Il neonato di Settimo Torinese è già morto. E noi?

«La lesione presente sulla testa del piccolo è un trauma da caduta, e le tre chiazze di sangue sull’asfalto potrebbero essere i segni del rimbalzo del corpicino.» Così si legge sulle cronache del corriere di ieri

Io lo chiamo Paolo. Questo santo veloce,  il piccolo martire istantaneo. Quel povero neonato e neomorto di Settimo Torinese.

La puerpera l’ha molto probabilmente gettato dal balcone o dalla macchina in corsa. E il suo corpo con l’anima attaccata ha fatto tre rimbalzi. Forse. Come la testa dell’Apostolo delle genti quando è stato decapitato, a Roma. Il sindaco è profondamente scosso, pensa ai suoi figli e come un padre normale prova sincero dolore,  forse rabbia per non aver potuto salvare questo inerme bambino. Anche il netturbino che ha chiamato i soccorsi dice a chi lo intervista che anche lui è papà e soffre molto. Moltissimo. Che se lo sarebbe pure adottato perché a lui e a sua moglie non manca niente. E che avrebbe voluto coprirlo subito ma il suo giubbino non era adatto. E il bambino era bello.

Fabrizio Puppo, sindaco di Settimo Torinese, dichiara, sempre sul corriere:

«Questa notizia mi ha letteralmente straziato il cuore prima di tutto come padre. Un neonato abbandonato per strada è una tragedia che lascia sgomenti, è una sconfitta per tutta la società. Un piccolo angelo volato in cielo in questo modo è un dramma che non trova conforto in nessuna parola. Al momento non sappiamo se chi ha abbandonato il neonato sia residente a Settimo, sono in corso le indagini».

Ora ci si attarda intorno alla scena del crimine. Ma il nastro giallo andrebbe allargato. Ha ragione il sindaco, è una sconfitta per tutti.

Però la colpa, l’atto è della madre, che ha confessato. E forse gravi, gravissime omissioni o azioni sono da attribuire al padre.  Anche ad altri, non si sa ancora nulla di certo.

Si chiama crimine, l’uccisione di quel neonato. Si dice morte alla constatazione del cessato battito cardiaco. Chissà che piccolo quel cuore! Chissà che dolore cadere dall’alto e rimbalzare. Chissà che freddo, che fame. Chissà cosa ha provato!

Non lo vedo riportato in nessun articolo ma a me è capitato di sentirlo rivolto a me e a mio figlio, gravemente menomato, il pensiero pseudo caritatevole che ora vi dico: «perché non l’ha abortito? Siamo nel 2017, com’è possibile?»

Già, come è stato possibile?

Ecco fino dove va srotolata la bobina di nastro che delimita la scena del crimine.

Non mi interessa niente degli sguardi dei progressisti commiseranti che si chiedono perché siamo ancora lì a mettere in discussione la legge 194 e tutte le sue omologhe planetarie. Potrebbe essere che quel muro stia per crollare. Il muro eretto dentro il nostro pensiero -sulle fondamenta della nostra stabile inclinazione all’egoismo -da quella maledetta legge per cui di qua c’è la vita, la civiltà, il poter vivere, di là no, di là se ti muovi troppo, se arrivi inopportuno,  sei ammalato o non torni utile ti uccidono.

Portiamolo fino in fondo il ragionamento, tanto la spinta dello sgomento, dell’orrore che ci contorce i visceri oggi ha ancora forza propulsiva.

Lo ha lasciato crescere e maturare fino alla nascita, questo figlio. Non lo ha abortito. E ha fatto bene, accidenti! Ha fatto bene! Lo avesse abortito in ospedale, magari da sola, previo appuntamento, impegnativa alla mano, di mattina presto; prima di una ragazza nigeriana o di qualsiasi altra nazionalità e dopo una sua coetanea italiana che il terzo figlio non se la sente di tenerselo, ci avrebbe risparmiato strazi, sgomenti, e numerosi “ma dove andremo a finire!”.

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In salvo

 

«Prima le donne e i bambini!»

Questo ordine urlato con voce maschile e stentorea era sicuramente esecutivo  e ben presto eseguito.  Lo si sentiva risuonare in tanti film storici e d’avventura nel momento di un disastro, di un rovescio che si abbatteva su tante persone, su porzioni di popolo. Erano gli uomini, a gridarlo.

Erano gli uomini. E lo facevano mentre si aprivano la strada menando fendenti da moschettieri e scuotendo piume sui cappelli lungo la Senna o spostando travi cadute da tetti mangiati dalle fiamme in una prateria del Kentucky – scusate la mia immaginazione così standard, così Hollywood prima maniera!. E vedere che impiegavano  tutte le loro forze per salvare donne e bambini obbedendo proprio a questo ordine,  mi ha sempre fatto provare commozione e fierezza. Una nave sta per affondare? Evacuazione! Prima le donne e i bambini. Ci sono degli ostaggi? Rilasciateci i bambini. O la donna in attesa – di un bambino, utile dirlo, ora. Odi il mio popolo e vuoi strapparmi le donne e i figli? Non senza che io abbia lottato fino alla morte per impedirtelo.

La foto scattata nello Studio ovale della Casa Bianca che ritrae un compunto neo presidente Trump, con la sua mai abbastanza commentata pettinatura, e una decina scarsa di maschi urbanizzati e incravattati a fargli corona mentre firma un documento, sta facendo discutere.

Il  45° presidente degli Stati Uniti è ritratto mentre due giorni fa apponeva la sua firma all’ordine esecutivo che ripristina il divieto voluto da Ronald Reagan nel 1984, la Mexico City Policy – e sospeso da Clinton e da Obama, per impedire i finanziamenti federali  alle ONG che pratichino o promuovano l’aborto in giro per il mondo. Lo scatto ha fatto esso stesso, manco a dirlo, il giro dello stesso mondo. Via tweet, via facebook, via google. Indignando a destra e a manca. Più a manca.

E sapete che cosa ha tanto animato e fatto indignare account, utenti e sedicenti maitre à penser? Ma è ovvio: che non ci siano donne. Nella foto.

Dove sono le donne? Perché questo omofobo-maschilista- irrispettoso- conservatore- spietato -misogino inaccettabile- (a metà della sequenza vi consiglio una breve pausa respiro) POTUS può permettersi di firmare una legge che tolga un qualche argine alle caleidoscopiche possibilità di aborto alle donne?

