La via della vita è la verità

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Ma c’è bisogno di essere credenti  (leggasi “illusi di qualche cosa di non dimostrabile sul quale fondare arbitrariamente dei valori”) per decidere di non abortire? Anzi per stare in quel territorio vasto e desolato dove non ci si pone il problema. Per stare lì dove arriva la vita delle persone senza pesarle come una porzione di affettato.

Quello che io contesto con tutto il fiato che ho in gola (e ora me ne è rimasto pochino perché Margherita ha di nuovo postato dieci foto mie su Facebook senza il mio permesso e soprattutto senza  gli adeguati ritocchi: tipo rimuovere il water dallo sfondo, eliminare quella con espressione ebete. O meglio non metterle del tutto che fa tanto bimbomonkia!) è che la legge 194 ha imposto piano, piano a tutti di ragionare come dal salumiere.

Che si fa? Ha un cromosoma in più; che faccio, lascio? Ha due emorragie. Che dice signora, togliamo? Cominciamo un altro prosciutto? Non ci vedrà. Che fa, ci riprova? Ne fa un altro?
E, ahinoi, io sento spesso anche in contesti cattolici questo approccio. Si capisce dalle domande. Che presuppongono altri pezzi di pensiero non detti, forse nemmeno a sé stessi.

“Quindi avete deciso di tenerlo?”.

Quindi. “ Quindi” è come ergo. Vuol dire che ti accingi a concludere qualcosa. Qualcosa che deve per forza essere così.  Visto che è malato e visto che è ancora vivo, desumo che abbiate deciso di non accopparlo prima. Prima di metterci tutti davanti al fatto compiuto, intendo. Voi e il vostro egoismo., accidenti!

O magari, poveretti, non lo avete saputo in tempo. In tempo per accopparlo, si intende. È chiaro. Sapete che c’è la possibilità di intentare causa ai medici vero se le indagini prenatali non hanno rilevato quello che dovevano rilevare?

Ma che cavolo dici? E da quando un uomo può mettersi al posto di Dio (mai;  anche se è la tentazione per eccellenza)? Perché non capisci che è superbia e follia porsi questo problema?

Io sto nel mio cantuccio. Sto dove devo stare. Non tolgo la vita a nessuno – se Dio mi conserva lontana da orrori troppo grandi, da guerre, da abbrutimenti tali per cui non uccidere richiede la forza di un Titano; io, che non sono capace di darla la vita se non come tramite imperfetto eppure così tanto tenuto in considerazione dall’Autore. Sì perché ci sono personcine in giro che assomigliano a lui e a me. Che assomiglio a mia mamma e a  mio papà, ma di più allo zio. Lo Zio Ivo, che è appena morto. E alla nonna Rita. Forse anche al nonno Carlo? Ho visto solo due, tre foto del nonno Carlo.

Questa mattina, vagando per la rete, ho letto, in calce ad un servizio che celebrava la vita di una famiglia, il  commento di una mamma con un figlio già adulto che lei definisce simpatico, furbo e autonomo che però, a causa della sua disabilità, soffre di non poter dare seguito a tutti i suoi desideri. Di non poter scegliere tutto. E aggiunge che, se lo avesse saputo prima, sicuramente lo avrebbe abortito. (Mi auguro che tra le difficoltà del figlio ci sia una gravissima dislessia che gli impedisca di leggerlo. Ma tanto questo passa anche non detto!).

Siccome sono vigliacca e mi tremavano le mani, non sono riuscita ad intervenire lì, sul commento incriminato. Sono qua che tremo perché sento lo stesso sguardo di tanti su mio figlio. Che se non interviene direttamente Dio o una novità medica incredibile non avrà mai nemmeno una vaga parvenza di normalità.

Però alt un attimo.

Non possiamo legger affermazioni così e lasciar correre. Stiamo ammazzando persone e logica. Vite e verità.

Neanche io che sono nata più o meno sana posso fare tutto. Credo ad esempio che la mia emicrania o anche solo delle carie mi avrebbero impedito di fare la pilota di caccia. A saperlo prima potevano pure ammazzarmi. I miei genitori, dico. Che trogloditi.. Che egoisti.

Sì; ho preferito scriverne altrove piuttosto che affrontare di petto questa persona. Una donna, una madre che senza dubbio proverà consistenti sentimenti di affetto per questo figlio. Ma ha avvelenato in sé la fonte dell’amore e della riverenza per la vita. Dice che ha ricevuto un danno –lui! – col nascere. O forse non vuole ammetterlo, ma è più a sè stessa che pensa. E la capisco. È pesante, pesantissimo, è durissima la malattia. Soprattutto ora in questo contesto di pensiero. O meglio. È dura ma potrebbe pure esserlo di più. In Italia, per ora, i servizi fondamentali ci sono.  È ancora diffusa una certa solidarietà, anche per inerzia, si tende a considerare vita ogni vita. Almeno i più distratti o i meno influenzati dal pensiero unico imperante.

