Della vera promozione. (I saldi sono finiti)

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Perché il sistema funzioni a me pare, come profana, che servano questi due stili contrapposti ed interdipendenti nei due agenti che tengono attiva la macchina del mercato, ovvero le imprese e i consumatori.

Le prime devono essere virtuose e i secondi viziosi. (Entro un certo limite perché se il consumatore consuma se stesso e tutto il budget a disposizione troppo in fretta smette di essere utile al mercato).

Le prime prudenti, razionali, attente ai processi, con visioni e strategie e a lungo termine; i secondi impulsivi, emotivi, tutti avvinti dal godimento dell’esperienza d’acquisto.

È una semplificazione sicuro.

Già scrivendola mi rendo conto che non è proprio così, non del tutto.

Però ho bene in mente le innumerabili riunioni fatte nelle significative seppur poche aziende per le quali lavoravamo sui temi strategici della customer experience. Innumerabili ed interminabili. Tutte su “che cosa vogliamo che viva il cliente?”. Che cosa lo incoraggia e che cosa lo scoraggia? Che cosa favorisce la finalizzazione del suo impulso all’acquisto? Che cosa stimola, innesca o inventa il bisogno o la sua percezione che poi sbotta in impulso a comprare?

 

Noi lì a sudare sulle sudate tastiere e a produrre manuali precisi e rifiniti in ogni dettaglio. Di là l’immagine di un fiume variabile di gente che entra compra ed esce e poi torna. Il più libera possibile. Il più a proprio agio che si possa. Da una parte addetti alle vendite ai quali è chiesto di sacrificarsi fino ad ammettere sforamenti nell’orario di chiusura per non mortificare il potenziale cliente che entra 3 minuti prima della fine dell’orario; abnegazione, sacrificio. Dall’altro tifo sfrenato perché il bisogno-desiderio o anche estrema necessità-se si tratta della t-shirt azzurra che è necessario che il figlio porti al grest il giorno dopo – non venga in nessun modo filtrato, né ostacolato, né rimandato.

Quando ero dentro questo meccanismo, con la possibilità anche di confrontarmi con numeri, statistiche, modelli consolidati, studi innovativi mettevo la mia creatività al servizio di questa dinamica. Ora la guardo da fuori. La guardo da consumatore corteggiato su tutti i device e le piattaforme possibili, compresa la strada, compresa la pallida realtà. E vedo che invece io voglio essere virtuosa. Voglio capire il bisogno reale e distillarlo dalla feccia degli impulsi. Voglio differire l’impulso che mi suggerisce di trasformare l’immagine sulla brochure o la schermata della newsletter con i saldi “irresitibili” in una shopper piena.

I saldi sono resistibili. Io sono umana, nella versione particolarmente compatibile con la shopping experience che è quella femminile, questo è vero,  ma sono umana e quindi posso differire azioni. Mortificare desideri. Lasciare inevasi bisogni fino a vederne compiuta la metamorfosi.

Erano pruriti. Erano accattivanti proposte di gratificazione al mio ego così lungamente ed ingiustamente e pure sistematicamente mortificato dalla fatica della “gestione” delle cose.  Di un io che non ha più tempi di festa e allora si consola con le cose.

E questa inversione, questa perversione delle forze da usare in noi e fuori di noi genera un che di grottesco.. un pomeriggio al bar sono attratta dall’immagine magnetica di un leone; un felino magnifico che emergeva fiero da uno sfondo scuro. Poco sotto il nome del gelato da provare senza meno, lasciandosi andare all’istinto.

Solito schema: cedi, abbandonati, libera i tuoi istinti; per una cosa così piccola e meschina come un gelato. Industriale. Bah.

La cosa buffa e tragica sta nel fatto che l’immagine ricopriva il cartone di un contenitore per la raccolta differenziata. Ovvero incoraggiano in tutti i modi le nostre voglie di avere, indossare e mangiare, ma, girato l’angolo, ci impongono la dittatura del packaging da riciclare; l’imperativo categorico alla differenziazione dei rifiuti ci si impone come un dogma laicista, come un comando dato a tutti, un credo da non mettere mai in discussione e al quale dedicare zelo ascetico. Monadi impazzite dell’acquisto e monaci cenobiti della raccolta differenziata in una nuova globale mistica del cassonetto.

Facciamo continue capatine sul lato selvaggio, ma non perdiamo di vista l’isola ecologica.

Ripeto: bah.