E dire che stavamo andando avanti così bene. Così spediti, così trionfali. Stavamo arrivando da qualche parte, in un punto importante del grande viaggio del progresso. Eravamo così avanti. E invece ora ci tocca vedere un capo di Stato, anzi il capo di una ancora indiscussa potenza mondiale,  che è lì e, lo sapete tutti!,  non dovrebbe starci, circondato da soli uomini-maschi a firmare una cosa che riporta indietro. E indietro, si sa, è sempre male. È sempre meno bene. Quelli prima di noi sono sempre un po’ più stupidi, si sa.

Dove erano le donne poverine? Dove sono ora le donne, eh? Qualcuno sa dirmelo?

Azzardo, timidamente: non lo so! Dipende dalla fascia oraria e dal numero figli, fratto il budget familiare. E dal coefficiente lavoro. E dal fuso orario. Io e molte mie omologhe stiamo organizzando il pranzo. Altre stanno lavorando. Alcune sono all’ospedale vicino al figlio appena uscito dalla sala operatoria. Altre ancora staranno partorendo, alcune abortendo. Moltissime saranno impegnate a cercare di agguantare il cordone ombelicale che le sta facendo crescere e maturare dentro la pancia della loro mamma. Alcune, già nate senza previo consulto-sarà valso sicuramente l’arcinoto e molto civile principio del silenzio/assenso- ,alcune dicevo,  invece, sono impegnate a lanciare tweet con l’hashtag  #shoutyourabortion. Insieme o dopo quello del 21 gennaio:  #WomansMarch.

 

Sì, perché la nuova frontiera è il pride. L’esserne orgogliose. Sta uscendo anche dagli incisi dei pro-choice il fatto che questa scelta possa essere dolorosa. Solo una tenerona come la Signora Cirinnà, che, è risaputo, ha il cuore di burro (lo si vede da come ama i suoi figli non umani), può sprecare una significativa porzione dei  140 caratteri a disposizione per  un superlativo assoluto.

Ora non ci sono più scuse,basta medici obiettori. Deve essere garantito sempre e ovunque diritto donne a #aborto libera scelta dolorosissima,

cinguettava infatti immediatamente dopo la pubblicazione dell’esortazione apostolica Misericordia et misera del Santo Padre il 21 novembre scorso per dire la sola cosa che possa venire in mente dopo lettura attenta, integrale e sofferta di un documento così: via l’obiezione di coscienza dalla professione medica e subito. È ora di finirla.

Ma torniamo a loro, torniamo agli americani e al loro presidente. Ha firmato quell’ordine esecutivo e altre misure che vanno tutte nella stessa direzione.  America first. Prima l’America e gli Americani. E innanzitutto occorre che gli americani nascano e una volta nati e rimirato lo stesso cielo stellato dal Nebraska alla California, da Detroit a New York, possano magari trovare lavoro sul suolo coperto da cotanto firmamento. L’ordine esecutivo in questione, però,  non tocca la legislazione sull’aborto negli Stati Uniti. E in ogni caso il potere legislativo spetta al Congresso. Intanto però il vento è girato. Si sente vero?

(Dovrebbe sentirsi ancora di più se i media facessero quello per cui hanno assunto questo nome:  farsi tramite, essere i mezzi che ci raccontano cosa succede e cosa sta per accadere. Perché è più che certo. Trump sostiene fortemente la March of life che oggi, 27 gennaio 2017, giunge alla sua quarantaquattresima edizione. Su Google, digitando Marcia per la vita Washington 2017, la notizia compare come ottavo e decimo risultato e ha come fonte la NBQ e Notizie Provita. Prima ci sono notizie d’archivio delle edizioni precedenti.  I soliti Davide e i soliti Golia.

Si sentirà  eccome, vedrete, nonostante la censura scandalosa. Si sentirà soffiare sempre più forte e gagliardo, questo vento, se Dio vorrà, perché è di oggi (ieri per chi legge, ndr) la notizia che ci siano già atti precisi che riguardano la difesa della vita fin dal suo concepimento anche entro i confini federali. Che riguardano l’impiego dei  soldi dei contribuenti nolenti per le febbrili attività degli instancabili abortifici. Si tratta del provvedimento,« il No Taxpayer Funding of Abortion Act, che rende permanente il Hyde Amendment.  Anche in questo caso si tratta di una svolta dato che quest’ultimo, oggetto di scontro costante fra repubblicani e democratici, doveva essere ratificato ogni anno affinché l’aborto non fosse finanziato con i soldi dei contribuenti nei programmi sanitari pubblici. Al contrario il neoeletto presidente, rispettando la promessa fatta in campagna elettorale, ha confermato che se la legge passerà anche al Senato il divieto sarà permanente e non più passibile di discussioni», spiega la giornalista Benedetta Frigerio» NBQ 27/1/2017)

A me, che dico con Madre Teresa di Calcutta e con mio figlio in braccio, che dopo il concepimento non c’è più nulla da decidere, ma che mai condannerei una donna che ha abortito perché sarei troppo impegnata a piangere con lei e ad abbracciarla, a me, dicevo, quella foto ha fatto pensare agli uomini che tornano al loro posto. E gridano «Prima le donne e i bambini!».

Salviamoli, sono il tesoro più prezioso di una nazione. Che ha confini precisi, aggiungono.

Mentre le donne, alcune donne, urlano, chi con le pudenda al vento, chi più pudicamente lanciando tweet o reggendo cartelli coi vestiti addosso, urlano e strepitano che Trump è un loro, un nostro nemico.

Certo qui siamo nel facile campo della retorica. Trattasi di una foto, di un semplice scatto. La realtà resta in tutta la sua multiforme e a volte greve complessità.

Però, signore e signori, donne, bambini e uomini, come è bello vedere che le cose e le idee possono cambiare. È commovente vedere che ci sono uomini, maschi e femmine, che dicono e agiscono proprio come se la vita di ogni  persona fosse un valore sempre, a priori, senza calcolare tutto il bene e tutto il male che potrà fare una volta nata. Vale in sé e vale il rischio di farla nascere sempre. Come è bello sapere di decisioni, di atti che possono davvero fare la differenza nella vita di tante persone. Ne parleremo a lungo, credo. Ne parleremo fra qualche anno, forse, con molti insospettabili sopravvissuti.

 

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Am i still Your child?