Ma senza girarci troppo intorno. Chi è che si incarica di dire a lei che al netto di tutto il suo dolore, frustrazione, umiliazioni, frustrazione ha detto e pensato una cosa mostruosa? E che ammettere pacatamente che avrebbe dovuto, non potuto, ma dovuto, per essere davvero altruista e amarlo, avrebbe dovuto ammazzarlo, suo figlio è terribile?

Che la verità è che i figli non si ammazzano? Che ammazzare ha conservato intero il suo significato? Chi glielo dice? Io, si sa, non me la sento. Piango e vado in agitazione. Ma se non salta fuori nessun altro lo farò. Glielo dirò, in modo accogliente e rispettoso, caldo e umano, ma tutto intero. Le dirò intera e intatta la verità. Che uccidere è contro Dio e contro l’uomo.  Mi lascerò detestare. Mi lascerò disprezzare e coprire di insulti o di generiche autorizzazioni a pensarla un po’ come caspita mi pare. Ma non mi farò mettere di nuovo nel ghetto delle opinioni tutte equivalenti.

Non è un’opinione. È la verità.

Ed è della verità, piccola parziale e poi intera e bella, che abbiamo tutti di nuovo bisogno. Se sarò capace prenderò il giro largo. Altrimenti glielo dirò e basta. In modo antipatico, asciutto, inappropriato forse. Proprio io che me la prendo per le sfumature di tono. Glielo dirò come potrò.  Ne ha bisogno.

 

(articolo già pubblicato per La Croce quotidiano, http://www.lacrocequotidiano.it/abbonarsi-ora)

 

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Noi e la Madre

Ed ecco il nostro goffo approdo su mensile mariano. La Presenza di Maria,  numero di maggio, di questo stesso anno, il 2016.

Grazie ad Angelo De Lorenzi per la pazienza.

 

 

Rosa e tutti i suoi.

A lumache. Sì, vanno anche a lumache ad certo punto. Rosa e i suoi figli ancora vivi.

Questo me l’ha resa subito simpatica. “Andé a lumaghi!”, infatti, è un’espressione che ho imparato da mio papà ed è un modo garbato per stornare da noi la presenza molesta di qualche molesto interlocutore.

Invece lei va a lumache in senso letterale, insieme con i propri figli. Perché il contatto con la natura è importante ed educativo. E alla fine ingaggiare una gara di velocità tra le chiocciole catturate dopo una giornata di pioggia si rivela un gioco appassionante e coinvolgente per tutti i bambini e i ragazzi. Forse c’è anche qualche cugino o amico.

Rosa è spagnola. È figlia con tanti fratelli, è sposa innamorata, lavora part time nel marketing. E che altro dire? Ha 18 figli.

D i c i o t t o  figli. (Un’amica mi ha detto “E i che fa? Il sindaco, non fa la mamma!”)

E ci ha scritto un libro. Come essere felici con 1,2,3…figli!

Infatti è un manuale. E lo pare davvero nel susseguirsi dei tanti capitoli, trenta per la precisione. Almeno lei così lo chiama alla fine, nei saluti e ringraziamenti. Che contengono anche delle scuse in caso avesse con le sue parole e i suoi modi offeso o urtato qualcuno.

Ma in che modo potrebbe offendere gli altri questa donna? Ha sposato un marito che ama. Lavora. Segue i propri figli. Sceglie per loro le scuole migliori. Fa loro praticare sport e coltivare i talenti di ciascuno.  Invita amici a casa. Insegna ai suoi bambini ad aiutarsi e ad aiutare. Esce da sola con il coniuge regolarmente. Frequenta amiche ed amici. Prega. Piange, ride.

Dorme addirittura.

E il suo libro è già un caso. Tradotto in 14 lingue, distribuito un po’ ovunque e ora in Italia per i tipi di Itaca è a disposizione dei lettori accompagnato dalla prefazione della nota e brava giornalista Monica Mondo.

Offende forse per il fatto che ha superato spudoratamente la soglia sopportabile dal costume diffuso di 3 figli per coppia? Sì perché lo vediamo anche noi che, dai 4 in su, il rischio di sentirsi dire spesso  “voi siete bravi”si accompagna con un chiarissimo, per quanto non detto, invito ad autoescludersi dalle frequentazioni delle altre famiglie “normali”.

O magari ci urta il fatto che nelle circa 160 pagine serrate e leggere nelle quali si racconta non manca mai di dire che quella cosa si fa così e quell’altra cosà?

Ma ha ragione! Alcune cose effettivamente è meglio farle così- e altre cosà. E l’umiltà, che pare tornata di gran moda a sentire i giornali  che rilanciano gli inviti reciproci alla sua pratica da parte di politici e  manager sportivi, non è mostrarsi continuamente insicuri su tutti i temi. E non sapere mai da che parte girarsi.

