, Leonardo

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Desiderabili effetti collaterali

familyday

 

Siamo arrivati in tempo.  Undici e quaranta circa. Lo dico per i nostri amici bresciani che ci hanno dileggiato via Whatsapp e Facebook perché loro a mezzanotte stavano già partendo e noi invece avevamo in programma di avviarci alle cinque e quarantacinque. Sì, siamo stati al Family Day. Siamo stati, anche noi, il Family Day.

Noi, che ogni giorno è il giorno della famiglia, ma non come il film “il giorno della marmotta” per cui tutto ricomincia da capo ogni volta e siamo intrappolati nello stesso giorno identico a se stesso. Ogni giorno è giorno della famiglia perché noi e l’altro milione e novecentomila arrotondati per difetto (dato della questura) che ci siamo portati belli e disarmati al Circo Massimo siamo famiglie. Veniamo da famiglie. Ci dibattiamo dentro le nostre famiglie. Ne vogliamo testimoniare la bellezza, certo, ma non perché siamo particolarmente simpatici o particolarmente integri moralmente. La bellezza della famiglia è da imputare innanzitutto alla sua esistenza. E ora, malgrado noi, malgrado la nostra natura tutt’altro che bellicosa, ne dobbiamo mostrare la resistenza. Esistiamo e resistiamo. Involontari salmoni risaliamo una corrente che tira altrove.

Anche un po’ balenottere spiaggiate eravamo,  per la verità, una volta rovesciatici esausti sulla rena del Circo Massimo; dopo mezza dozzina abbondante di ore di vibrazioni che l’autostrada trasferiva dal suo manto al nostro sedere per mezzo degli pneumatici (si dice gli pneumatici non i, scusate, approfitto:  ho delle istanze personali da portare avanti) del nostro glorioso Scudo Fiat. Continua a leggere

L’Amore al tempo dei Post it

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(http://www.lacrocequotidiano.it/abbonarsi-ora)

MAMMATIVOGLIOBENEMAQUANDOMISGRIDINO

Ho ritrovato questo messaggio, scritto proprio così, su un foglietto rosa, tra le molte carte sparse in cucina messe lì a tormentarmi nel mio inesausto bisogno di ordine. All’imbrunire sono quasi riuscita a smaltirle tutte ma il  giorno dopo si riprodurranno e torneranno ad assieparsi su tavoli e lavagnette magnetiche. Ci sarà una Penelope della cellulosa all’opera, nottetempo, in casa nostra?

Quante cose si affollano in casa! Soprattutto fogli. Al giorno d’oggi, ora che siamo nel 2015 e l’Europa ce lo chiede –declama la qualunquista che c’è in me scuotendo il suo testone – , in questi tempi in cui la digitalizzazione ci assilla fin dalla nascita, ci troviamo a lottare con decine di fogli al giorno. Continua a leggere

“Non più due”, il cuore di un papà

il blog di Costanza Miriano

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di Paola Belletti
Non più due è un titolo bellissimo.
Intanto obbedisce alla regola dei titoli efficaci: tre, massimo quattro parole. E poi è l’eco cristallina di un passo evangelico, e a Nostro Signore nessuno deve insegnare a comunicare con artifici e trucchetti.
“Non sono più due, ma una sola carne” (Mt 19, 3-12): così, ci ricorda Gesù, ci ha pensati il Padre.
Non ci sono sconti, non soffieranno mai venti abbastanza forti per piegare questo albero.
Guardatevi in Dio, così come vi ha voluti. Guardate in alto, più che indietro.

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Miracoli o segni?

Piovono miracoli

di Anna Mazzitelli

Il mondo ha bisogno di segni.

Ne ha sempre avuto bisogno, non è una novità. Era ancora vivo Gesù e già venivano chiesti dei segni.

E non solo con secondi fini, come in Matteo 16,1:

I farisei e i sadducei si avvicinarono per metterlo alla prova e gli chiesero che mostrasse loro un segno dal cielo.

Anche gli amici di Gesù a più riprese gli chiedono dei segni:

Signore, mostraci il Padre e ci basta. (Gv 14,8)

chiede Filippo a Gesù.

Ma santa pace, dico io, l’hai seguito per tre anni, sei stato così intimo che eri nella cerchia dei 12 più vicini, l’hai visto sputare per terra e aprire gli occhi ai ciechi, l’hai visto tirare fuori dalla tomba il suo amico, dar da mangiare a 5000 uomini avendo solo 5 pani, scacciare demoni… E cosa chiedi?

Ma alla fine siamo tutti così, io per prima…

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Le signorine delle mosche. Perché buoni si diventa

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«Però lei le ha detto stronzetta!»

«E ora vedi come piange?»

«Sì ma loro hanno spinto Emma e le hanno fatto male. E poi mi prendevano in giro».

«Come?»

«Non so, così. Muovendo la testa un po’ a destra e un po’a sinistra e guardandomi con quel modo..».

Una frotta di bambine gardesane e un nutrito gruppo di autoctone briantee si sfidano nel grande parco che circonda la Basilica romanica dei SS. Pietro e Paolo. Il pomeriggio si è scaldato al sole deciso di maggio. I numerosi alberi offrirebbero sufficiente refrigerio, se solo lo si andasse a prendere (invece di stare a cuocersi nel punto più assolato del prato, Marty! Per forza hai mal di testa, come cosa c’entra il sole?). Continua a leggere