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«Nessun bambino dovrebbe avere paura»

L’ormai ex candidata alla Casa Bianca ha anche citato, seppur non direttamente, il presidente eletto Trump, facendo riferimento all’episodio di una bambina del Nevada che era scoppiata in lacrime per paura che i suoi genitori siano espulsi dagli Stati Uniti: «Nessun bambino dovrebbe vivere con una paura come questa – ha detto Hillary Clinton criticando il magnate repubblicano sul tema dell’immigrazione – Nessun bambino dovrebbe avere paura di andare a scuola perché è `latino´ o afroamericano o musulmano o perché ha una disabilità» (Dal corriere.it, Annalisa Grandi, 17 novembre 2016)

Nessun bambino. Nessun bambino dovrebbe avere paura.

Ha ragione signora Clinton. Eccome se ne ha.

La vostra – è necessario il distinguo, mi spiace-  Hillary  si fa coraggio dopo i giorni più brutti della sua vita, che ha avuta, perché l’ha avuta!, ed esce di casa. Per il gala della  Children’s Defense Funds . Senza truccarsi, credo. Sembra me che corro a scuola in fretta e senza essermi ancora guardata allo specchio. Per quanto riguarda il colorito almeno.

Dice che aveva pensato che non lo avrebbe più fatto. Se non per portare a spasso i cani. Sarebbe poi rientrata in casa per mettersi a leggere un libro. E io mi chiedo, curiosa: quale? Che libro? Di cosa nutre la mente e lo spirito questa signora?

Sarebbe una domanda che le farei. Come in un colloquio di selezione del personale.

Ultimo libro letto? Mi motivi la scelta. E cosa le ha lasciato questo romanzo o quel saggio? Cosa la fa ridere in un racconto? E nella vita? Cosa guarda di una persona? Cosa la colpisce maggiormente?

Quali sono i suoi valori?

Esperienze pregresse? Partiamo dall’inizio.

Davvero? Ha lavorato nella Children’s Defense Funds? È in quella organizzazione che ha intrapreso la sua carriera legale? Ha conosciuto direttamente la fondatrice?

Ha letto qualcuno dei suoi libri? Io no e conosco della sua vita solo quello che riferisce Wikipedia. Ho scorso proprio ora la lista di opere pubblicate a suo nome.

Marian Wright Edelman ne ha scritti diversi.

I’m your child, God, ad esempio. É un libro di preghiere per bambini e adolescenti.

Ora basta giocare. Glielo chiedo direttamente. Come può anche solo articolare il pensiero muto, (non parliamo del trasformarlo in diritto, non ragioniamo sul fatto che lo ha messo a tema nella sua campagna elettorale. Chi, sano di mente, potrebbe davvero desiderare di poter uccidere suo figlio in travaglio?) di permettere e finanziare l’uccisione di uno di questi bambini di Dio fino a che non è del tutto uscito dall’utero di sua madre?

Ora le dico una cosa. Fra non so quanto tempo si parlerà di questo orrore planetario dell’aborto, del massacro di bambini che facciamo in tutto il mondo da decenni,  come di una vera gigantesca follia. Di una razionale crudeltà estesa a tutte le latitudini insieme con la malattia mentale che fa dire a grandi masse di persone che è giusto.

È una totale, insensata, spietata pazzia. È un crimine indicibile. È una cosa che toglie il sonno. Perché toglie l’essere, no toglie la vita a milioni di bambini. A me toglie il sonno. Mi fa orrore pensare che scorra questo sangue. Mi fa orrore camminare su questa terra che raccoglie tutto questo sangue. Non mi capacito della quantità di sangue che fate scorrere. Non mi impressiona la faccia schifata e la supponenza dei benpensanti annoiati da questo argomento. Non me ne frega proprio niente.

Siete voi i pazzi. Siete di una crudeltà ineguagliabile.

Per nulla a me cara, eppure amata al punto che saperla così schiava del male mi raggela, signora Rodham, qualche decennio fa espulsa senza particolari inconvenienti dal canale del parto dietro il quale stava sua mamma; carissima nonna, anziana donna dai modi urbani e affettati- quando non algidi e feroci-, sono così felice per noi che lei abbia perso queste elezioni e che la sua carriera politica sia finita senza possibilità di ricorsi in appello!

Basta. Ora basta, si quieti. E sa, sono contentissima per i bambini che forse (perché non è che lei sia la sola a perseguire determinati obiettivi) scamperanno all’uccisione sulla soglia della vita extrauterina. Ma sono contentissima anche per lei.

Forse avrà tempo. Forse avrà occasione. Forse potrà spaventarsi  e sobbalzare per l’improvviso risveglio di una coscienza che lei pure, accidenti, deve avere. Forse farà in tempo a sentire, come un acido reflusso, salirle dallo stomaco, il rimorso. L’orrore per le uccisioni che ha permesso e promosso.

Forse dirà appena in tempo: che cosa ho fatto, mio Dio. Oh, my God. I’m your child. I’m still your child.

Am I still your child?

Pietà di lei, Dio. Pietà di me, di noi. Pietà.

 

Onu, Onan, Caino, Abele e tutti noialtri.

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Non so da che parte pigliarla questa faccenda. Non si sa più come farlo nascere di nuovo, questo uomo. Non si sa che forcipe usare per schiacciare un po’, senza offenderli, il cranio al Caino e all’Abele incastrati nella fase espulsiva di questo travaglio che ci trattiene dalla luce. Che ancora ci attende.

Non si sa come fare nascere di nuovo in testa a questi uomini così cerebrali e stupidi il ricordo di quel fatto sanguinoso che è la loro nascita.

Che peccato che non ne abbiamo tutti un ricordo vivo e cosciente. Del nostro travaglio e del parto. Sarebbe tutto più semplice, se avessimo buona memoria di questo fatto. Di quel periodo.

Se vedessimo arrivare sui binari della memoria il vagone che custodisce quel giorno. Quel giorno della nostra nascita. E non basterebbe.

Servirebbe forse che conservassimo in una qualche vecchia credenza, dentro scatole di scarpe,  le polaroid delle nostre più belle giornate intrauterine.

Potremmo poi caricarle come  tante #picofthemonth da mettere su Instagram.

Non so da che parte cominciare. Davvero.

Il fatto è che “Oggi – 28 settembre –  è la giornata dell’aborto sicuro perché non ci siano più 50mila vittime dell’aborto insicuro all’anno”. È la parafrasi di un titolo dell’Huffington post on line.

Letta così, la notizia, letta magari di fretta come facciamo spesso, parrebbe che la ricorrenza sia già una tradizione.