A me qualche piccolo scompenso, a dire la verità, lo ha provocato. Perché, ad esempio, mi compiacevo con me stessa per avere iniziato alla nobile arte del rifarsi il letto le mie figlie, tutte  e tre, pensate!, all’età di sei anni mentre Rosa dichiara candida che si può benissimo iniziare ad insegnarlo loro dai due in su.

Comunque le mie apparecchiano e sparecchiano. Vanno a prendere l’acqua nel tenebroso garage quando serve in tavola. Fanno delle piccole spese e commissioni per la famiglia. Cambiano ogni tanto il pannolino al  fratellino, senza dimenticarsi di denunciare che sono vittime di schiavismo e che insomma tocca sempre a loro. Piegano il bucato asciutto,  mi aiutano a caricare la lavastoviglie, accompagnano il papà in discarica. A volte azzardano ricette con ingredienti inavvicinabili. E litigano per ogni cosa, ma va bé, non sottilizziamo troppo.

La spesa,  loro, la fanno una volta al mese e online. E da quando la crisi picchia duro niente Nesquick a colazione. E le caramelle si comprano solo in casi eccezionali. Compleanni, onomastici, feste. Quindi comunque abbastanza di frequente.

Qualche volta all’anno si riuniscono e si dicono l’un l’latro quali aspetti ognuno debba migliorare di sé. Il marito approfitta per ricordare a Rosa che ha già 15 figli da far crescere e sui quali esercitare l’autorità..E Rosa si riconosce con onestà questa tendenza troppo accentuata al comando (immaginiamo avesse avuto invece un’indole remissiva e dilaniata dai dubbi! Meglio così, va’). La figlia quattordicenne dovrebbe sforzarsi di essere più gentile e meno scontrosa. La mamma, voce narrante e accomodante il giusto, ci tiene a sottolineare con tenerezza che lei non è così di natura, ma che questo atteggiamento  dipende dall’età difficile che sta attraversando. Che bella questa notazione: non è mamma un tanto al chilo. Vuole bene a tutti i suoi figli in modo intero e personale.

Certo se ne manca uno, di solito, se ne accorge solo al momento del pasto e non prima perché l’andirivieni durante la mattinata o il pomeriggio si fa intenso. Rosa ama la vita. La sua innanzitutto. E quella di suo marito, che stima molto.

E quella di tutti e 18 i loro figli. E questo amore pare poi allargarsi come la chiazza d’acqua che si rovescerà pure anche a loro  a tavola qualche volta! E tocca tutti.

Ama Dio, ma ne parla pochissimo, non si lancia, come qualcuno di mia intima conoscenza, in azzardi esegetici e vezzi da teologa d’assalto. Perché?

Perché ha accettato, io credo, di tuffarsi fin dentro il fondo più fondo della sua propria vocazione. Il matrimonio cristiano. Il matrimonio è una via di santità magnifica e piena di rotture di scatole, invero (come sono sicura sia anche quella della consacrazione), che ha la sua specificità nell’amore mediato.

Nella mediatezza dell’amore a Dio. Io amo il Signore attraverso il mio coniuge. Senza scavalcare nessuna delle sue meravigliose caratteristiche. Compresa quella simpatica abitudine di tirare su il caffè quando non è che lo beva ma lo aspira dalla tazzina, accidenti.

Eppure Dio è lì, presente, in corsa con lei, che riesce a pregare mezz’ora al giorno; ed è pronto ad elargire miracoli per i figli malati, come per Lolita alla quale hanno praticato una trasfusione nelle ossa!!(cosa che non avevo mai sentita nemmeno nominare); ed è pronto ad accogliere quelli che muoiono.

Ah, sì mi ero scordata di dirvelo. E posso invece farlo serenamente perché lo dice subito Rosa stessa.

Tre dei loro 18 figli sono già in Cielo. (E da come lo scrive lei, il Cielo, è senza dubbio una destinazione reale)

I primi tre. A causa di una malformazione cardiaca che ha preso in simpatia la loro stirpe.

E quanto hanno sofferto! E come ne hanno sofferto! Dolore condiviso con i tanti che li amano. Dolore mai tradotto in paura e in tremebonda chiusura a fare altri figli. Non hanno accettato le incursioni di consiglieri d’assalto nell’economia del loro matrimonio. nemmeno dei più vicini, dei più cari, dei più titolati.

Non importa quanto si vive, sembra dire Rosa, che non lo dice. Importa perché. Importa con chi. Importa moltissimo per Chi; e importa sapere che questa meravigliosa e organizzatissima baraonda che la famiglia Pich- Aguilera si è messa a vivere è solo l’inizio.

(articolo già pubblicato per La Croce quotidiano, http://www.lacrocequotidiano.it/abbonarsi-ora)

 

 

L’essere che è

Bolck notes, appunti per raccontare.

Il fatto vero, centrale di tutto, di tutta la nostra vicenda umana di sposi e genitori è questa: mai ci siamo ritenuti titolari di un potere che, quand’anche quando fosse esercitato,  non è fondato in nessun diritto, non poggia su nessuna roccia di giustizia né di ragione.