Pensa che un giorno mi sono trovata a pregare davanti alla statua di Maria SS e mi sono ascoltata chiederLe cose come “aiuta i miei figli a trovare le risorse, gli strumenti le strategie per…”. Mi sono sentita pronunciarle  distintamente queste parole così fuori posto, sebbene parlassi a mente. E ho disprezzato questa mercantilizzazione del linguaggio, pure nel dialogo con l’ultraterreno. Allora ho smesso e ho riformulato. “Maria, donaci forza, insegnaci le virtù, educaci. Fa che io possa aiutare le mie figlie ad esercitare le virtù cristiane. Fatti imitare.”. Più vintage, ma più vera. Meno adatta questa formula ad un grafico sulla efficacia ed efficienza delle azioni genitoriali, ma più umana. Che poi per umana non intendo cialtrona, imprecisa, e tutta sfumata su un fondale di colori scompostamente emotivi. Intendo tipica dell’uomo.

Oh, pure l’efficienza e l’efficacia sono cose umane,  ma nel senso che l’uomo le ha inventate, rinvenute, trovate, riscontrate ed applicate ai tanti progetti che è riuscito a mettere in piedi e a far funzionare.

Da una parte desideri da lasciar fluire e scorrere fino al lettore POS. Che ora è velocissimo, in quasi tutti gli esercizi commerciali. E tentazioni alle quali cedere; piaceri ai quali abbandonarsi; sfizi da togliersi, premi da riconoscersi, valore da riconoscere a se stessi per via dei capelli che si hanno; oggetti da avere perché tutti disposti lungo la circonferenza di cose che ci spettano e che stanno lì, tutte intorno a noi.

Dall’altra aziende, imprese che per reggersi debbono affinare e rendere sempre più rigorosi i processi decisionali e l’efficienza delle azioni intraprese. E lo sfruttamento virtuoso delle risorse di cui dispongono.

Anche le  Business Unit  criminali della peggior risma devono essere così. Virtuose ed efficienti.

«Ogni regno diviso in se stesso va in rovina», dice Gesù in Luca 11, 17. E Lui è la Sapienza. E anche la Sintesi, credo.

(Articolo già pubblicato per La Croce quotidiano, http://www.lacrocequotidiano.it/abbonarsi-ora)

 

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Arrendersi alla propria vittoria

Che domanda peregrina, mi faccio. Perché il Signore ha (già) guarito lui o lei e non Ludo?

Tutte le volte che leggo o sento raccontare di miracoli, di guarigioni fisiche inspiegabili senza l’intervento di Altri provo una fitta sotto lo sterno. Più che fitta arriva un peso a premere il respiro. Non tutte le volte invero. Molte di queste notizie le accolgo con sincera gioia e trovo al loro passaggio il mio animo sgombro da ogni mestizia. Solo semmai un velo di malinconia. Un “fino a quando?”

Che poi tanto in là non può essere. Al massimo 50, 70 anni, una cosa così. Un turno di veglia nella notte, insomma. Stamattina ho dovuto accompagnare a scuola le bambine, che di solito porta il papà;con Ludovico al seguito, naturalmente. Non la traversata del Danubio in piena, certo, ma tutta una serie di ostacoli e scaramucce con la realtà che hanno fatto il possibile perché arrivassimo tardi. Le 4 medicine da dare al piccolo che prima è da nutrire e cambiare; la colazione per tutti; i grembiuli da sostituire, le merende da preparare; la doccia da fare. Ho detto che la devi fare! Come perché? Ieri sera non hai voluto farla e sei tornata da due giorni di gita.

E poi troppi nodi nei capelli della capellona; i codini da fare – ma non così storti mamma!  -alla lisciona che li tiene sempre sciolti e alla riccia capriccia che ha stabilito con editto imperiale che i codini e solo quelli saranno per sempre la sua pettinatura “da andare a scuola”.

E poi il parcheggio. Quell’aiola rigata che ci fa tanto feroci. Ora lo dico e mi renderò simpatica come una lunga coda all’Inps allo sportello sbagliato che lo scopri solo una volta arrivata là; avere il Pass Handicap non è che sia poi tutto ‘sto privilegio. Certo, appena l’abbiamo ottenuto ho pensato che avrei parcheggiato tronfia ovunque. Al supermercato avrei parcheggiato alle casse; nei centri storici a ztl sarei entrata con ostentata sicumera e strombazzando. E via farneticando. Tutto questo, si sappia, serve solo a deviare le lacrime in un corso secondario.