E invece il titolo mente facendo credere una cosa che nel testo e nella realtà ancora non c’è. Ma, come spesso accade, è quasi come se la facesse succedere. Una sorta di profezia che si autoimpone.

Il fatto descritto è questo, in sintesi: vi sarebbe un arcipelago di diverse centinaia di associazioni sparse per il mondo (però vorrei vederne nomi e indirizzi; e sapere a quali matrici si possono ricondurre) che ha scritto una lettera al Segretario Generale dell’ONU per chiedere che il 28 settembre sia riconosciuta giornata mondiale per il diritto all’aborto. Non la ingentilisco nemmeno con il corsivo o il grassetto, la cosa.  Non voglio obbedire alle pressioni dittatoriali sul pensiero e sul linguaggio.

«Ogni anno sono infatti quasi 50mila le donne che perdono la vita a causa di un aborto non legale e quindi non sicuro, mentre 41 milioni di adolescenti portano a termine una gravidanza indesiderata o conseguente a uno stupro».

Sono dati enormi, non v’è dubbio. E la pietà che segue allo sgomento e all’indignazione per la sofferenza subita da tante ragazzine – quelle stuprate intendo- è il minimo che il cuore umano possa provare ed esprimere.

L’articolo prosegue con tutta una frettolosa manfrina sulle angherie che subirebbero i poveri medici non obiettori a causa dei cattivissimi bulli che si ostinano ancora, nel 2016- dico io!-, ad obiettare. Per tutto il trasandato articolo si fa leva sulla pietà umana per diritti lesi ad alcune categorie di adulti, come quello a non vedersi lavati e disinfettati gli strumenti chirurgici per praticare gli aborti per i medici non obiettori, alla volte straziati persino da odiose interruzioni di ferie, tacendo una cosa grossa come un elefante che non vuole vedere più nessuno. La lesione enormemente più grave, il diritto straziato più di tutti è quello che si infligge alle straziate carni dei feti che non nascono. Si riducono a muti tranci di carne umana persone che aspettavano di avere una storia da srotolare.

 

Ma la musica sta cambiando, cari miei, sembra dirci la signora Silvana Agatone, presidente di Laiga, libera associazione di medici non obiettori di coscienza in Italia, intervenuta al parlamento europeo a Bruxelles, nel convegno in occasione della giornata internazionale del diritto all’aborto sicuro dal titolo: “Coscienza pulita? Quando l’obiezione di coscienza si scontra con i diritti sessuali e riproduttivi e i diritti Lgbt”.

Siamo in pieno contagio. Siamo dentro una follia del linguaggio perpetrata a suon di slogan, circolari e linee guida.

Siamo, o rischiamo di essere, sonnolenti avvallatori di atrocità che non stonano quasi più ai nostri orecchi. (Invero stonano eccome a moltissimi orecchi. Serve il coraggio insistente di ripeterlo spesso e bene; serve l’audacia di non abdicare al buon senso per non scontentare il senso comune, come direbbe più o meno il Manzoni. Lo so perché sono mesi che infliggo I promessi sposi la sera alle figlie. Il capitolo sulla peste è da imparare a memoria. Impareremmo anche a riconoscere la storia ritorta delle idee che rinunciano ad umiliarsi di fronte alla realtà e forse, prima che il contagio dilaghi, a mettere in atto rimedi ragionevoli. Altrimenti si finirà per urlare ancora e a vanvera “dalli all’untore!”).

Burocratiche atrocità che, se evolvono fino allo stadio di para-diritto e si declinano in protocolli e linee guida, affileranno altri bisturi e accenderebbero aspiratori che strapperanno sempre più esemplari di esseri umani dal tessuto che li nutre dentro il corpo di una donna.

Mettere sullo stesso piano una gravidanza “solo” indesiderata e uno stupro, intanto, è assurdo. Notevole invece il fatto che 41 milioni di bambini siano nati. Nel periodo su riportato la cosa agghiacciante che la giornalista cerca di farci sposare come obiettivo luminoso, come una tappa della marcia sorda dei diritti che deve proseguire fin dove si ha paura di pensare, è che l’anno prossimo potrebbero esserci 41 milioni di aborti in più. Questo potrebbe essere il traguardo al quale la giornata per l’aborto sicuro potrebbe trascinarci.

Insieme a innumerevoli altre iniziative, senz’altro. Tutte voci di una polifonica crudeltà mondiale che accorda contralti, soprani, tenori e bassi per il suo amen solenne. Tutte feste liturgiche di una laicità aggressiva che sta colonizzando il calendario intero. (Ricordate? Maggio è anche il mese sfrontatamente dedicato alla masturbazione da questi onanismi mondiali della sanità perduta).

Perché con sempre maggiore frequenza e normalità vengano portate a termine interruzioni di gravidanze che non si vuole vengano portate a termine. Al loro naturale termine. Che sarebbe la nascita. La quale inaugura a sua volta quello stato particolare e vertiginoso che si chiama vita, che di suo  tende ad un’altra fine che è anche, per chi se lo chiede ancora, un fine. E di fine in fine si ammiccherebbe tutti verso il destino che preme dietro il velo della morte.

Ma anche su quella incombe la scure dell’autodeterminazione – (la più ridicola e inconsistente panzana che gli uomini si lasciano raccontare da che mondo è mondo). Anche a quella vogliono, loro  – non so i nomi, ma sono persone precise,- si tolga l’effetto di grande appello all’oltre.

 

Questo è il modo in cui riesco a prendere in mano, per poco, l’argomento. Ce ne sono numerosi altri, più profondi e ampi.

C’è la devastazione economica che l’uccisione di tanti futuri uomini comporta. C’è il mercato che si fa di organi e tessuti rubati a questi bambini. C’è il dolore delle donne che hanno abortito e devono magari per la loro intera vita di sopravvissute raccontarsi che invece hanno fatto la cosa giusta. Questo è l’unico modo che ho di pensarci. L’altro è difendermi dall’accusa di eroismo per non avere ucciso nessuno dei miei figli prima della fase espulsiva.

Non è eroismo. Non è una choice. Non è la choice giusta. Non è testimonianza, non è difesa della vita. Non è essere pro life.

È il minimo sindacale, signori. E lo direi, sarei tenuta per amore di verità a dirlo, magari con la gola chiusa e gli occhi pieni di lacrime ed un provvidenziale ed inestirpabile senso di colpa, anche se avessi compiuto il misfatto. Anche se avessi abortito volontariamente due, cinque o sette volte.