Mai abbiamo accettato il costume che la legge ha rinforzato diffuso e peggiorato: resti incinta? Uno: la cosa riguarda solo te, donna. Due: sei sempre davanti a due opzioni. Tengo? Tolgo?

No. Non ho mai accettato né assunto come forma mentis questa impostazione. Che pure la legge 194 ha grandemente contribuito a diffondere , consolidare e incistare nella mente di tutti. Infatti il vero sforzo è di “non conformarsi alla mentalità di questo mondo”, di restare attaccati ad un’altra mentalità.

(E vivendo una gravidanza particolare  ma anche con le altre figlie qualcosa era già successo pur andando tutto bene lo sguardo del medico come tecnico di un processo che va a volte quasi sottratto alla mamma non esperta e valutato nella sua correttezza di produzione si fa sentire. Non sempre non da tutti ma ogni tanto c’erano segnali sospetti.. per un piede torno quasi mi suggerivano l’aborto. E con i problemi di Ludo che poi non sono stai chiari se non dopo la nascita ho dovuto cambiare ginecologa perché non si fidava della mia intenzione. No dopo lei magari cambia idea…Ecco. Mi tengo la mia idea, mio figlio e sa che faccio? Cambio ginecologa)

Che è la punta dell’iceberg di una rivoluzione dalla violenza prepotente e vigliacca. Io, che sono già formato e sono forte posso decidere chi nasca e chi no. Madre Teresa disse infatti che l’aborto è la più grande minaccia alla pace. Io da ragazza sprovveduta e superba prendevo questa affermazione come l’espressione colorita di una visionaria, un’iperbole di una sentimentale, maniaca religiosa magari.. invece è esattamente così: se la madre può uccidere il figlio che ha nel ventre, cosa impedisce a me di uccidere te? Niente, se non la forza. La legge del più forte. Si torna a quello e con il sigillo dello Stato.

Le donne, spesso, spessissimo sono le vittime, complici consenzienti di un’atrocità preferita come scorciatoia da altri. Oppure sono le regine del ghiaccio col quale circondano il proprio cuore e quello del maschio che non può più dire niente. Via. Non conti niente,  me la vedo io. O per contro le vittime di un egoismo e un disimpegno facilmente preferito al rischio e alla responsabilità che gli adulti veri si assumono. Sono fatti tuoi, veditela tu, liberatene.

Povere donne convinte che sia sempre un’opzione disponibile… Che quando si è disperate, angosciate, povere, minacciate e lasciate sole è lì a tentarti, ad invitarti. Ti porge il modulo, tu firmi…ma vivere l’aborto è poi tutta un’altra faccenda.

L’esperienza anche germinale di essere madri non è rimuovibile. È, resta. Credo che l’aborto sia una tragedia. Ma credo anche che se viene confessato e perdonato sia un’occasione di bene immensa. I piccoli martiri muti diventano la placenta che nutre nuovi santi.

Però nel frattempo nella società si calcifica questo muro storto che vuole rifondare una città senza Dio, il Dio di tutte le vite, e senza l’uomo. Perché è l’uomo è quello che si unisce alla donna e per una cosa così piccola eppure misteriosa, immensa e bella si trova a veder crescere un altro uomo. Che non è inferiore a lui.

Ecco. Per grazia, per educazione, per storia, per decisione del cuore né io né mio marito abbiamo mai pensato di avere un diritto da esercitare sui nostri figli e contro di loro, contro l’attributo più importante che è la loro esistenza.

Abbiamo sempre saputo che avremmo dato loro fattezze, tratti, inclinazioni forse talenti ma non l’anima né quello che del tutto li separa e li differenzia da noi e li mette sul nostro stesso piano di regalità. Di inalienabilità di quel bene che è la loro vita. Sono persone. E per questo del tutto indisponibili se non a loro stesse- e possono dolorosamente anche decidere per il male (io prego che almeno ripartano sempre, tornino indietro, continuino a dire che si sono sbagliati anche mille volte e tornino a Dio)  e al loro Creatore. Per questo sentiamo di avere una responsabilità enorme che è quella di custodirli, difenderli, educarli e consegnarli a Dio.

Almeno sperare che imbocchino la strada che porta a Lui.

Io, invecchiando e forse maturando, ho scoperto di avere un solo e unico problema vero da risolvere nella vita. Vivere in modo da non distogliere la misericordia di Dio da me e non rifiutarla perché voglio andare in Paradiso. Unico problema vero: vivere bene,  per morire bene e andare in Cielo. E non è una favola. Basta un nanosecondo di distrazione dal continuo intrattenimento al quale siamo invitati e sollecitati da tutte le parti per ricordarci che siamo stati buttati nell’essere, nella vita e che vogliamo essere felici, per sempre.