Ecco, stamattina dopo che ho dovuto rivendicare il posto auto con le strisce gialle, mostrando il cartellino, dopo che ho compilato a vanvera due giustificazioni per ingresso in ritardo sbagliando data e ora, dopo che ho sgridato senza un sufficiente motivo le mie bambine adorate, dopo che mi sono resa conto di avere saltato un appuntamento di neuro psicomotricità per Ludo; e dopo che ho sentito il tono stizzito, e giustamente, ci mancherebbe, della terapista; dopo che ho dovuto mendicare un altro appuntamento facendo strike a tutta una serie di altri impegni già fissati da prima della cacciata dall’Eden; ecco dopo tutte queste sciocchezze, normalissime, fastidiose il giusto, ho di nuovo desiderato con intenso infantile desiderio che finisse. Che finisse tutto. Che passasse la fatica, che sparisse il dolore. Che fiorisse mio figlio. Che sbocciasse nella sua perfezione negata. Che mi guardasse negli occhi e mi dicesse “mamma”.

Alla radio ho sentito leggere la recensione di un libro che racconta di un papà americano malato terminale di cancro che a Medjugorie ha trovato la guarigione.

Che spavento a volte pensare alla libertà e alla maestà di Dio. Lui sa, ha sentito, sente ciò che Gli chiedo. Capisce, sa. Capisce di più, sa di più. Di me. Sa. E io chiedo tutto. Ma intanto devo imparare bene che cos’è e forse anche accettare che certi dolori durano; che certe prove sono lunghe. Che i miracoli arrivano se e quando Dio vuole. Che presto o tardi sarà tutto a posto. E che non c’è niente di più decisivo ed epocale che restare al proprio posto.

(Articolo già pubblicato per La Croce quotidiano nel lontano 25 settembre 2015)

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Noi e la Madre

Ed ecco il nostro goffo approdo su mensile mariano. La Presenza di Maria,  numero di maggio, di questo stesso anno, il 2016.

Grazie ad Angelo De Lorenzi per la pazienza.

 

 

Ci sono ma e ma. Ma io, ma tu, ma Lui.

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Al  coraggioso annuncio che  “Il Re è nudo!” si alzano ora urletti scomposti e risatine isteriche? “Uh! Dai andiamo a vedere, il Re è nudo!”

Siamo davvero condannati a pensare a noi esseri umani tutti schiacciati sull’impulso sessuale? E a percorrere questo tunnel di freddi ragionamenti e lubriche immaginazioni fino in fondo, fino dove già in parecchi urlano che omosex sia meglio, più nobile, alto, puro? (Veronesi, illustrissimo Professore, che aveva additato all’umano consesso l’amore omosessuale come quello più altruistico e gratuito sotto la spinta di non so quale ispirazione,  ha modo in questi giorni di mettersi lì a riflettere? Può cercare uno qualsiasi dei numerosi studi che fotografano lo stile di vita delle comunità omosessuali? Lo sa quanto soffrono in realtà? Nella psiche e nel corpo?)

Dareifigliaduegaychesiamano va scritto così. Siamo circondati da sonocattolicoetuttoma non capisco perché la chiesa abbia paura dei gay. Se si amano?

Cosa c’è più dell’amore?

C’è la carità. Ho sentito ricordarmi stamattina.  Che cosa sia Amore ce lo mostra Gesù Cristo.

Stavo per mettermi a scrivere poi mi ha preso un senso di stanchezza. Come stessi nuotando da ore e ore e vedessi la riva ad una distanza irrimediabile.

Allora mi sono messa a leggere. Uno dei miei blog preferiti è quello di Giuliano Guzzo. Mi arriva l’email di notifica, apro e leggo.

“Ma è un figlio”. V’è già una partenza avversativa, in questo titolo, che condivido. Un ma opposto alla corrente  come un sasso dentro un fiume che scorre deciso a valle.