 

 

 

CitizenGO aveva subito lanciato la petizione perchè l’Onu respingesse la proposta. Notizia di oggi è che l’ONU ha rifiutato di istituire il “giorno internazionale dell’aborto sicuro” (“International Safe Abortion Day) come era stato chiesto da lobby mortifere sedicenti femministe.

Quasi  450 associazioni abortiste avevano scritto la richiesta al Segretario Generale  Ban Ki-moon. La giornata scelta era il 28 settembre.

Ma più di 170.000 persone hanno sottoscritto la petizione  di CitizenGo che chiedeva di rifiutare tale proposta.

Pochi mass media avevano dato spazio a detta petizione, ovviamente (la cosa purtroppo non ci stupisce). Eppure c’è stata una consistente mobilitazione.

E per fortuna l’ONU non ha avuto l’ardire di dichiarare una “giornata internazionale” per celebrare la violazione del diritto umano più fondamentale di tutti, cioè del diritto alla vita.

Redazione

Fonte: CitizienGo

La via della vita è la verità

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Ma c’è bisogno di essere credenti  (leggasi “illusi di qualche cosa di non dimostrabile sul quale fondare arbitrariamente dei valori”) per decidere di non abortire? Anzi per stare in quel territorio vasto e desolato dove non ci si pone il problema. Per stare lì dove arriva la vita delle persone senza pesarle come una porzione di affettato.

Quello che io contesto con tutto il fiato che ho in gola (e ora me ne è rimasto pochino perché Margherita ha di nuovo postato dieci foto mie su Facebook senza il mio permesso e soprattutto senza  gli adeguati ritocchi: tipo rimuovere il water dallo sfondo, eliminare quella con espressione ebete. O meglio non metterle del tutto che fa tanto bimbomonkia!) è che la legge 194 ha imposto piano, piano a tutti di ragionare come dal salumiere.

Che si fa? Ha un cromosoma in più; che faccio, lascio? Ha due emorragie. Che dice signora, togliamo? Cominciamo un altro prosciutto? Non ci vedrà. Che fa, ci riprova? Ne fa un altro?
E, ahinoi, io sento spesso anche in contesti cattolici questo approccio. Si capisce dalle domande. Che presuppongono altri pezzi di pensiero non detti, forse nemmeno a sé stessi.

“Quindi avete deciso di tenerlo?”.

Quindi. “ Quindi” è come ergo. Vuol dire che ti accingi a concludere qualcosa. Qualcosa che deve per forza essere così.  Visto che è malato e visto che è ancora vivo, desumo che abbiate deciso di non accopparlo prima. Prima di metterci tutti davanti al fatto compiuto, intendo. Voi e il vostro egoismo., accidenti!

O magari, poveretti, non lo avete saputo in tempo. In tempo per accopparlo, si intende. È chiaro. Sapete che c’è la possibilità di intentare causa ai medici vero se le indagini prenatali non hanno rilevato quello che dovevano rilevare?

Ma che cavolo dici? E da quando un uomo può mettersi al posto di Dio (mai;  anche se è la tentazione per eccellenza)? Perché non capisci che è superbia e follia porsi questo problema?

Io sto nel mio cantuccio. Sto dove devo stare. Non tolgo la vita a nessuno – se Dio mi conserva lontana da orrori troppo grandi, da guerre, da abbrutimenti tali per cui non uccidere richiede la forza di un Titano; io, che non sono capace di darla la vita se non come tramite imperfetto eppure così tanto tenuto in considerazione dall’Autore. Sì perché ci sono personcine in giro che assomigliano a lui e a me. Che assomiglio a mia mamma e a  mio papà, ma di più allo zio. Lo Zio Ivo, che è appena morto. E alla nonna Rita. Forse anche al nonno Carlo? Ho visto solo due, tre foto del nonno Carlo.

Questa mattina, vagando per la rete, ho letto, in calce ad un servizio che celebrava la vita di una famiglia, il  commento di una mamma con un figlio già adulto che lei definisce simpatico, furbo e autonomo che però, a causa della sua disabilità, soffre di non poter dare seguito a tutti i suoi desideri. Di non poter scegliere tutto. E aggiunge che, se lo avesse saputo prima, sicuramente lo avrebbe abortito. (Mi auguro che tra le difficoltà del figlio ci sia una gravissima dislessia che gli impedisca di leggerlo. Ma tanto questo passa anche non detto!).

Siccome sono vigliacca e mi tremavano le mani, non sono riuscita ad intervenire lì, sul commento incriminato. Sono qua che tremo perché sento lo stesso sguardo di tanti su mio figlio. Che se non interviene direttamente Dio o una novità medica incredibile non avrà mai nemmeno una vaga parvenza di normalità.

Però alt un attimo.

Non possiamo legger affermazioni così e lasciar correre. Stiamo ammazzando persone e logica. Vite e verità.

Neanche io che sono nata più o meno sana posso fare tutto. Credo ad esempio che la mia emicrania o anche solo delle carie mi avrebbero impedito di fare la pilota di caccia. A saperlo prima potevano pure ammazzarmi. I miei genitori, dico. Che trogloditi.. Che egoisti.

Sì; ho preferito scriverne altrove piuttosto che affrontare di petto questa persona. Una donna, una madre che senza dubbio proverà consistenti sentimenti di affetto per questo figlio. Ma ha avvelenato in sé la fonte dell’amore e della riverenza per la vita. Dice che ha ricevuto un danno –lui! – col nascere. O forse non vuole ammetterlo, ma è più a sè stessa che pensa. E la capisco. È pesante, pesantissimo, è durissima la malattia. Soprattutto ora in questo contesto di pensiero. O meglio. È dura ma potrebbe pure esserlo di più. In Italia, per ora, i servizi fondamentali ci sono.  È ancora diffusa una certa solidarietà, anche per inerzia, si tende a considerare vita ogni vita. Almeno i più distratti o i meno influenzati dal pensiero unico imperante.

Ma senza girarci troppo intorno. Chi è che si incarica di dire a lei che al netto di tutto il suo dolore, frustrazione, umiliazioni, frustrazione ha detto e pensato una cosa mostruosa? E che ammettere pacatamente che avrebbe dovuto, non potuto, ma dovuto, per essere davvero altruista e amarlo, avrebbe dovuto ammazzarlo, suo figlio è terribile?