E questo voglio per tutti i miei figli. Allora se riesco a spaccare la crosta che si indurisce intorno al mio cuore lo desidero anche per gli altri. Allargo per progressiva inclusione questo amore di viscere a tutti. Facendo a pugni con le mie miserie, le mie meschinità, la cattiveria, gli egoismi.

Ludovico, come tutte le sue sorelle che sono qua  e i due che sono andati in Cielo prima di nascere, non ha niente di particolare. Non c’è molto da dire. È un figlio di Dio. Che abbia o non abbia certe cose. Che debba prendere medicine già da due anni e mezzo e che non sappia stare seduto non incide di un millimetro  l’armatura della quale è rivestito.

La Gloria di Colui che tutto move per l’universo penetra e splende in una parte più e meno altrove.

Questa è una delle poche terzine dantesche che so a memoria. È l’inizio della cantica del Paradiso. Ho voluto fare l’alternativa all’Università e mi sono appassionata a quella e un po’ l’ho studiata.

Non in tutti gli esseri la gloria di Dio splende ugualmente. Ci sono dei gradi.

 

In lui splende, nascosta e fulgida, molta gloria divina. In forza del paradosso che Gesù Cristo ha introdotto nel mondo. In forza di quello Ludo è il magnifico. E questo difendo e amo. Lui, le sue carnine tenere, l e sue fatiche; le sue regressioni e la sua bellezza struggente, il suo profumo, la sua magrezza i suoi muscolini poco sfruttati. I suoi occhi debolissimi. Affacciati chissà dove, però.

Ho solo bisogno di pazienza. Di resistenza paziente e gioiosa. E di non temere si secchino le cisterne delle mie lacrime.

Ne ho ancora. E ancora.

Ancora.

 

Ho anche un obiettivo, nato da un’intuizione vissuta nel nostro dramma, che desidero raggiungere: dimostrare che eliminare i deboli- quello che il nuovo ordine mondiale intende imporre come modello a tutti i paesi – sia una vera perdita. Un immiserimento non solo morale e umano ma fino a quello materiale ed economico. Ne sono filosoficamente ed esistenzialmente convinta. Quello che è spiritualmente ricco ridonda, ricade abbondante sul materiale e il corporeo. Sul sociale, sulla vita intera.

Ho letto un breve passaggio di Gotti Tedeschi, che attinge senz’altro alla ricchezza della sapienza che la Chiesa porta,  che mette la miseria morale all’origine della miseria materiale. Significa quindi che se ci impoveriamo tanto sul fronte morale, ed è evidente che scartare chi non è produttivo è un immiserimento morale (nella Spe Salvi Benedetto XVI dice che la capacità di soffrire e compatire è uno dei segni più alti di umanità), diventiamo più poveri anche in banca. Se ci sono studiosi di sociologia statistica demografia economia etc che vogliano aiutarmi in questa fatica…se no niente, chiedo all’Illmo Gotti Tedeschi.

Ah. Detto questo vorrei rassicurare su una cosa: la mia sofferenza è riamasta intatta e acutissima. Nessun effetto anestetico. Anzi ci sono ancora tanti momenti di scoraggiamento. Eppure è possibile la pace e la gioia. Schivando l’autocommiserazione e la rabbia. C’è anche una solitudine profonda che è dovuta all’esigenza di preservare il cuore…

 

 

 

 

 

Ci sono ma e ma. Ma io, ma tu, ma Lui.

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Al  coraggioso annuncio che  “Il Re è nudo!” si alzano ora urletti scomposti e risatine isteriche? “Uh! Dai andiamo a vedere, il Re è nudo!”

Siamo davvero condannati a pensare a noi esseri umani tutti schiacciati sull’impulso sessuale? E a percorrere questo tunnel di freddi ragionamenti e lubriche immaginazioni fino in fondo, fino dove già in parecchi urlano che omosex sia meglio, più nobile, alto, puro? (Veronesi, illustrissimo Professore, che aveva additato all’umano consesso l’amore omosessuale come quello più altruistico e gratuito sotto la spinta di non so quale ispirazione,  ha modo in questi giorni di mettersi lì a riflettere? Può cercare uno qualsiasi dei numerosi studi che fotografano lo stile di vita delle comunità omosessuali? Lo sa quanto soffrono in realtà? Nella psiche e nel corpo?)

Dareifigliaduegaychesiamano va scritto così. Siamo circondati da sonocattolicoetuttoma non capisco perché la chiesa abbia paura dei gay. Se si amano?

Cosa c’è più dell’amore?

C’è la carità. Ho sentito ricordarmi stamattina.  Che cosa sia Amore ce lo mostra Gesù Cristo.

Stavo per mettermi a scrivere poi mi ha preso un senso di stanchezza. Come stessi nuotando da ore e ore e vedessi la riva ad una distanza irrimediabile.

Allora mi sono messa a leggere. Uno dei miei blog preferiti è quello di Giuliano Guzzo. Mi arriva l’email di notifica, apro e leggo.