Ci sono notizie e notizie, dice Giuliano. Alcune enormi, come questa. Continua a leggere

Abbattete la Principessa

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 di Paolo Pugni

E non se ne può proprio più, diciamolo, di questi articoli di Paola Belletti su LaCroce che ti rovesciano addosso i suoi dolori e le sue rabbie. Che questo suo scrivere chioccio graffia l’anima, te la scortica strato dopo strato, non ti lascia lì tranquillo al tramonto a guardare la tua vita che si sorregge a fatica in equilibrio. Non se ne può proprio più di questo grido continuo, come un acufene, straziato giorno dopo giorno in tutto ciò che ti avvolge. Perché non ti lascia riposare, non ti lascia ciondolare dentro la tua autocommiserazione, dentro quella voglia di startene tranquillo a fare la vittima, a sentirti così sensibile che nessuno si accorge di come ti stai portando addosso l’universo, tu solo, tu capace di farlo con generosità e silenzio e grande, grande magnanimità.

Non se ne può più di un tarlo che rode il cuore, la scorza soprattutto, e ti impedisce di accucciarti al caldo, come una cosa posata in un angolo e dimenticata, di stare immobile a contemplare la tua grandezza. No. Ti tira giù. La maschera. Dal trono. Dalla certezza che peggio della tua vita non c’è nulla e che solo tu puoi alzare la voce con Dio per lamentarti e pavoneggiarti. Altro che Giobbe, guarda qua me Signore!

Non se ne può più di questo oscillare tra disperazione e fede, tra ringhio e preghiera, che troppo ci ricorda le nostre debolezze, quelle che vorremmo nascondere nei bugigattoli dell’animo, così in fondo da non riuscire più a trovarli neanche con la più trivellante delle confessioni. Perché solo noi sappiamo che cosa vuol dire essere tentati e vincere, noi che ci arroghiamo la felicità e il dolore, che le usiamo come armi di distruzione di massa.

Mettetela a tacere come giù fu spento il Messia, improponibile nella sua rettitudine e ancora di più nella sua misericordia.

Qui vogliamo trovare l’accusa, la lama tagliente, il ragionamento acuto, la sferza contro il male, non questa pena soffocata che ci ricorda come la vita sia guerra contro noi stessi e il cielo –che solo i violenti se ne impossessano in questo territorio del diavolo- e contro le nostre miserie.

Che tu sorella Paola ci squarci come la notte dell’Innominato, ci sevizi come il Messia di Emmaus, ci violenti come i silenzi di Madre Teresa, quelli che non vorremmo mai ascoltare.

Perché anche questo è LaCroce, ricordo che la battaglia contro Principati e Dominazioni si fa nei Palasport e con le petizioni, ma prima di tutti si fa aprendo il cuore e lasciando che dentro ci trovino posto tutti, senza limiti, che tutti soffrono, che tutti hanno un dolore più grande del tuo.

Coraggio Paola, non smettere di squartare la nostra indifferenza, che ci stai spianando la strada verso il cielo.

Fonte: http://costanzamiriano.com/2015/04/09/abbattete-la-principessa/

9 aprile 2015

 

Margherita significa Perla

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(articolo già pubblicato su La Croce quotidiano)

“Mi serve una mamma più gentile, molto più gentile!”. Questo dice tra sé e sé Margherita una mattina, notte. Insomma alle cinque circa appena dopo una mia sfuriata biascicata tra il cuscino e il materasso del lettone matrimoniale. Si è svegliata presto – come sempre!- ed è arrivata lì. Mi assesta un paio di gomitate e una ginocchiata e si infila sotto le coperta al calduccio. Solo che nonostante la sua magrezza è ingombrante e ha un concetto di prossemica discutibile. Non lo fa apposta ma ti rovina addosso con qualche parte ossuta protesa in avanti; oppure nel muoversi indietro i capelli ti tira una testata sul setto nasale.

E poi non si accoccola per davvero; inizia subito ad agitarsi, di sicuro sta già tramando qualcosa. Prende la sveglia e cambia l’impostazione delle ore, compreso il fuso orario. Poi dà un’occhiata al mio telefono che è bloccato con il codice ma lei sfrutta tutte le funzioni di emergenza. Me lo ritroverò in modalità aereo, con la torcia accesa e ad un certo punto suonerà un allarme a me ignoto che non saprò disattivare per svariati minuti. Il timer. Continua a leggere

Sit-in nel cuore

 

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(Articolo già pubblicato per La Croce Quotidiano http://www.lacrocequotidiano.it/abbonarsi-ora)

Spedali Civili di Brescia.(Non è proprio la sede per certe istanze di rinnovamento ma chiedo: non sarebbe il caso di aggiungerci la O? No? Lo lasciamo così , rispettiamo l’ottocentesca  tradizione).
Vado, torno, rivado, ritorno;  ricoveri-dimissioni- urgenze-e-routine. Sui muri inneggiano a Stamina e a voler salva Sofia. Anch’io in quel momento vorrei salvarla, povera piccola innocente. Chi non avrebbe voluto salvarla..?