Che la verità è che i figli non si ammazzano? Che ammazzare ha conservato intero il suo significato? Chi glielo dice? Io, si sa, non me la sento. Piango e vado in agitazione. Ma se non salta fuori nessun altro lo farò. Glielo dirò, in modo accogliente e rispettoso, caldo e umano, ma tutto intero. Le dirò intera e intatta la verità. Che uccidere è contro Dio e contro l’uomo.  Mi lascerò detestare. Mi lascerò disprezzare e coprire di insulti o di generiche autorizzazioni a pensarla un po’ come caspita mi pare. Ma non mi farò mettere di nuovo nel ghetto delle opinioni tutte equivalenti.

Non è un’opinione. È la verità.

Ed è della verità, piccola parziale e poi intera e bella, che abbiamo tutti di nuovo bisogno. Se sarò capace prenderò il giro largo. Altrimenti glielo dirò e basta. In modo antipatico, asciutto, inappropriato forse. Proprio io che me la prendo per le sfumature di tono. Glielo dirò come potrò.  Ne ha bisogno.

 

(articolo già pubblicato per La Croce quotidiano, http://www.lacrocequotidiano.it/abbonarsi-ora)

 

L’essere che è

Bolck notes, appunti per raccontare.

Il fatto vero, centrale di tutto, di tutta la nostra vicenda umana di sposi e genitori è questa: mai ci siamo ritenuti titolari di un potere che, quand’anche quando fosse esercitato,  non è fondato in nessun diritto, non poggia su nessuna roccia di giustizia né di ragione.

Mai abbiamo accettato il costume che la legge ha rinforzato diffuso e peggiorato: resti incinta? Uno: la cosa riguarda solo te, donna. Due: sei sempre davanti a due opzioni. Tengo? Tolgo?

No. Non ho mai accettato né assunto come forma mentis questa impostazione. Che pure la legge 194 ha grandemente contribuito a diffondere , consolidare e incistare nella mente di tutti. Infatti il vero sforzo è di “non conformarsi alla mentalità di questo mondo”, di restare attaccati ad un’altra mentalità.

(E vivendo una gravidanza particolare  ma anche con le altre figlie qualcosa era già successo pur andando tutto bene lo sguardo del medico come tecnico di un processo che va a volte quasi sottratto alla mamma non esperta e valutato nella sua correttezza di produzione si fa sentire. Non sempre non da tutti ma ogni tanto c’erano segnali sospetti.. per un piede torno quasi mi suggerivano l’aborto. E con i problemi di Ludo che poi non sono stai chiari se non dopo la nascita ho dovuto cambiare ginecologa perché non si fidava della mia intenzione. No dopo lei magari cambia idea…Ecco. Mi tengo la mia idea, mio figlio e sa che faccio? Cambio ginecologa)

Che è la punta dell’iceberg di una rivoluzione dalla violenza prepotente e vigliacca. Io, che sono già formato e sono forte posso decidere chi nasca e chi no. Madre Teresa disse infatti che l’aborto è la più grande minaccia alla pace. Io da ragazza sprovveduta e superba prendevo questa affermazione come l’espressione colorita di una visionaria, un’iperbole di una sentimentale, maniaca religiosa magari.. invece è esattamente così: se la madre può uccidere il figlio che ha nel ventre, cosa impedisce a me di uccidere te? Niente, se non la forza. La legge del più forte. Si torna a quello e con il sigillo dello Stato.

Le donne, spesso, spessissimo sono le vittime, complici consenzienti di un’atrocità preferita come scorciatoia da altri. Oppure sono le regine del ghiaccio col quale circondano il proprio cuore e quello del maschio che non può più dire niente. Via. Non conti niente,  me la vedo io. O per contro le vittime di un egoismo e un disimpegno facilmente preferito al rischio e alla responsabilità che gli adulti veri si assumono. Sono fatti tuoi, veditela tu, liberatene.

Povere donne convinte che sia sempre un’opzione disponibile… Che quando si è disperate, angosciate, povere, minacciate e lasciate sole è lì a tentarti, ad invitarti. Ti porge il modulo, tu firmi…ma vivere l’aborto è poi tutta un’altra faccenda.

L’esperienza anche germinale di essere madri non è rimuovibile. È, resta. Credo che l’aborto sia una tragedia. Ma credo anche che se viene confessato e perdonato sia un’occasione di bene immensa. I piccoli martiri muti diventano la placenta che nutre nuovi santi.

Però nel frattempo nella società si calcifica questo muro storto che vuole rifondare una città senza Dio, il Dio di tutte le vite, e senza l’uomo. Perché è l’uomo è quello che si unisce alla donna e per una cosa così piccola eppure misteriosa, immensa e bella si trova a veder crescere un altro uomo. Che non è inferiore a lui.

Ecco. Per grazia, per educazione, per storia, per decisione del cuore né io né mio marito abbiamo mai pensato di avere un diritto da esercitare sui nostri figli e contro di loro, contro l’attributo più importante che è la loro esistenza.

Abbiamo sempre saputo che avremmo dato loro fattezze, tratti, inclinazioni forse talenti ma non l’anima né quello che del tutto li separa e li differenzia da noi e li mette sul nostro stesso piano di regalità. Di inalienabilità di quel bene che è la loro vita. Sono persone. E per questo del tutto indisponibili se non a loro stesse- e possono dolorosamente anche decidere per il male (io prego che almeno ripartano sempre, tornino indietro, continuino a dire che si sono sbagliati anche mille volte e tornino a Dio)  e al loro Creatore. Per questo sentiamo di avere una responsabilità enorme che è quella di custodirli, difenderli, educarli e consegnarli a Dio.

Almeno sperare che imbocchino la strada che porta a Lui.

Io, invecchiando e forse maturando, ho scoperto di avere un solo e unico problema vero da risolvere nella vita. Vivere in modo da non distogliere la misericordia di Dio da me e non rifiutarla perché voglio andare in Paradiso. Unico problema vero: vivere bene,  per morire bene e andare in Cielo. E non è una favola. Basta un nanosecondo di distrazione dal continuo intrattenimento al quale siamo invitati e sollecitati da tutte le parti per ricordarci che siamo stati buttati nell’essere, nella vita e che vogliamo essere felici, per sempre.

E questo voglio per tutti i miei figli. Allora se riesco a spaccare la crosta che si indurisce intorno al mio cuore lo desidero anche per gli altri. Allargo per progressiva inclusione questo amore di viscere a tutti. Facendo a pugni con le mie miserie, le mie meschinità, la cattiveria, gli egoismi.