“Ma è un figlio”. V’è già una partenza avversativa, in questo titolo, che condivido. Un ma opposto alla corrente  come un sasso dentro un fiume che scorre deciso a valle.

Ci sono notizie e notizie, dice Giuliano. Alcune enormi, come questa. Continua a leggere

Desiderabili effetti collaterali

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Siamo arrivati in tempo.  Undici e quaranta circa. Lo dico per i nostri amici bresciani che ci hanno dileggiato via Whatsapp e Facebook perché loro a mezzanotte stavano già partendo e noi invece avevamo in programma di avviarci alle cinque e quarantacinque. Sì, siamo stati al Family Day. Siamo stati, anche noi, il Family Day.

Noi, che ogni giorno è il giorno della famiglia, ma non come il film “il giorno della marmotta” per cui tutto ricomincia da capo ogni volta e siamo intrappolati nello stesso giorno identico a se stesso. Ogni giorno è giorno della famiglia perché noi e l’altro milione e novecentomila arrotondati per difetto (dato della questura) che ci siamo portati belli e disarmati al Circo Massimo siamo famiglie. Veniamo da famiglie. Ci dibattiamo dentro le nostre famiglie. Ne vogliamo testimoniare la bellezza, certo, ma non perché siamo particolarmente simpatici o particolarmente integri moralmente. La bellezza della famiglia è da imputare innanzitutto alla sua esistenza. E ora, malgrado noi, malgrado la nostra natura tutt’altro che bellicosa, ne dobbiamo mostrare la resistenza. Esistiamo e resistiamo. Involontari salmoni risaliamo una corrente che tira altrove.

Anche un po’ balenottere spiaggiate eravamo,  per la verità, una volta rovesciatici esausti sulla rena del Circo Massimo; dopo mezza dozzina abbondante di ore di vibrazioni che l’autostrada trasferiva dal suo manto al nostro sedere per mezzo degli pneumatici (si dice gli pneumatici non i, scusate, approfitto:  ho delle istanze personali da portare avanti) del nostro glorioso Scudo Fiat. Continua a leggere

Ospite di Francesco Agnoli a Radio Maria

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Telefonata a una mamma qualunque sulla famiglia e la maternità. All’interno della trasmissione del 3 gennaio “Tavola rotonda su temi di attualità” dedicata a Legge Cirinnà e utero in affitto.

Dal minuto 60 circa.

Ascolta la trasmissione QUI

 

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Stanotte ti prefo.