Davanti all’ingresso un giorno,  diversi mesi fa, mi imbatto in  un presidio di malati e famiglie. Consegnano volantini, offrono bevande calde, palloncini.

Per come anche allora mi ero potuta documentare non condivido, ma prima di tutto li amo, li vorrei abbracciare e consolare io stessa.

Lottano, non mollano. Chiedono con la tenacia che merita anche un miraggio se muori di sete in un deserto (lo trovo sbagliato ma la sete è giusta. La sete è sete, meglio. )
Anche noi. Uguale-uguale. (E facciamo tutto: cure, consulti autorevoli,  fisioterapia e anche vigilanza sui noi stessi e la smania disperata che ti illude che più fai meglio è).

Anche noi, dico, facciamo sit-in.
Solo il nostro picchetto è altrove. Continua a leggere

Si esigono miracoli

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Perché chiedere miracoli a volte può assomigliare a questo: “Caro il mio plenipotenziario Signore –  virgola –  sbrigati a fare in modo che io possa di nuovo fare a meno di Te –  punto esclamativo e un po’ nervoso”.

Guarisci me, trovami il lavoro, guarisci mio figlio, sciogli questo nodo, aiuta quella famiglia, addolcisci quella persona, allontanami quest’altra. Togli questo ostacolo. Togli questo limite. Toglici questo debito. Toglile quella paura. . Toglimi tutti i promemoria della mia finitezza. Togli. TogliTi. O resta sullo sfondo. Mi ricorderò ogni tanto di ringraziarTi. Mi ricorderò di parlare di Te, racconterò in giro di come mi hai aiutato. Ma in fondo me lo dovevi. No? Desiderare la salute, desiderare l’appagamento personale, impegnarsi con dedizione per raggiungere obiettivi materiali e non, darsi da fare in vista di questi ed altri più nobili scopi. Tutto questo è umano. E resta solo tale anche quando vediamo che, accidenti!,  non ci basta pensare positivo. No, non è sufficiente esercitarsi ed essere costanti. Non basta fare tesoro degli insuccessi, per ripartire più forti di prima. Non ci sono formatori e motivatori sufficientemente entusiasmanti capaci  di tirare fuori da noi stessi l’energia necessaria per tagliare un traguardo (che la sorgente non sia inesauribile? Che impossible non sia proprio nothing?). E allora ci troviamo a chiedere  a Te. A patto che poi Tu te ne vada? Allora che differenza c’è tra lo yoga e il rosario? Va bene tutto? Training autogeno, running (anche il mio entry level!), meditazione trascendentale, novene, Messa, votarsi alla causa? Tutto, basta che funzioni? Certo. Va bene tutto. E ci sono persone che assicurano che niente sia più efficace della preghiera cristiana. Continua a leggere

Rosario grunge

Articolo pubblicato per La Croce quotidiano il 31 gennaio 2015

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Cammino per il paese, da sola.

Non sono Ungaretti (casomai qualcuno dubitasse), ma vorrei farvi notare con questa icastica  espressione che lì sta tutta la notizia. Cammino da sola. E sto/ come d’autunno/ sugli alberi/ le foglie, ma sono contenta. Cerco di raccogliermi in me stessa. Contemplo la natura.

Il  paese nel quale abito da 11 anni, che però mi sembra sempre ieri, è  parte di un anfiteatro morenico. Una quieta campagna piena di vigne, campi coltivati, uliveti e addirittura boschi. Non è famoso per la movida notturna. Di più per il salame, addirittura lo zafferano; i vini. Quando un colle finisce e ne inizia un altro, nello spicchio che nasce tra i due,  si affaccia  il lago. Il vento ha fatto il suo lavoro:  l’azzurro che sfoggia è commovente; e il  freddo dell’inverno finalmente sicuro di sé  lo rende ancora più brillante.

Ti ringrazio Signore. Tutte le creature cantano le Tue lodi. Anche le foglie scricchiolando sotto il mio piede; e i cani alle ringhiere (no quello no, mi ha appena fatto rischiare un infarto guizzando fuori dalla siepe all’improvviso). E le ragnatele come merletti tra un ramo e l’altro. Anche le montagne già glassate di neve. Continua a leggere