Ludovico, come tutte le sue sorelle che sono qua  e i due che sono andati in Cielo prima di nascere, non ha niente di particolare. Non c’è molto da dire. È un figlio di Dio. Che abbia o non abbia certe cose. Che debba prendere medicine già da due anni e mezzo e che non sappia stare seduto non incide di un millimetro  l’armatura della quale è rivestito.

La Gloria di Colui che tutto move per l’universo penetra e splende in una parte più e meno altrove.

Questa è una delle poche terzine dantesche che so a memoria. È l’inizio della cantica del Paradiso. Ho voluto fare l’alternativa all’Università e mi sono appassionata a quella e un po’ l’ho studiata.

Non in tutti gli esseri la gloria di Dio splende ugualmente. Ci sono dei gradi.

 

In lui splende, nascosta e fulgida, molta gloria divina. In forza del paradosso che Gesù Cristo ha introdotto nel mondo. In forza di quello Ludo è il magnifico. E questo difendo e amo. Lui, le sue carnine tenere, l e sue fatiche; le sue regressioni e la sua bellezza struggente, il suo profumo, la sua magrezza i suoi muscolini poco sfruttati. I suoi occhi debolissimi. Affacciati chissà dove, però.

Ho solo bisogno di pazienza. Di resistenza paziente e gioiosa. E di non temere si secchino le cisterne delle mie lacrime.

Ne ho ancora. E ancora.

Ancora.

 

Ho anche un obiettivo, nato da un’intuizione vissuta nel nostro dramma, che desidero raggiungere: dimostrare che eliminare i deboli- quello che il nuovo ordine mondiale intende imporre come modello a tutti i paesi – sia una vera perdita. Un immiserimento non solo morale e umano ma fino a quello materiale ed economico. Ne sono filosoficamente ed esistenzialmente convinta. Quello che è spiritualmente ricco ridonda, ricade abbondante sul materiale e il corporeo. Sul sociale, sulla vita intera.

Ho letto un breve passaggio di Gotti Tedeschi, che attinge senz’altro alla ricchezza della sapienza che la Chiesa porta,  che mette la miseria morale all’origine della miseria materiale. Significa quindi che se ci impoveriamo tanto sul fronte morale, ed è evidente che scartare chi non è produttivo è un immiserimento morale (nella Spe Salvi Benedetto XVI dice che la capacità di soffrire e compatire è uno dei segni più alti di umanità), diventiamo più poveri anche in banca. Se ci sono studiosi di sociologia statistica demografia economia etc che vogliano aiutarmi in questa fatica…se no niente, chiedo all’Illmo Gotti Tedeschi.

Ah. Detto questo vorrei rassicurare su una cosa: la mia sofferenza è riamasta intatta e acutissima. Nessun effetto anestetico. Anzi ci sono ancora tanti momenti di scoraggiamento. Eppure è possibile la pace e la gioia. Schivando l’autocommiserazione e la rabbia. C’è anche una solitudine profonda che è dovuta all’esigenza di preservare il cuore…

 

 

 

 

 

Millerighe e nessun senso

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Premetto che considero un consistente numero di testate molto più credibili e accattivanti di Cosmopolitan. Come  rivista poi che promuove trend e cose in e out per me non ha rivali Starmale, mensile di cose brutte, malessere e disagi.

Come non fare proprie ad esempio le tecniche per percepire il presente come rimpianto? E come non provare sincero sollievo al sapere che finalmente Wats App propone la terza spunta? Starà ad indicare la banalità di un concetto.

Non posso poi non appassionarmi al racconto delle storie delle start up italiane: da un modesto garage a uno squallido scantinato.

Tremo con chi, come me, percepisce con ansia il movimento rotatorio terrestre.

Va bene basta. Dai pochissimi like che ho preso su Facebook ho capito che questa comicità non è apprezzatissima.

Comunque Cosmpolitan è a mio neanche troppo modesto avviso una fogna glitterata.

Ci rovescia addosso su pagine patinate e costellate di scarpe alla modissima e smalti veramente irresistibili cose orrende, disumane. Ma trendy. Continua a leggere

Non siamo Dio. E si vede

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Considerando più sporadicamente che posso, codarda, i fatti del commercio di organi e tessuti di bambini  uccisi ad opera della Planned Parenthood la cosa che ha iniziato a farmisi via via più evidente è questa: il mercato dei tagli scelti di bambini abortiti a diverse età di gestazione dimostra più di cento CAV e Movimenti prolife e Marce e obiezioni di coscienze illustri  che chi fornisce, chi commissiona e poi utilizza i pezzi esito di questa pratica ( Abortion is a safe and legal way to end pregnancy, leggerai appena ti va in homepage della PP, subito sotto il viso sereno e del tutto meritevole di esercitare un diritto di una donna giovane) sa perfettamente che un essere umano è tale da subito. Continua a leggere

Handicap Cup

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Ok. Facciamo una classifica delle abilità. Si potrà no? Non è che sapersi scaccolare guidando possa essere considerata un’abilità dello stesso valore di saper scrivere un libro o tradurre una lingua morta. Facciamo anche che alcune abilità non entreranno per nulla in classifica, come quella scelta come esempio fin troppo trash.

Credo anche che si dovrebbe fare una disamina del termine. Abilità? Competenza? Caratteristiche personali? C’è tutta una letteratura in merito che ho pure studiato in un trapassato remoto; e forse un po’ troppo rapidamente ho dimenticato o almeno resa talmente generica da assomigliare ad uno specchietto della rubrichetta “Forse non tutti sanno che..” della intramontabile settimana enigmistica. Un po’ arbitrariamente quindi scelgo un altro termine. Propongo capacità. L’essere capaci di. Partiamo con la hit:

capacità di camminare

capacità di saltare

capacità di rifarsi il letto

capacità di andare in bicicletta

capacità di allacciarsi le scarpe

capacità di guidare

capacità di fare più di una cosa contemporaneamente

capacità di cantare

capacità di fare interventi di microchirurgia

capacità di prestare le proprie cose

capacità di regalare le proprie cose

capacità di aiutare un altro

capacità di chiedere scusa

capacità di ascoltare

capacità di decidere

capacità di accettare le conseguenze delle proprie decisioni

capacità di impegnare tutta la propria vita per qualcuno

capacità di amare

capacità di perdonare

capacità di soffrire

Fine. Ho finito la classifica.

Ah, funziona come quelle dei brani pop della settimana. Dal ventesimo al primo posto.