#EDITORIACATTOLICA | IL DIARIO SPECIALE DI UNA MAMMA NORMALE di COSTANZA MIRIANO

Stanotte ti prefo. Mando l’sms a Paola intorno alle due di notte, ho sonno, poco tempo e non aggiungo spiegazioni. Tanto so che lei è una delle due o tre persone al mondo che capiscono sempre tutto senza bisogno di traduzione. Prefo, è ovvio, è la prima persona singolare indicativo del verbo “adesso se non mi addormento ti scrivo la prefazione al tuo libro, anche se tu credi che a qualcuno verrà voglia di leggerlo perché lo consiglio io, invece questo è un libro che tutti leggeranno perché si innamoreranno di te, amica mia meravigliosa”. Tutto questo vuol dire ti prefo, e Paola lo sa, infatti risponde solo “grazie” con molti punti esclamativi perché è una femmina e sa che una parola secca verrebbe sempre interpretata male da un essere della sua stessa specie. Paola, dicevo, sa sempre tutto come quando la chiamo e le racconto di me. Non devo mai spiegarle niente di come mi sento perché lei capisce, come la mamma che torni da scuola e già sa che voto hai preso, non perché abbia messo su una piccola attività di spionaggio industriale e abbia piazzato delle spie in classe o nel gabbiotto della bidella, ma perché legge le pieghe della bocca, lo sguardo e ascolta la minima inflessione della tua voce. Se una mamma ha queste doti divinatorie con i figli è normale, se ce l’ha un’amica, è speciale. La mia amica in effetti è molto speciale, e io ne approfitto vigliaccamente per raccontarle i lati più abietti e oscuri di me: non solo lei mi vuole bene lo stesso, ma non fa un plissé quando le parlo, come se fossi normale. Quello che ho capito è che quando hai frequentato il dolore – lei è stata colpita in modo eccezionale dalle malattie dei suoi figli – hai educato il tuo cuore a starci, hai accolto le tue ferite senza nascondertele, senza scappare, ma facendoci i conti, hai dato voce a tutte le tue domande, hai visto tutti i tuoi lati oscuri oltre a quelli più presentabili, hai visto come poco si sa fingere quando si sta male, allora non hai più paura di vedere niente, né di tuo né degli amici. Perché davanti al dolore puoi anche incattivirti, ribellarti, chiuderti, peggiorare, oppure puoi lasciartene scolpire da uno scalpello che rivela la bellezza che era chiusa dentro la tua pietra. Lo puoi fare solo se credi, tenacemente e ostinatamente, che a tenere in mano lo scalpello c’è un Padre buono, e ci credi nonostante tutto, nonostante la tentazione di dire “perché mi fai questo?”, e di discutere e arrabbiarti con questo Dio che sembra accanito con te. Paola, come scoprirete, è molto provata dal dolore e dalla fatica di essere mamma – e qui rivelo il mio conflitto di interessi: sono madrina di battesimo del suo piccolo Ludovico – e ci fa i conti tutto il giorno, perché per far la mamma al meglio ha lasciato il lavoro, almeno finora (questo è un annuncio subliminale di ricerca di un lavoro) ed è mamma in modo speciale. Una cosa che mi dà molto fastidio di noi cristiani, è quando interpretiamo Dio, e diamo sentenze sul suo modo di agire: tipo “eh, sì, Lui ti manda la croce ma poi…” e scioriniamo giudizi e spiegazioni e previsioni sulle varie tipologie di condotta di Dio, come se avesse delle procedure standard. Io credo che ci sia invece un profondo mistero nel dolore, nel dolore innocente n specie, e in certi casi non si può che stendere le braccia sulla croce e cercare di resistere. C’è qualcuno che viene inspiegabilmente risparmiato dal dolore (ma poi magari la vita se la rovina da solo, perché nella prosperità, dice la Bibbia, l’uomo non comprende), c’è chi è provato in modo speciale, e può diventare un segno per gli altri. Penso a Chiara Corbella, al suo eroismo fatto di obbedienza mite, che le è stato chiesto di spendere in un tempo relativamente breve, tutto, fino all’ultima goccia, e poi penso a Paola, a cui invece viene chiesto di vivere eroicamente, ma non tutto insieme, non con un finale drammatico e i fuochi di artificio, bensì nel martirio dell’obbedienza quotidiana. La penso tanto, spesso, e non so dire perché. Sono certa però che quando alla fine dei tempi vedremo tutto chiaramente, scopriremo come lei e gli altri che accolgono nell’obbedienza grandi prove stanno mandando segretamente avanti il mondo, per questo mistero del dolore innocente che è la croce di Cristo che ha salvato l’umanità. Questo, evidentemente, rende possibile perdonare a Paola tutti i doni che ha ricevuto in misura esagerata: bellezza stratosferica, gambe prive di ritenzione idrica e seno che io manco quando allattavo le gemelle, intelligenza raffinata e senso dell’umorismo acutissimo e pronto, oltre che una sensibilità ai limiti del patologico, una scrittura audace e mai banale, una simpatia, nel senso etimologico di capacita di sentire insieme, unica. Questo è uno dei libri che ridi e piangi leggendoli, i miei preferiti. Questo è il preferito dei preferiti (sì, sono di parte).

Condizionato amore

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Così amo. In modo tutto condizionato. Soprattutto dai dettagli. Ti amo così tanto perché hai i capelli ricci e castani. E perché porti il 39. E non è finita. Per il tono particolare della tua vocetta.  Per il fatto che sei nata a quell’ora e non ad un’altra. Che sei fatta un po’ come me, un po’ come lui, un po’ come non si sa chi e molto come sei fatta solo tu. Ti amo perché la stessa voce diventa detestabile e molesta. Perché metti alla prova continuamente la mia presa sulla vita. Guardi dove sono attaccate le dita, dove hanno trovato appoggio i piedi e cosa ci faccio col ginocchio così flesso. Ti fidi della roccia. Ti fidi della mamma? Ti fidi di te. Del fatto che ci sei e lo sai bene che dovevi esserci. Il tuo esserci è così perentorio. Ci sono. Vi ho trapassati da parte a parte. Madre, padre. Due, voi due. Soli? Io. Io sono io. Lo sai, quando dormi e con te dormono le paure e sotto il cuscino fanno spessore gli scudi levati di giorno a dire “non sono capace”.

Di cosa non sei capace, tesoro?

Io mi affanno. Troppo, continuamente. Invano.

Ti amo così. Condizionata dal tuo sguardo, dal tuo profumo, dalla tua rabbia che riconosci e sai spiegare nelle sue ragioni molto più di molti adulti, e dal sorriso che accende una bellezza a volte mortificata sul tuo volto. Mi consola saperti guardata sempre. Sapere che sei guardata da tutti i lati, in tutte le profondità dall’inventore grande degli uomini che ti ha voluta. E conosce tutto. Fibre, cellule, giunture, viscere, profumi, odori, altezze e orrori.

Ti amo. Amo anche te, per seconda perché sei seconda e primeggi nel cuore e nei pensieri come chi ci è atterrato per primo.