Quindi in testa alla classifica svetta lei, la capacità di soffrire.

Per questo ritengo che tutti i disabili gravi vadano difesi da una società che intende liberarsi di loro,  ponendo fine ad una vita con una evidente mancanza di qualità.

È di questo che si parla quando si fa riferimento a un esercizio della pietà secondo il quale chi è troppo disabile, chi non è abbastanza umano, chi ha una vita che ormai non si può più chiamare umana, abbastanza umana, allora seppure con grande (?) dolore è giusto che venga ucciso, no?

Difendiamoli, allora.

Non è che siccome sono handicappati, incapaci di capire l’altro, di ascoltare l’altro, di cogliere il valore ineludibile e  indisponibile di ogni persona, e poverini riescono solo a vedere le competenze più grossolane,  non è che solo perché hanno paura di guardare in faccia il dolore altrui o la solo esteriore deformità di qualche bambino o anziano, non è che soltanto per questo vadano eliminati. Non meritano di morire per questo.

Vanno amati, compatiti, educati, se vogliono e si arrendono. E tenuti a distanza da bambini imperfetti e meravigliosi. Come il mio ad esempio. Che potrebbe pure guarire nel corpo se continuiamo a chiederLo a Chi può.

Non sembra proprio ma questo mio pezzo ha preso ispirazione da due Papi, ben due. Uno mentre scrive da cardinale oltrecortina e parla di amore coniugale e dice che il pudore e la castità dimostrano con forza il valore inalienabile e irriducibile dell’uomo. L’uomo non accetta di essere ridotto a mero oggetto di godimento, per questo prova pudore ad essere guardato così e sempre per questo trova nella ardua virtù della castità un gratissimo compito di umanizzazione;  perché aiuta il corpo ad obbedire allo spirito, secondo un ordine oggettivo che chi usa la ragione rettamente non può che riconoscere.

(se il principio è solo il gradimento, il godimento dell’altro allora è evidente che chi non è godibile, chi ci ripugna vada eliminato. Karol Wojytila diceva che invece no. Mai. La persona non è mai un bene godibile ma può solo essere soggetto e termine d’amore).

Cioè l’anima è più importante del corpo. (Attenta Paola è un terreno scivolosissimo. È la discesa sdrucciolevole che ha portato fino al disprezzo del corpo. Il corpo è bellissimo, il corpo sono io ma non tutto io.. ).

L’altra fonte di queste riflessioni è il testo del 265° pontefice, al secolo Joseph Ratzinger, che ha scritto due encicliche su due virtù teologali e la terza l’ha lasciata in eredità al Papa attuale, l’altrettanto amato Francesco.  Insomma sto parlando di Giovanni Paolo II e del suo Amore e responsabilità (se vi interessa misuravi con le sue di parole e non con le mie che ne hanno riportato il pensiero le pagine sono da 127 in avanti e riguardano La metafisica del pudore); e della Spe Salvi lettera enciclica pubblicata nel novembre del 2007. Ne cito alcuni passi:

Al punto 38 dice: «La misura dell’umanità si determina essenzialmente nel rapporto con la sofferenza e col sofferente. Questo vale per il singolo come per la società. Una società che non riesce ad accettare i sofferenti e non è capace di contribuire  mediante la com-passione a far sì che la sofferenza venga condivisa e portata anche interiormente è una società crudele e disumana».

È scandente, potremmo dire con il linguaggio e le categorie ai quali il post-moderno ci sta abituando.

È una società non proprio evoluta. Non tanto avanti nel vero progresso. Una società con un livello molto basso circa una qualità che invece la definisce propriamente come umana.

E anche soffrire per affermare la verità è una declinazione fondamentale dell’essere umani. Se sparisce si disumanizza tutto. E sappiamo che non umanità non è solo assenza di umanità ma contro-umanità.

Assenza di umanità significa perversione, mostruosità. Purtroppo è così. Il genere neutro esiste solo in alcune lingue. Noi siamo costretti a camminare in equilibrio su una fune. Corpo e anima anzi persona che è insieme corpoeanimatuttoattaccato.

«Soffrire con l’altro, per gli altri; soffrire per amore della verità e della giustizia; soffrire a causa dell’amore e per diventare una persona che ama veramente – questi sono elementi fondamentali di umanità, l’abbandono dei quali distruggerebbe l’uomo stesso. Ma ancora una volta sorge la domanda: ne siamo capaci? » (Benedetto XVI, ibidem)

Ecco una questione interessante.

(Articolo già pubblicato per La Croce. http://www.lacrocequotidiano.it/abbonarsi-ora)

La Versione di Melinda (prima parte)

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«Cette semaine est sainte ; une crise économique bien plus grave et bien plus fondamentale pour nos vies que celle de Wall-Street est en cours. Celle de l’économie du Salut: Dieu cherche à nous sauver et l’offre de son amour ne trouve que peu de demande. “L’amour n’est pas aimé!” ».

Ve lo metto in francese poi ve lo traduco al solo e unico scopo di sfoggiare la mia conoscenza della lingua d’Oltralpe. Sul fatto che l’operazione sia istantanea vi dovrete  fidare di una che spreca una serie di battute per ostentare una vaga reminescenza liceale.. Comunque dopo Simone Weil mi sono imbattuta in questo sito francese, Cahiers libres. Sono rimasta incantata nel leggere i due paragrafetti che ne dichiarano gli scopi lì a destra in homepage e che si chiudono con una citazione del molto amato Péguy: « Il y a quelque chose de pire que d’avoir une mauvaise pensée. C’est d’avoir une pensée toute faite». «C’è qualcosa di peggio che avere un pensiero sbagliato. È di non avere affatto un pensiero».

E poco sotto ho trovato l’invito ad abbonarsi alla lettre hebdomadaire. Ho una passione sfrenata per questo aggettivo. Ma non importa.

Mi sono imbattuta in due cose degnissime di nota. E credo lo siano anche molte altre. La prima è la citazione d’incipit, presa dall’editoriale della Settimana Santa 2015: «Questa settimana è santa; una crisi economica ben più grave e ben più fondamentale per le nostre vite di quella di Wall-Strett è in corso. Quella dell’economia della Salvezza: Dio cerca di salvarci e l’offerta del suo amore non trova che pochissima domanda.  “L’amore non è amato”». Lo crediamo davvero? Perché, in fondo, non è che questo. Dio ci vuole; e noi? Continua a leggere