Ti amo con tutti i vincoli possibili. Ti amo perché mi sei vincolo. Mi condizioni, mi costringi alla resa. Stupore desolato pensare al mondo prima che i tuoi occhi lasciassero che vi si specchiasse. Con quelli tu accarezzi tutto: luce, cielo, facce, mani. E ci rapisci. Tutti quelli che tocchi diventano tuoi. Il tuo cuore è un utensile che maneggi  per  consolare. Insegui tutti per sapere come stanno, preghi senza nessuna vergogna e con una purezza solenne per la maestra con il raffreddore e per tuo fratello così malato. “Ma lui quando ride non è malato”. Ci hai detto.

“Ti ringrazio Dio perché Tu sei la mancanza più bella”.

E poi urli. Fai male a tua sorella per il gusto crudele di vederla piangere. Le rubi giochi e libri e lasci a bella posta tutto in disordine il suo letto.

Scappi via ridendo, ma dura poco questa perfidia. Forse ti serve per tornare ad abbracciare. Per chiedere perdono e promettere di non farlo mai più.

Ti voglio bene e sposto la mente dalla preoccupazione così fondata che io non possa proprio cucirti dentro  il bene che conosco ed esigo per te. Che cosa penso di conoscere io, davvero? Io che sono conosciuta e voluta e mantenuta viva in mezzo alle stagioni che credo di sapere. Io così ignorante di Dio e del Suo amore. Mi ricordo allora ogni tanto di dormire e lasciare fare a Lui. Salverà il mondo anche per mezzo tuo.

Amo te, piccola. Ti voglio bene e non te lo dico mai abbastanza né con lo slancio che muove te e le tue braccette attorno al mio collo e le tue guance contro le mie mentre me lo ripeti, tutti i giorni. Tante volte al giorno.

Sei bellissima. Tutto di te è bello. Corri e pensi veloce. Parli e inventi. Usi parole da grande per dire cose da grande. Affili la tua intelligenza passandola su ogni superficie. E ridi. Ridi in un modo così libero e grato. Crei, disegni, canti, salti. Sposerai il tuo fratellino, dici; chè non c’è nessuno al mondo più bello di lui, ma neanche prima né dopo. Nessuno può essere più bello di lui.

Tu non urli, dici, ma è la tua voce ad essere così e sei tu mamma a non sopportare nemmeno un rumorino piccolo piccolo. E poi come si dice per davvero: ricioneronte? E com’era il nome di quell’animale che disegnavo sempre da piccola, scalabrone?

No mamma non posso andare col papà a fare la spesa perché forse dopo mi manchi..

Ok vado. Ciao mamma ti voglio bene.

Che bello avere figli. Che bello essere presi a schiaffi dalla loro diversità, inattesa da noi sciocchi narcisisti .. E dal loro disattendere attese per coprirci di meraviglia. Per  sottrarci agli aguzzini della riuscita e del successo e regalarci bellezza vera, bellezza pura. E il successo, sì, come Dio comanda.

Cosa credi, che Dio non si intrattenga con l’anima del tuo piccolo? Non credi che le tue preghiere potrebbero anche essere diverse dalle sue?

Hai ragione. Ha ragione quell’uomo che ricordo ragazzo e attende alla cura della sua propria fede con la tenacia di un body builder. Ha ragione lui, che è padrino di Ludovico.

Io lo so. Lo so bene che soffrire e basta non serve a niente. Serve patire, avere pazienza.

Occorre tenere acceso il fuoco che brucia di desiderio i miei occhi perché è solo nel corpo, nel viso, nel modo di muoversi di mio figlio che mi innamoro. È solo lì che una tenerezza quasi insopportabile mi trascina e mi dice che lo spirito è presente. Che il corpo non è una cosa e lo spirito non è leggero. Pesa. Pesa come un maglio che batte sul metallo e gli dà forma. E la carne è così bella e debole e accetta dallo spirito di venire formata.

Ecco. Dico male cose che intravvedo di sfuggita non so nemmeno dove. Ma so quando. Nei giorni normali. Nei giorni banali. Nell’ hic. Nel nunc. Qui, ora. Dove c’è già tutto. Dove non riesco mai a distinguere speranza e fede.

Una lavagna divisa a metà

lavagna

All’inizio della malattia di Ludovico ho fatto come alle elementari, ai miei tempi, quando la maestra si assentava per poco dall’aula. Ero una specie di capoclasse della mia vita, gesso in mano, sguardo indagatore, radar morale acceso. Di fronte a me, dentro di me, una  grande lavagna.

E tutte le persone che mi ruotavano attorno avevano  nomi, a volte solo cognomi, altre solo professioni o incarichi, che al più presto andavano  scritti in colonna o a destra o a sinistra. Perché nei primi tempi , i primi 20 giorni dopo lo shock per il manifestarsi della malattia di Ludo, seguiti alla guardinga illusione che i temuti problemi ravvisati in gravidanza si fossero di molto ridimensionati, quasi spariti, io mi sentivo giusta. Perché avevo un dolore grande. E tutti dovevano capire, tutti usare tatto e  prodigarsi il più possibile.

Allora cominciamo. Continua a leggere